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Mobilità, n. 3 - aprile/maggio 1999

Superare i dislivelli: quali sono le soluzioni?

Orizzonti verticali
di Alberto Arenghi *

Ospitiamo volentieri il contributo di Alberto Arenghi, giovane e combattivo ingegnere di Brescia, perché rappresenta una utile introduzione, da un punto di vista anche metodologico, al tema del superamento delle barriere verticali. All'articolo di Arenghi seguiranno nei prossimi numeri le valutazioni tecniche del CERPA, che entreranno nel merito delle singole ipotesi di soluzione. Intanto il dibattito è aperto.

Il dislivello rappresenta la barriera architettonica più diffusa; questo perché sarebbe impensabile concepire un'architettura sviluppata soltanto in orizzontale e ciò non solo per motivi meramente formali, ma soprattutto per esigenze di funzionalità, cioè di spazi disponibili e di attività che verranno svolte in quell'edificio.

Apparirà, forse, un po' banale l'osservazione che non sia assolutamente pensabile un costruito senza barriere come pure che l'accessibilità non sia perseguibile mediante una sistematica eliminazione di tutte le scale e tutti i gradini. Dato questo per assodato è importante offrire al committente, sia esso disabile o meno, ma anche al progettista, una panoramica qualitativa circa i diversi modi di superare i dislivelli verticali: le soluzioni adottabili sono fra loro molto diverse. E' utile distinguere tra edifici di nuova costruzione e edifici già esistenti. Per i primi si assume che non esista alcun problema (almeno così dovrebbe essere) nell'elaborare un progetto "senza barriere", ossia concepire un edificio accessibile, non solo perché la legge lo impone, ma soprattutto perché ciò dovrebbe appartenere al bagaglio tecnico-culturale di ogni progettista.

Al contrario l'adeguamento di ciò che è già stato costruito rappresenta un esercizio progettuale più difficile poiché occorre tenere conto di vincoli architettonici e statici esistenti. Le soluzioni progettuali per superare un dislivello verticale non sono molto numerose: dalla scala al piano inclinato (o scivolo) fino al più "moderno" ascensore.
Delle tre soluzioni la scala si identifica come l'ostacolo insuperabile per la maggior parte delle persone con difficoltà motorie; la seconda da un lato viene presentata ed adottata come alternativa alla scala o come soluzione variamente impiegata per superare una barriera, dall'altro può rivelarsi inaccessibile quando supera certi valori di pendenza. Va sottolineato che la legislazione fornisce differenti valori di pendenza in funzione dello sviluppo orizzontale della rampa o del dislivello da superare. Al di là delle definizioni legislative, si ritiene che la pendenza ottimale sia pari al 5%.

L'ultima ipotesi, l'ascensore, è, in linea di massima, la soluzione ottimale per ogni esigenza anche se ha il limite intrinseco legato al dislivello da coprire che dovrebbe essere non inferiore ai 2 metri; al di sotto di questa misura l'installazione è antieconomica.

Accanto a queste tre soluzioni se ne sono aggiunte altre: il servoscala, la pedana elevatrice e il montascale. Queste sono nate per il superamento di barriere, per lo più scale, già esistenti in un edificio e dunque si configurano come un'alternativa dedicata per un certo tipo di utenza.
Delle tre, la piattaforma elevatrice è la soluzione più flessibile: risponde, alla fine, alle stesse funzioni dell'ascensore ma al contempo può essere utilizzata in un ventaglio molto più ampio di situazioni che vanno dal superamento di pochi gradini fino ai 10 metri di altezza (quindi più piani). La piattaforma, purtroppo è ancora risorsa poco nota e scarsamente impiegata.

Il servoscala è il meccanismo che più spesso viene adottato per superare una scala e per renderla "accessibile". Se in alcuni casi rappresenta l'unica soluzione perseguibile, è altrettanto vero che il suo uso è andato, negli anni, configurandosi come "la soluzione'" per il superamento di scale da parte di persone disabili. Personalmente ritengo che il servoscala abbia molti limiti, intrinseci ed estrinseci: non è fruibile in autonomia, rappresenta una soluzione dedicata ad un'utenza specifica (disabili in carrozzina), nella maggior parte dei casi, quando è in funzione, preclude l'utilizzo della scala ad altri utenti rivelandosi una trappola nel caso di situazioni di emergenza, la sua diffusione ha spinto e spinge molti progettisti ad adottarla acriticamente senza neppure provare a ipotizzare alternative progettuali.

Il montascale, infine, è un ausilio mobile che si presenta secondo due modelli: il primo, anche noto col nome "scoiattolo", è costituito da una poltrona dotata di tre ruote il cui movimento permette il suo avanzamento lungo una scala. Il secondo modello permette di agganciare una carrozzina di tipo manuale ad un telaio dotato di cingoli che riescono a percorrere una scala. Il primo tipo obbliga l'utente ad un passaggio carrozzina-montascale, il secondo non si interfaccia con tutti i tipi di carrozzina. I limiti dei montascale sono palesi: necessitano della presenza di un operatore addestrato al loro uso che non è dei più agevoli.

Per meglio capire le differenze tra i diversi sistemi per il superamento di un dislivello, di seguito si propone un caso ipotetico, dove per la presenza di numerosi dislivelli si ipotizzano diverse soluzioni, pensate come ottimali e confrontate con le altre pure applicabili, ma meno facilmente fruibili in autonomia. Come si nota nella figura, i dislivelli presenti sono tutti costituiti da gradini, variamente composti, che partono dal livello del piano stradale fino al soppalco dell'appartamento dove, ad esempio, potrebbe essere localizzata la camera da letto dell'ipotetico disabile in carrozzina.

Il primo dislivello rappresentato dal marciapiede, supponiamo di 20 cm, è superabile attraverso una doppia rampa che occupa l'intera larghezza del marciapiede e che, partendo da uno spazio di distribuzione a livello strada, magari in corrispondenza di un attraversamento pedonale, recupera la quota marciapiede. La scelta della rampa è l'unica ragionevolmente applicabile; sarà semmai la modalità con cui viene realizzata che può essere diversa: nel caso specifico la scelta di una pendenza dolce, 5%, risponde all'idea di rendere continuo il marciapiede nella sua percorrenza senza differenziare, come in altri casi, la rampa dal marciapiede stesso

Nell'edificio 3 gradini delimitano l'atrio d'ingresso quale zona di passaggio dall'esterno all'interno. Il loro dislivello, circa 50 cm, è superabile con una pedana elevatrice che, complanare con il pavimento, porta a livello del corridoio di distribuzione dell'edificio. La pedana è fruibile in autonomia dal disabile, ma non solo: si pensi, ad esempio, al commesso che deve portare un frigorifero ad un appartamento del secondo piano. Sembra la soluzione più vantaggiosa: una rampa sarebbe irrealizzabile per lo sviluppo che presupporrebbe: dovrebbe essere lunghissima e lo spazio non c'è. Un servoscala risulterebbe non fruibile in autonomia ed eccessivamente "dedicato": difficilmente verrebbe utilizzato dal "povero" commesso del frigorifero.

Nel corridoio si incontra la scala che porta ai vari piani: il dislivello è notevole e la soluzione più indicata è quella dell'ascensore che può trovare una sistemazione ottimale nella tromba della scala. Se questa è eccessivamente limitata, è spesso possibile individuare uno spazio per posizionare l'ascensore esternamente all'edificio con risultati anche formalmente eleganti. L'impossibilità di trovare uno spazio per l'ascensore, costringe purtroppo ad optare per il servoscala.

Giunti nell'appartamento, la camera sul soppalco, servita magari da una scala a chiocciola, può essere raggiunta mediante una piattaforma elevatrice cabinata, o miniascensore, agganciata al muro tramite due robuste guide.
Questo dispositivo è dotato di appositi sistemi di controllo ambientale atti a segnalare la cabina in movimento e a bloccare la corsa nel caso incontri un ostacolo. L'unica alternativa, nel caso di scala a chiocciola, è il montascale a tre ruote (con tutti i rischi che comporta), o nel caso di scala rettilinea, il servoscala.

Le soluzioni prospettate si differenziano anche per i costi di installazione e di esercizio: la rampa risulta la più economica, seguono il servoscala e la piattaforma elevatrice che si equivalgono, mentre l'ascensore implica un impegno economico superiore a più del doppio rispetto ai precedenti. Tuttavia, in un'ottica di carattere costi-benefici, l'ascensore rappresenta un investimento più razionale per la sua versatilità e continuità di utilizzo.

In conclusione le soluzioni da adottare dovrebbero perseguire principi di massima fruibilità da parte del maggior numero di persone possibile. In questo modo si riveleranno come non "discriminanti" ovvero "non dedicate" ad un certo tipo di utenza, il loro costo risulterà socialmente condiviso garantendo uno stato di esercizio sempre efficiente perché legato ad un uso e ad una manutenzione assidua.

* Ingegnere, collaboratore tecnico-scientifico presso il Dipartimento di Ingegneria Civile dell'Università di Brescia

 

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