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Mobilità, n. 3 - aprile/maggio 1999
La cultura dei diritti
Avevamo
scommesso sulla concretezza. Pensavamo che ci fosse bisogno di idee chiare,
esposte con semplicità, di progetti realizzabili, di consigli utili.
Speravamo che il mondo delle persone disabili, ma anche quello delle persone
"non disabili", fosse maturo per una pubblicazione sobria ed
essenziale, senza retorica, senza lungaggini. Aspettavamo con ansia la
risposta del pubblico, l'impatto del nostro lavoro con il giudizio libero
e critico dei lettori. Volevamo fornire un servizio aperto e migliorabile.
Proponevamo dei "materiali di costruzione", non degli edifici
completi e arredati.
Adesso, a cose fatte, siamo più sicuri di aver intrapreso il cammino
nella direzione giusta. Ce lo avete detto voi. Voi lettori di primo impatto,
capaci di spedire centinaia di fax con la medesima semplice e chiara richiesta:
"voglio continuare a ricevere Mobilità". Voi lettori
attenti e curiosi, pronti a prendere carta e penna, o computer, per porre
nuovi quesiti, per segnalare casi singolari o gravi, per suggerire nuovi
argomenti, per esprimere giudizi acuti e sempre educati.
Grazie. Grazie a tutti voi dallo staff di "Mobilità",
un piccolo nucleo di persone e di associazioni, di collaboratori e di
tecnici, che hanno scommesso sulla vostra intelligenza. Adesso il compito
si fa più duro. Perché sappiamo di essere attesi, cercati,
letti, chiosati, commentati, magari "fotocopiati" o "linkati".
Proseguiremo senza montarci la testa. Siamo consapevoli che a questo punto
non possiamo tirarci indietro. "Mobilità" può
davvero colmare uno spazio vuoto. Uno spazio purtroppo assai vasto. Fatto
di imprecisione, di superficialità, di ideologismi superati, di
resistenze corporative e burocratiche, di pessimismo autolesionista, di
generico solidarismo, di distanza dalla realtà.
Ecco perché abbiamo voluto segmentare la nostra pubblicazione
in argomenti ben precisi, chiaramente riconoscibili. La mobilità
non è un valore di per sé: lo diventa se permette di raggiungere
obiettivi di vita e di piena estrinsecazione delle potenzialità
individuali e sociali. Abbiamo l'impressione, però, che il concetto
di "mobilità" stia diventando un grimaldello assai efficace
per scardinare le resistenze al cambiamento. In tutti i campi. Non ci
interessa inseguire un generico e indistinto desiderio di "muoversi".
Pensiamo che sia importante capire "come" e "perché"
muoversi. La qualità della vita non è un concetto astratto.
E' il metro di paragone delle scelte. Anche di quelle tecniche. Dallo
schiacciapatate alla piattaforma elevatrice, dall'autovettura ergonomica
al ristorante capace di abbinare buoni cibi e buona accoglienza, il passaggio
concettuale è breve, anzi intuitivo.
Stiamo parlando di "diritti". Stiamo proponendo una società
di eguali potenzialità, di pari dignità effettiva. Vorremmo
lentamente far scomparire molti alibi. A partire dagli alibi dietro i
quali, molto spesso, le amministrazioni locali, le istituzioni, lo Stato,
si trincerano per negare atti dovuti. Mettiamo nero su bianco le leggi,
le spieghiamo, le critichiamo, le confrontiamo con l'Europa. Diffondiamo
le nostre idee su tutto il territorio nazionale, compiendo uno sforzo
editoriale senza precedenti in questo specifico settore. Se questo è
vero, una delle prime conseguenze è che anche gli alibi della famiglie
non hanno più ragione di esistere. Troppo spesso, infatti, la mancanza
di mobilità di una persona, giovane o anziano non fa differenza,
deriva da una mancanza di conoscenza del repertorio degli strumenti a
disposizione. Dalla normativa fiscale ai consigli architettonici, crediamo
che esistano oggi le premesse per impostare progetti di mobilità
individuale e collettiva.
Le vostre lettere testimoniano di un'Italia a due, o addirittura tre,
velocità. La cultura dei diritti deve ancora compiere molta strada,
e quasi tutta in salita. Ma l'ignoranza è alleata della conservazione.
Diffondere idee concrete e praticabili diventa dunque un obbligo, oltre
che un piacere. L'Italia si sta rivelando, per molti versi, un cantiere
in fermento, non lontano dall'Europa. E' da sfatare il luogo comune che
ci vorrebbe eterni ultimi. I casi clamorosi delle compagnie aeree straniere
che lasciano a piedi (sic!) paraplegici e distrofici dimostrano che una
visione autoritaria e burocratica delle norme (o delle presunte norme)
non è una nostra prerogativa nazionale. Anzi.
Nei prossimi mesi vivremo alcune sfide clamorosamente interessanti. In
Italia, tanto per cominciare, il Giubileo. Milioni di pellegrini (non
tutti atletici) solcheranno i cieli, i mari, le autostrade, le statali
italiane. Entreranno nelle nostre chiese, nei nostri alberghi, mangeranno
nei ristoranti e negli autogrill, vorranno comprare souvenir nei negozi.
Non solo nella Capitale, praticamente ovunque. Ebbene, a tutt'oggi, possiamo
quasi assicurare che il tema della "mobilità per tutti"
è messo in un angolo, rimosso o negletto. Ne vedremo delle belle.
Poi ci lamenteremo dei titoli ad effetto dei giornali, dei servizi televisivi,
delle scortesie pubbliche e private. Ma intanto non sappiamo agire almeno
a livello sperimentale nella direzione della fornitura di servizi moderni.
Qualche esempio? Sarà possibile noleggiare a Roma un'automobile
con i comandi a mano? Esisterà una mappa almeno dignitosa di alberghi
capitolini (o milanesi, o padovani, o pugliesi) davvero accessibili a
tutti, magari anche nel prezzo? Nei prossimi numeri cercheremo le risposte
a questi e ad altri quesiti. Anzi, vi invitiamo ad aiutarci in questa
campagna di attenzione culturale ad un fenomeno che rischia di stritolarci,
e comunque, paradossalmente, di immobilizzarci.
Seconda sfida: l'Europa. Dalla nuova dimensione comunitaria stanno partendo
programmi di finanziamento massicci anche nel campo della disabilità.
Non vorremmo ancora una volta assistere alla presentazione di progetti
ciclopici e improbabili, al fiorire di sperimentazioni costosissime e
sganciate dalla realtà e dal buon senso. Non basta, a nostro giudizio,
un metodo corretto di impostazione contabile: è fondamentale puntare
alla sostanza, e alla validità intrinseca, delle proposte da finanziare.
L'Italia in questo senso sconta un ritardo forte: non siamo molto abili
nel proporre progetti forti e convincenti. Oppure ci limitiamo ad essere
partner secondari di linee progettuali concepite in Paesi lontani da noi
per mentalità, per cultura, per situazione socio-economica e infrastrutturale.
Occorre anche in questo caso uno scatto di orgoglio e di consapevolezza.
Occorrono buoni argomenti e soluzioni intelligenti. Le nostre pagine sono
aperte al libero confronto. Buona lettura.
Franco Bomprezzi
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