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Mobilità, n. 5 settembre/ottobre 1999
Editoriale
Voglia di leggerezza
16 dicembre 1999: il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
prende la parola nella sala congressi della Fiera di Roma. I flash dei
fotografi lampeggiano, le prime file della platea sono occupate dalle
autorità. Un megaschermo rimanda le immagini del lungo palco degli
ospiti e sottolinea gli applausi e i cenni di assenso per un intervento
saggio, equilibrato e autorevole.
18
dicembre 1999: il presidente del Consiglio Massimo D'Alema sale sul podio
della sala congressi della Fiera di Roma, circondato dai giornalisti e
impietosamente illuminato dai flash dei fotografi, mentre gli operatori
radiotelevisivi sgomitano per cogliere l'inquadratura migliore. Intanto.
fra applausi e strette di mano, si conclude l'evento. Fine. Il TG delle
20 passa ad altro.
E in mezzo? Fra questi due momenti, che quasi sicuramente si verificheranno,
più o meno così come li ho descritti, che cosa ci sarà?
Forse molti di voi, affezionati lettori di Mobilità, avranno già
capito che stiamo parlando della prima Conferenza Nazionale sull'Handicap.
Tre giorni che valgono tre anni. Tanti ne passeranno, stando alla legge,
prima che se ne faccia un'altra. Poveri noi. Noi nel senso di disabili,
prima di tutto. Ma anche nel senso più generale di cittadini.
Diciamolo francamente: la paura è tanta. Sarà solo una
grande, smisurata, passerella? Parleranno solo i big, i politici, i presidenti
delle associazioni, i sopravvissuti al manuale Cencelli della lobby dei
disabili e dei loro amici? Avremo (e subiremo) fiumi di retorica, di buoni
sentimenti e di ancora migliori propositi? Scopriremo che il nostro è
il migliore dei mondi possibili? Esulteremo per la nostra italianità,
fatta di buone leggi (magari inapplicate) e di sani princìpi?
Come torneremo a casa? Con quali idee, con quali progetti, con quali
propositi? Saremo davvero un po' più forti e un po' più
orgogliosi, oppure sfolleremo mestamente come quei tifosi che perdono
il derby e ripiegano le bandiere della squadra del cuore, appoggiando
l'asta sulla spalla e ripercorrendo mentalmente la sagra delle occasioni
mancate?
Non lo so. Spero che non sia così. Ammiro molto l'integrità
di un ministro come Livia Turco, che si è presa questo impegno
popolare e impopolare al tempo stesso. Se vince, ha ragione. E passa alla
storia. Intendiamoci: la nostra storia, non quella con la "S"
maiuscola. Ma pur sempre una storia, una vicenda umana e politica, un
processo difficile e tortuoso, fatto di mille piccole battaglie e trabocchetti,
di ritirate strategiche e di improvvise vampate. Se perde, andiamo a casa
tutti. Noi. Non il Governo, no. Noi, quelli che sperano in un progresso
vero, rigoroso, basato sulla qualità dell'operare quotidiano, sulla
coerenza delle scelte, sulla capacità di informare e di diffondere
buone prassi, buone regole di vita.
Io, non come direttore di Mobilità, ma come cittadino disabile,
confesso le mie apprensioni e le mie speranze. A me il ministro Livia
Turco ha chiesto di preparare i lavori di un gruppo che si deve occupare
di cultura, di tempo libero, di sport. E' stato ed è un onore,
essere chiamati da un ministro ad un incarico civile, sia pure così
circoscritto e di servizio. Sono assolutamente certo che non lo svolgerò
al meglio, perché i tempi sono stretti e perché non sono
all'altezza del compito affidatomi. Eppure confesso che ancora oggi spero
in qualcosa di imponderabile e di imprevisto.
Spero nella leggerezza. Spero che questo evento, che ormai c'è
e ci sarà, si possa ricordare per la freschezza, per la "non
ritualità", per l'atmosfera da "primavera di Praga",
se mai fosse possibile un paragone.
Abbiamo migliaia di persone imprigionate dietro le mura di casa, dentro
i nostri quartieri, negli istituti, negli ospedali. Abbiamo migliaia di
persone imprigionate nei loro corpi, nelle loro menti. Sappiamo, e lo
sappiamo benissimo, che quasi tutti potrebbero essere delle splendide
risorse per il nostro Paese. Ma non è così. Non vanno così
le cose.
I poteri forti spesso riescono ad imporre logiche e svuotamenti di leggi,
anestetizzano qualsiasi riforma. Potremmo finalmente puntare all'occupazione,
al lavoro, all'assistenza domiciliare integrata, al turismo per tutti,
alla mobilità senza vincoli burocratici. E invece dobbiamo inseguire
le leggine, i decreti, i deputati e i senatori, i consiglieri regionali,
gli assessori, i funzionari, gli impiegati, gli uscieri, i vigili urbani,
per vedere garantiti diritti elementari, ovvi, decretati da tempo, sanciti
dalle leggi, che ormai conosciamo a memoria e tramandiamo ai nuovi adepti
in litanie scoraggianti.
Questa conferenza deve parlare agli altri. A tutti coloro che nulla sanno
di disabilità. A coloro che vivono pensando al guadagno, al tornaconto,
ai dividendi, al Superenalotto, alle Maldive, all'amante, ai figli che
vanno a scuola, alla pensione che non si sa se ci sarà ancora.
Alla gente normale, insomma. A quelli che giorno dopo giorno perpetuano
la Grande Discriminazione. Quella che fa della parola Disabile un insulto,
quando potrebbe essere solo un termine per capirsi, per usare delle leggi,
per difendere dei diritti. Quella stessa gente forse apprezzerà
il demagogico sforzo di chi vuole per legge la definizione di "Diversamente
abile", come se una spolveratina di demagogia potesse cambiare la
sostanza delle cose, e mitigare la durezza della vita. Ognuno di noi sa
perfettamente quali sono i propri limiti. Li vive sulla propria pelle
giorno dopo giorno. Ma al tempo stesso sappiamo altrettanto bene che cosa
siamo in grado di fare, e in quanto tempo. Sappiamo che siamo anche Abili,
e non diversamente, ma proprio come tutti gli altri. Normalmente.
Se la nostra Conferenza sarà un po' di questo tipo, movimentista
e leggera, piena di Mobilità e di incoerenze, ma al tempo stesso
concreta e testona, ottusamente aggrappata alle cose da fare, qui e adesso,
e poi domani e dopodomani. Se la nostra Conferenza saprà suscitare
interesse all'esterno, ad esempio nel ministero del Tesoro, o nei responsabili
delle Grandi Assicurazioni, o nel mondo della Moda, o negli ambienti della
Cultura e del mercato globale. Se la nostra Conferenza sarà un
evento per il quale, il giorno dopo, potremo dire: "Peccato, non
c'eri...". Se il 18 dicembre torneremo a casa preoccupati per tutte
le cose che da quel giorno in poi dovremo fare. Se tutto questo accadrà,
concluderemo bene il nostro secolo, e ci prepareremo a vivere con voi,
lettori di Mobilità, una stagione forte, di idee e di sentimenti.
Con leggerezza.
Franco Bomprezzi
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