Mobilità
Mobilità numero 9

Home Page
Questo numero
Numeri precedenti
Richiedi Mobilità
Benvenuto
Scheda tecnica
Scrivi a Mobilità
Collegamenti

Mobilità n. 9 - agosto/settembre 2000

Editoriale

Vincere, come Ferrari

Copertina Mobilità numero 9Quando avrete fra le mani questo numero di Mobilità si sarà sicuramente smorzata l'ondata emotiva seguita alla grande impresa motoristica della Ferrari, con la conquista, dopo 21 anni di digiuno e di sofferenza, del titolo mondiale di Formula 1, da parte di Michael Schumacher. Ci piace, oggi, pensare ad Enzo Ferrari, il Drake, personaggio mitico dell'automobilismo mondiale e dell'industria italiana. Nella sua vita, complessa e affascinante, un peso non indifferente è stato rappresentato anche dall'handicap, dal destino di una malattia genetica, la distrofia, che colpì suo figlio Dino, fino a condurlo, ventenne, alla morte. Poteva rimanere, per l'uomo di Maranello, un lutto privato, una questione di famiglia, gravissima ma circoscritta, quasi da nascondere con pudore, considerati i tempi. E invece no. Ferrari si accorse che in Italia mancava un impulso vero alla ricerca, e che la condizione delle persone disabili era sicuramente non adeguata alla dignità di un paese civile e industrializzato. Impegnò dunque tempo, risorse, prestigio, per sviluppare molte iniziative in favore della ricerca, e non solo. Secondo noi, Enzo Ferrari non voleva accettare l'idea della sconfitta, esattamente come per i suoi amati motori. Ecco, ci piacerebbe che oggi quel suo impegno in campo aperto, senza ipocrisie, venisse seguito da altri grandi personaggi del mondo delle imprese. Non necessariamente "toccati" dalla disabilità. Lo sforzo organizzativo, economico, creativo, di tenacia e di orgoglio, dimostrato dalla Ferrari di oggi, è un modello interessante al quale attingere per affrontare in termini radicalmente nuovi, moderni, positivi, molti dei problemi che ancora impediscono alle persone con problemi di mobilità una piena cittadinanza nel nostro Paese.

Non è un caso dunque se abbiamo deciso di dedicare questo numero al Programma di Azione per l'handicap approvato dal Governo sulla base del lavoro scaturito, nel corso di questi ultimi dodici mesi, dalla Conferenza Nazionale di Roma. Proseguiamo in questo modo il lavoro di documentazione avviato già in occasione del fascicolo dedicato al nuovo nomenclatore degli ausili e delle protesi. Ci siamo resi conto che non si può mai dare per scontato che le informazioni circolino in modo appropriato e completo. Prima di tutto perché i mass-media generalisti non riescono ancora a comprendere l'esigenza di fornire, anche in questo settore, un'informazione competente e non generica. E poi perché è sicuramente utile avere a portata di mano un documento semplice da sfogliare e da consultare che fornisca una guida ragionata ai capitoli di un Programma complesso e articolato, che, per la prima volta, vede negli intenti un'azione interdisciplinare fra i tanti ministeri che hanno competenze in questa materia.

Diciamolo subito: non tutto ci piace e ci convince. Si tratta di materiali diversi, di livelli di approfondimento assai diseguali, di punti di partenza culturali a volte contraddittori. E sicuramente il punto debole di tutto il Programma è rappresentato dalla fragilità complessiva dell'impegno politico in questo campo. Le lunghe ombre elettorali, inoltre, rendono aleatoria l'applicabilità dei vari passaggi, delle singole tappe, dei diversi scenari di riforma. E' però facile, e poco dignitoso, scaricare sul ceto politico le responsabilità intere di una evidente frammentarietà di interventi. In questi ultimi anni è mancato uno sforzo culturale adeguato, da parte delle associazioni delle persone disabili, ma anche da parte dei singoli, degli enti, delle persone competenti. Era ed è importante costruire un terreno di valori condivisi, di punti di riferimento inalienabili, sottratti alla demagogia e agli schieramenti. Ci preoccupa, in questo periodo, sentire generiche profezie di sventura, nel caso di un'alternanza alla guida del Paese. E' anche questo un modo per non affrontare in termini corretti i problemi. Su alcune questioni - e i diritti delle persone disabili sono una di tali questioni - dovrebbe esistere un terreno condiviso di coltura delle idee e dei programmi. Ovviamente cambierà l'accentuazione o la scelta degli strumenti per realizzare le politiche sociali, ma non dovrebbero essere messe in discussione le finalità generali. Ma questo è vero solo se in modo autonomo e consapevole si è in grado di offrire al dibattito politico, e a vecchi o nuovi governanti, opzioni chiare e forti, paletti non facilmente sradicabili dal terreno.

Coltiviamo da tempo l'aspirazione ad una sorta di "Cernobbio" della disabilità: un luogo fisico di discussione alta, non strumentale, nel quale formare e informare, aggiornare e confrontare, scartare e scegliere, proporre e sollecitare. Mobilità può essere uno strumento culturale del cambiamento, attraverso la qualità dei servizi di divulgazione e di approfondimento, grazie soprattutto alla rete delle collaborazioni competenti e disinteressate. Tutto questo non prelude ad una asettica "neutralità", ma vuole essere solo un contributo a togliere dal campo le ipocrisie, o i vecchi schematismi. Se oggi, abbastanza a ragione, si teme che la faticosa riforma dell'assistenza non sia in grado di assicurare i diritti minimi alle persone con disabilità grave, è perché siamo consapevoli che la società nel suo complesso non ha ancora messo la qualità della vita in cima alle priorità dello sviluppo economico. Le leggi, come è noto, seguono con implacabile ritardo l'evoluzione della cultura e del costume. Dividersi fra pessimisti e ottimisti, o fra arrabbiati e rassegnati, non serve davvero a nulla. Dobbiamo oggi avere la forza di valutare con serenità il peso delle nostre idee e della nostra rappresentatività sociale. Se con umiltà e saggezza saremo in grado di compiere questa analisi, ci accorgeremo subito che le maggiori conquiste sono sempre state ottenute sul campo, sperimentando e combattendo, e non nelle aule del Parlamento, dove, oltretutto, questo mondo, il nostro mondo, è ancora oggi costretto a delegare quasi interamente ad altri la propria rappresentanza.

Franco Bomprezzi

 

 

Il presente articolo è di esclusiva proprietà di Mobilità Servizi sas.
Ogni riproduzione, su qualsiasi supporto, senza preventiva autorizzazione dell'Editore, è vietata.

 

Indice numero 9