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Mobilità numero 10

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Mobilità n. 10 - Ottobre 2000

Editoriale

Stanno lavorando per noi?

Copertina Mobilità numero 10La sensazione è sottilmente inquietante. Mai come in questi ultimi mesi, attorno al mondo delle persone con disabilità, si assiste ad un flusso tumultuoso e crescente di iniziative, pronunciamenti, attenzioni, dichiarazioni, progetti. La disabilità fa tendenza? E' finalmente così diffusa quella nuova cultura della normalità che invochiamo da quando avevamo i capelli non brizzolati? In parte, forse, sì. Sarebbe ingiusto non valutare correttamente, e in termini altamente positivi, una disposizione culturale differente, un clima di comprensione e di rispetto, che non è più semplicemente solidarietà nei confronti di una fascia sociale emarginata, ma è accettazione del diritto di cittadinanza. E' in qualche misura l'onda lunga della legge quadro del 1992, ma è anche il riflesso di una serie di contributi che vengono da altri Paesi, dal Nord Europa, come dagli Stati Uniti. E' anche il frutto di alcune lungimiranti politiche, in particolare quella sull'integrazione scolastica, che davvero pongono il nostro Paese in una situazione di assoluto privilegio (ovviamente molto spesso teorico) rispetto perfino agli altri partner europei.

Anche il mondo della comunicazione multimediale appare più sensibile, e a tratti perfino più intelligente. Abbiamo assistito (ad ore da insonni, per la verità) a ottimi programmi sportivi (della Rai e di Telepiù) dedicati alle Paraolimpiadi di Sidney. Finalmente, con asciutto linguaggio giornalistico, abbiamo sentito parlare di gare e di campioni, senza aggettivi inutili, senza prediche moraleggianti. Lo sport per disabili meritava questo approccio molti anni fa. Nel frattempo le discipline sportive hanno languito, e la diffusione della pratica agonistica ne ha risentito parecchio, tanto che non abbiamo vivaio e le medaglie d'oro di oggi sono atleti con qualche nipote in famiglia.

Eppure, accanto a questi sintomi di civiltà, permangono zone d'ombra, un'ombra all'interno della quale avvengono fatti inspiegabili e gravi. Qualche esempio? La sistemazione delle persone a mobilità ridotta sugli aerei della compagnia di bandiera. Da luglio, annunciata da un edulcorato comunicato che sembrava addirittura voler dimostrare un'ulteriore attenzione alla mobilità dei disabili, è partita la "grande restaurazione". Per ragioni di sicurezza (!) i viaggiatori in sedia a ruote vengono collocati senza eccezione (fino a un certo punto), nelle ultime file degli aerei di linea, costringendo assai spesso a penosi e difficili attraversamenti dello strettissimo corridoio, aiutati dal personale di assistenza, non sempre in grado di garantire un'esperienza adeguata ai singoli casi nelle fasi di sollevamento, trasporto e trasferimento dei viaggiatori. In quelle file, si dice, ci sono i braccioli che si sollevano e consentono più agevolmente il passaggio dalla sedia alla poltrona dell'aereo. Nelle immediate adiacenze sono collocate le toilette (notoriamente assai accessibili...). E' un calvario poco dignitoso, se non addirittura umiliante, deciso unilateralmente, e che costringe, nei casi più gravi ed evidenti di impossibilità ad accettare questo trattamento, ad una estenuante trattativa personale con il comandante di turno, costretto ad assumersi responsabilità personali, chiudendo un occhio (naturalmente non quando deve pilotare l'aereo) pur di venire incontro a situazioni oggettivamente serie, che possono essere risolte solo consentendo l'uso delle poltrone delle prime file. Abbiamo perfino sospettato che le nuove misure restrittive siano in qualche modo legate a qualche silenziosa protesta dei Vip che spesso bloccano, nella prenotazione, i primi posti, magari poi lasciandoli vuoti. Non abbiamo le prove del complotto, ma, a maggior ragione, vorremmo che questa situazione venisse affrontata subito, attraverso incontri tecnici seri, ufficiali, rispettosi delle rappresentanze delle associazioni dei disabili, ma anche delle esigenze di viaggiatori che sono clienti normali, che pagano biglietti assolutamente senza sconto.

Un altro esempio? In queste settimane abbiamo ricevuto, quotidianamente, richieste di chiarimenti, proteste, suggerimenti su azioni da intraprendere per far emendare l'articolo 51 della bozza di legge Finanziaria presentata dal Governo. L'articolo 51 è quello che prevede la concessione di due anni di congedo retribuito per i genitori di persone con handicap in situazione di gravità: un provvedimento, anche in questo caso, molto sbandierato, in termini positivi, in occasione di convegni, conferenze, documenti più o meno riservati. L'articolo 51 contiene, invece, nella sua stesura originaria (al momento di andare in macchina non possiamo sapere se verrà emendato, anche se lo speriamo) una condizione bizzarra, per usare un eufemismo: per accedere al nuovo beneficio è necessario aver già fruito per almeno 5 anni dei permessi previsti dall'articolo 33 della Legge 104/1992. Non vorremmo davvero pensare ad un'occhiuta previsione di risparmio, nella speranza che dopo cinque anni molti dei disabili gravi non siano più in vita. Anche in questo caso il contrasto fra la forma ("stiamo lavorando per voi") e la sostanza (una nuova iniquità) appare del tutto evidente.

Un terzo esempio? L'applicazione della legge 68 per il collocamento lavorativo. E' passato quasi un anno dall'entrata in vigore, e sta per arrivare perfino una direttiva della Commissione Europea, basata sull'articolo 13 del trattato di Amsterdam, che sancisce la non discriminazione in base alla condizione di disabilità. Eppure assistiamo al torpore delle amministrazioni centrali e periferiche, che non danno luogo alla realizzazione degli organi previsti per l'effettiva attuazione della legge, quasi che il lavoro sia una condizione "virtuale": basta dichiararla e si realizza per incanto. Non è così. I dati sono tuttora sconfortanti, e soprattutto non assistiamo a nessun vero programma di formazione professionale autentica, che è la premessa di un inserimento lavorativo basato sulle effettive esigenze del nuovo mercato del lavoro.

Un ultimo esempio? Le nuove barriere architettoniche, quelle della comunicazione in Rete. Sottili e impalpabili, stanno rendendo sempre più problematico l'accesso all'informazione e ai servizi per centinaia di migliaia di persone con problemi seri di mobilità o di vista. L'accessibilità dei siti sembra una delle tante battaglie contro i mulini a vento, e per certi versi lo è, perché la questione comincia da molto lontano, da chi produce e distribuisce gli strumenti informatici, il software, ma anche l'hardware. E dunque, anche in questo caso, assistiamo ad uno sconfortante atteggiamento ambiguo, di solidarietà e di comprensione ad ogni livello, che però, nella pratica quotidiana, si traduce in cinico e spietato disinteresse.

Eppure, state tranquilli, tutti stanno lavorando per noi. Non disturbiamoli troppo.

Franco Bomprezzi

 

 

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