Mobilità
Mobilità numero 11

Home Page
Questo numero
Numeri precedenti
Richiedi Mobilità
Benvenuto
Scheda tecnica
Scrivi a Mobilità
Collegamenti

Mobilità n. 11 - novembre 2000

Editoriale

Consumatori si diventa

Copertina Mobilità numero 11In questo numero di Mobilità, fra i tanti servizi di sicuro interesse per i Lettori, c'è anche un mio articolo relativo alla conferenza italiana di una grande piccola donna americana, Katherine D. Seelman, che dirige il più importante centro di ricerca su ausili e riabilitazione. Parlando di persone con disabilità, ha sempre detto "consumatori", come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Questa sua sicurezza mi ha molto colpito perché è evidentemente il frutto di una cultura metabolizzata e vissuta nel concreto. Personalmente non sono un acritico ammiratore del cosiddetto modello americano, anche perché l'esclusione sociale di chi non ha i mezzi per pagarsi le cure e i servizi è uno dei fenomeni più evidenti e diffusi in quel grande Paese, tanto da far sembrare il nostro sistema di garanzie socio-sanitarie quasi un esempio da imitare ed esportare. Ma su questo punto, ossia sulla consapevolezza del ruolo strategico di un cittadino inteso come consumatore, abbiamo davvero molto da imparare. Il fatto è che consumatori si diventa, non si nasce. Acquisire una mentalità di questo genere, nel caso delle persone con disabilità, significa prima di tutto uscire dalla logica della singola categoria da tutelare. I consumatori sono tanti, e sono differenti, ma hanno spesso problemi ed esigenze comuni. Facciamo qualche esempio: se è vero che i televisori americani devono essere predisposti per la sottotitolazione riservata ai non udenti, ciò significa che il prodotto destinato ai consumatori non è destinato solo ai disabili di oggi, ma è pronto per risolvere problemi di udito che verranno in seguito, per l'avanzare dell'età o per una malattia invalidante. Se i computer acquistati dalle amministrazioni pubbliche degli Stati Uniti devono tutti rispondere a requisiti di ergonomia e di accessibilità, questo significa che i consumatori americani, tutti i consumatori americani, trarranno vantaggio dalla cultura e dall'esperienza maturate dalle persone con disabilità. E' questa la rivoluzione culturale che rende comprensibile e accettabile il concetto di "pride", ossia di "orgoglio" associato alla condizione di disabilità. Questo concetto a noi appare a volte una forzatura, solo perché non abbiamo elaborato sufficienti strategie di penetrazione culturale nel mondo del potere economico e politico, ma forse soprattutto nel mondo della comunicazione. L'orgoglio nasce dalla consapevolezza di essere portatori di valori, di esperienza, di cultura utile per tutti. Anche noi sappiamo queste cose, e cerchiamo, ad esempio attraverso questa rivista, di diffondere analoga consapevolezza anche in Italia. Ma siamo oggettivamente più deboli. Manca un legame organico con la società civile, quella che si esprime attraverso battaglie generali, come quella per la riforma del welfare o quella per il miglioramento della scuola pubblica. Il movimento delle associazioni dei disabili ha troppo spesso dovuto battersi in trincea per difendere diritti minimi essenziali, tranne poi non riuscire, di fatto, a garantire neppure quelli. Basti pensare, oggi, alle legittime, anche se a volte esasperate, critiche rivolte alla legge quadro di riforma dell'assistenza. Giocare sempre in difesa è faticoso, e oltretutto è frustrante. Sembra sempre di essere sul punto di incassare un gol e di perdere la partita. Forse è giunto il momento di cambiare tattica, di cercare nuove alleanze sociali, ad esempio con il movimento che si batte per un ambiente migliore, o con chi, nel nuovo mercato, difende i diritti dei consumatori di fronte allo strapotere della new economy. Nella trasformazione del mercato del lavoro, ovviamente, sarà sempre più difficile per una persona disabile priva di adeguata formazione professionale trovare un'occupazione stabile e correttamente remunerata. Ma non potrà mai bastare appellarsi all'attuazione della legge 68 per vedersi garantiti diritti che comunque, nello stesso momento, vengono negati ad esempio ai giovani in cerca di prima occupazione. Analogo ragionamento potrebbe essere fatto per la mobilità nei centri urbani (gli autobus accessibili, i parcheggi, i piani del traffico e della sosta: sono tutte questioni nodali). Se le consulte dei disabili, o le singole associazioni, non alzano il periscopio e non cercano nuovi compagni di strada, ben difficilmente si potranno conseguire risultati paragonabili a quelli dei "consumatori" americani. Consumatori che, ricordiamolo bene, sono figli delle battaglie dei reduci paraplegici del Vietnam, gente capace di occupare le università, di organizzare sit-in di protesta, di partecipare a marce non violente, e così via, ma soprattutto capace di esprimere una autentica leadership culturale in un Paese multietnico, complesso, nevrotico, spesso in crisi di identità. Questa leadership è sicuramente nata in ambiente democratico, ma non è riducibile ad uno schieramento politico: fa parte del patrimonio dell'intero Paese, e dunque è in grado di combattere anche nel momento del passaggio di potere dai democratici ai repubblicani. Ecco perché, mai come oggi, anche in Italia dovremmo maturare una riflessione seria sui contenuti e sui modelli dell'iniziativa politica delle persone disabili, proprio perché non devono essere soggetti a mutazioni determinate da cambiamenti di quadro politico, ma possono essere elemento di continuità e di crescita civile e sociale per tutti. Il punto di vista dei "consumatori" è sicuramente quello più moderno e più corretto. E forse anche quello più scomodo, perché esige ogni volta di mettersi in discussione, e in rapporto con altre rappresentanze sociali, altrettanto legittimate a difendere diritti non garantiti.

Franco Bomprezzi

 

 

Il presente articolo è di esclusiva proprietà di Mobilità Servizi sas.
Ogni riproduzione, su qualsiasi supporto, senza preventiva autorizzazione dell'Editore, è vietata.

 

Indice numero 11