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Mobilità n. 15 - Anno 3
Editoriale
Giustizie federali
In
questo numero Mobilità azzarda un'indagine in cui nessuno
finora si era avventurato, tanto è farraginoso e sfuggevole
l'oggetto di analisi. Strano. Eppure il bisogno è tanto
evidente quanto pressante ed univoco: adattare la propria
abitazione, non già per renderla più bella di
quella del vicino, ma per poterla vivere anziché essere
prigionieri di ostacoli e barriere insormontabili per chi
ha qualche problema di disabilità.
Dalla nostra indagine appare, al contrario, evidente un'ingiustificata
variabilità nei comportamenti delle regioni italiane:
sembra che le necessità di un disabile siciliano siano
diverse da quelle del suo pari di Milano, o della Toscana,
sicché accade che nel poco qualcuno abbia un po' di
più, qualcuno di meno, e qualcun altro nulla. Segnali
forieri di un federalismo imminente?
Strano Paese l'Italia. Si alterna in slogan tanto chiari
e semplici da apprendere e ripetere da somigliare ad un'innocua
cantilena per bambini: "Siamo in Europa", "Ci
vuole il federalismo" "Federalismo subito",
"Arriva l'Euro! Evviva l'Euro!". E sono slogan che
accomunano la Sinistra parlamentare più estrema alla
Destra più conservatrice, passando per l'Ulivo, per
Forza Italia e per i cespugli di ex e transfughi di varia
origine e destinazione.
Federalismo: sembra che la cura, conquistata dopo anni
bui di centralismo, per gran parte dei malanni che affliggono
il nostro acciaccato Paese, sia l'attribuzione alle regioni
e agli enti locali di una maggiore autonomia e di competenze
che finora erano gelosamente conservate a Roma. Sanità,
scuola, assistenza sociale, politiche agricole e cento altre
amenità, saranno gestite a livello locale in modo più
efficace, onesto, probo e corretto. Questo sembra un punto
di vista universalmente condiviso, tanto da apparire intangibile.
Timidamente, dal nostro parzialissimo punto di osservazione,
ci permettiamo di rilevare, sottovoce, che, per lo meno nel
settore della disabilità e del sociale, gli enti locali
hanno già ottenuto in questi anni ampi mandati di azione.
In sostanza da Roma si è detto: "Le regioni e
le provincie autonome possono ..." e queste non sempre
hanno raccolto il suggerimento. Qualche esempio?
La legge quadro sull'handicap, che nel 2002 compie dieci
anni, è zeppa di queste indicazioni che però
mancano talvolta di copertura finanziaria, talaltra non prevedono
strumenti sanzionatori o di censura. Ed è così
che le politiche per l'handicap, che devono radicarsi sul
territorio, non si sono mai consolidate se non in qualche
isola felice ma molto spesso effimera.
Qualche esempio? La legge quadro prevedeva l'istituzione
del servizio di aiuto alla persona; qualcosa di diverso dalla
buona vecchia assistenza domiciliare. Chi l'ha visto?
Ancora: le regioni avrebbero dovuto elaborare, nell'ambito
dei piani regionali di trasporto e dei piani di adeguamento
delle infrastrutture urbane, "piani di mobilità
delle persone handicappate". A nove anni di distanza
ci risulta che l'unica regione in regola, almeno formalmente,
sia il Friuli Venezia Giulia: un po' troppo poco.
Ma ci sono anche lacune più recenti imputabili
alle regioni. Una legge del '98 prevede l'opportunità
di finanziare "progetti di vita indipendente" a
persone con handicap grave. Si tratta, in linea teorica, di
un capovolgimento dell'ottica dei servizi sociali. Il disabile,
in grado di autodeterminarsi, riceve un contributo a fronte
di un progetto di autonomia personale: può scegliere
chi gli presti assistenza, per quali attività, in quali
orari. Il contributo verrà erogato a fronte dei relativi
giustificativi di spesa.
Qualcuno, trascinato da un insano entusiasmo, ha addirittura
sostenuto che ormai, anche in Italia e non solo fra i fiordi,
la vita indipendente è legge, mal soppesando la inveterata
resistenza nelle regioni ad introdurre novità, tanto
più se destabilizzanti di un delicato equilibrio fatto
di limiti di spesa ma anche di intoccabili convenzioni con
altrettanto intoccabili cooperative sociali di assistenza
domiciliare. E così la cosiddetta vita indipendente
ha interessato - sì e no - qualche decina di persone
in Italia e i contributi previsti sono stati buttati nell'impasto
tappabuchi della legge quadro. Un po' troppo poco, ma più
che sufficiente per imbastirci qualche servizio televisivo
di sicura presa.
Migliorerà tutto questo con la rivoluzione federalista
in arrivo? Riuscirà la riforma, di cui è incaricato
il suo più fiero paladino (Umberto Bossi) assurto all'incarico
di ministro, ad infondere negli enti locali l'attenzione nei
confronti dei cittadini più deboli?
Anche un altro ministro, Sirchia, sostiene con vigore
che la quasi totalità delle funzioni sanitarie deve
essere oramai delegata alle regioni. Staremo a vedere che
cosa accadrà. I nostri timori vanno, a tutta prima,
al settore della riabilitazione e degli ausili, ambiti in
cui già si assiste ad una vistosa diversificazione
di comportamenti (leggasi "disparità di trattamento").
Quale senso avrà ancora il cosiddetto nomenclatore
tariffario delle protesti, degli ortesi e degli ausili? Oggi
quello strumento regola la fornitura a carico del Servizio
Sanitario Nazionale di quei dispositivi e già prevede
ampi, anche se macchinosi, margini di tariffazione da parte
delle regioni.
Ma, in mezzo a cento regolette, non viene centrata la
sostanza della questione: se una persona disabile ha necessità
di ausilio bisogna forniglielo poiché certamente la
sua richiesta non è dettata da un capriccio o un vezzo.
E questa esigenza è uguale a Trento, a Palermo e a
Lione. Già perché in tutto questo sforzo federalista
si insinua anche la dimensione europea. Mentre da un lato
vorremmo ricostruire 20 piccole repubbliche, dall'altro non
possiamo scordarci della Comunità sovranazionale. Non
possiamo nemmeno immaginare una Comunità che si occupi
solo di quote latte o di elettrodomestici o di standard tecnici,
ma non vorremmo apparire antieuropeisti annotando che, ad
oggi, nessuna direttiva comunitaria (preferiamo tacere - per
stavolta - sui finanziamenti europei) ha investito direttamente
e in modo determinante gli interessi e la tutela delle persone
con disabilità. E in più di qualche occasione
si è sfiorato anche il ridicolo.
Nel giugno del '98 il Consiglio della Comunità
raccomandava agli Stati membri l'adozione di un tagliando
per il parcheggio delle persone con disabilità con
caratteristiche unificate in tutti i Paesi aderenti. Questo
avrebbe consentito al disabile napoletano, in possesso di
questo documento di parcheggiare ad Amsterdam, al contempo
il paraplegico spagnolo avrebbe potuto sostare nelle aree
riservate di Milano. Ma non essendo obbligatoria l'adozione
di quella raccomandazione, la maggioranza dei Paesi europei
si è ben guardata dal recepirla. Sembra che le eccezioni
siano la Spagna e la Germania. Ovviamente quel tipo di tagliando
non è conosciuto alle forze dell'ordine italiane. Già
immaginiamo il vigile romano, molto simile all'Albertone nazionale,
di fronte ad una Seat adattata e dotata di tagliando esclamare:
"anvedi che roba?" Segue contravvenzione.
Carlo Giacobini
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