Mobilità
Mobilità numero 16

Home Page
Questo numero
Numeri precedenti
Richiedi Mobilità
Benvenuto
Scheda tecnica
Scrivi a Mobilità
Collegamenti

Mobilità n. 16 - Anno 3

Taccuino di viaggio

A New York più che mai

di Anna Grazia Giulianelli

New YorkRiteniamo che il modo migliore di commentare gli orribili fatti accaduti l'11 settembre del 2001, sia di lanciare comunque un messaggio positivo. Non è stata colpita solo la metropoli simbolo degli affari e della finanza, ma anche un centro di cultura e una città che sembra davvero realizzata pensando anche alle persone con disabilità.

Questo articolo è stato scritto prima dell'11 settembre scorso.

Lo stile un po' scanzonato è inevitabile per chi, come me, tende a sorridere delle proprie difficoltà ma adesso mi pare anche un tenero omaggio ad un popolo pragmatico e poco incline a piangersi addosso anche di fronte ad eventi terribili ed inimmaginabili. Quelle torri gemelle che si sono sgretolate come in un film, il Pentagono violato, il quarto aereo precipitato, sono diventati una sorta di horror che nessuno di noi dimenticherà anche quando la vita sembrerà avere ripreso i ritmi di sempre. Ogni sera corro a controllare il mondo attraverso il telegiornale.

Con questo pezzo abbraccio gli amici americani e invito con ancora più forza a visitare Manhattan, città mitica e familiare al tempo stesso, il cui fascino nessun terrorista può distruggere.

Vorrei essere là a testimoniare la necessità di combattere il terrorismo con le politiche di pace, voglio andare il 14 ottobre ad Assisi per la marcia della pace.

Come un film

Quando all'aeroporto trovate un addetto alla riga gialla per mantenere la fila ordinata, siete arrivati negli Stati Uniti. Se, come me, siete sbarcati all'aeroporto Kennedy di New York, appena arrivate fuori, avrete un soprassalto e cercherete il telecomando per cambiare canale. Diversamente da Peter Sellers in "Oltre il giardino", non c'è la pretesa di cambiare le scene sgradevoli con il telecomando, ma è tutto talmente simile alla finzione che pensate di essere finiti ... nel film!

Curioso l'inizio di questa avventura: viaggio Lufthansa da Bologna su Francoforte per NY, ma al Marconi di Bologna scopriamo uno sciopero Lufthansa (in crisi la precisione teutonica) che ci costringe a viaggiare Alitalia e arriviamo persino in anticipo sul previsto, mentre l'amico che ci aspetta al JFK scopre lo sciopero e una Lufthansa poco efficiente (!) che non sa dire con quale compagnia ci ha spedite.

Così non ci incontriamo e noi prendiamo uno splendido taxi giallo sperando che l'autista non abbia niente a che vedere con l'assassino del "Collezionista di ossa".

I grattacieli sono come li vediamo ogni giorno, al telegiornale, nei telefilm, al cinema. Il Chrisler, l'Empire State Building e Twin Towers, il Rockefeller Center e Central Park, la Quinta Strada e le macchine della polizia, i poliziotti e i camions tutti acciaio e cromature e via così: il primo giorno si va alla scoperta di un mondo vero che si credeva finto.

Senza ostacoli

Già al secondo giorno ci accorgiamo che è possibile girare da sole senza inciampi e senza smarrimenti e mandiamo una cartolina al presidente della sezione di Cesena dell'associazione paraplegici proponendo una gita sociale a NY perché qui, 20 carrozzati non creano intralci: la larghezza dei marciapiedi è nell'ordine dei metri, dove c'è un gradino c'è una rampa, in tutti i bar c'è almeno un bagno grande abbastanza da ospitare anche una eventuale clientela disabile.

Il terzo giorno abbiamo chiaro che Manhattan è una città costruita per facilitare la vita di chi, arrivando da altri paesi, ha bisogno di indicazioni semplici.

La geometria delle strade è elementare: da nord a sud le Avenue, da est a ovest le Street, tutte rigorosamente in ordine numerico. Se siete alla 42 Street ovest non avete bisogno di carte e mappe per arrivare alla 24 est, basta contare e poi attraversare la 5a Avenue che fa da spartiacque tra est e ovest.

E' una città costruita da emigranti per emigranti . Da un lato la pedissequità delle indicazioni, la mania dell'ordine e dell'efficienza, dall'altro la presenza di umani di tutte le specie, di tutti i colori, carrozzati in fantastiche varietà di ruote (pattini, monopattini, bicicli, monocicli, carrozzine a tre, quattro ruote), tutto fa pensare ad un grande bisogno che ogni cosa funzioni perfettamente a conferma di essere arrivati in un mondo "veramente nuovo". Il risultato è che funziona mirabilmente anche per noi.

In van

Il viaggio negli USA è uno di quei piacevoli imprevisti che ogni tanto fortunatamente capitano: la ragione fondamentale è un invito di nozze che comporta il "sacrificio" di un breve soggiorno a NY e di un viaggio attraverso il New England fino al Maine, ospiti della famiglia della sposa .

Il quarto giorno lasciamo NY per il Connecticut: partiamo in treno senza problemi, il livello del marciapiede è all'altezza dello scompartimento. Ascoltando la preoccupazione del personale vien da pensare che non sia dappertutto così ma non ci saranno barriere nemmeno alla stazione di arrivo.

A Hartford noleggiamo un Van 15 posti e attraversiamo tutto il New England fino ad arrivare a Vinalhaven, un'isola del Maine, ospiti di amici in una splendida casa su un Atlantico che pare un lago svizzero, grigio e circondato da pinete maestose. In Svizzera però non pescano aragoste né raccolgono cozze con la bassa marea.

Dovunque accessi, bagni, rampe o ascensori per disabili e tante persone in carrozzina in giro. E' stato un sollievo verificare che non tutti i traghetti da Rockland per Vinalhaven erano attrezzati per disabili e siamo anche riusciti a trovare un attracco, per andare sull'isola vicina, Northaven, difficilmente praticabile.

Compagni di avventura

Come sempre la possibilità di spostarmi per brevi tratti utilizzando due tetrapodi mi ha consentito di partire sapendo di essere in grado di superare un discreto numero di difficoltà. Come sempre i compagni di viaggio, amici di vecchia data, non hanno lesinato l'aiuto, fornendo puntualmente l'energica spinta per issarmi a bordo del pulmino e intervenendo comunque con sollecitudine .

Accompagnatrice d'elezione mia figlia maggiore, Alice, allenata da 10 anni di viaggi.

Siamo in 9, i nonni materni della sposa, lo zio Michele, la zia Loretta con il marito, Alberto e le due figlie, Simona ed Enrica, le cugine italiane. Il gruppo è misto ma assolutamente divertente: il nonno si incastra con le cinture di sicurezza del Van, la nonna vuole dirigere i lavori, Alberto imita perfettamente Onlio, le ragazze hanno frequenti pretesti per ridacchiare ma sono ottime cuoche, Michele è l'indiscusso capo, Loretta ed io rappresentiamo la truppa: il contributo di Loretta è determinante nell'organizzazione quotidiana, il mio è prevalentemente dialettico.

Di fatto ho utilizzato i tetrapodi solo all'interno delle abitazioni che avevamo a disposizione perché gli spostamenti in città, per prevedibile assenza di barriere, sono avvenuti esclusivamente in carrozzina e anche i due alberghi (l'Hilton di Hartford e il Comfort Inn di Portland), utilizzati negli spostamenti, avevano ottime camere attrezzate per disabili.

Ancora New York

Obbligatoria una ulteriore sosta a NY (siamo rimasti in 6) prima del rientro e questa volta becchiamo un ingresso alla metropolitana senza ascensori e finiamo in un albergo, il thirty-thirty, nella trentesima strada est, che al telefono dice di avere camere per disabili ma che nella realtà non sa nemmeno cosa sono. Quasi quasi ci sentiamo a casa! Saranno il Metropolitan e il Moma a ricordarci dove siamo.

Lamerica

Dopo due settimane, siamo alla fine di un viaggio straordinario che ci ha lasciati senza il becco di un quattrino: prosciugata la carta di credito, finito il contante, ci ritroviamo in sei al JFK con un dollaro e 7 valigie mentre un carrello portabagagli costa due dollari di noleggio ma entusiasti e felici di avere visto "Lamerica" e di tornare. Rimediamo anche un carrello gratis.

L'impressione più forte di questo paese è che l'americano non esiste, esiste per dirla con Frank Mc Court ("Che paese l'America"), l'italo-americano, l'americano-irlandese, il russo-americano. Quello che accomuna tutti gli americani è il trattino e una conseguente necessità di radici e appartenenze. Addison, pescatore di aragoste del Maine, uomo semplice e straordinario, è l'americano più autentico incontrato: le sue origini europee sono abbastanza lontane nel tempo da essere imprecise.

Il matrimonio a cui eravamo invitate, è, da questo punto di vista, emblematico: gli sposi sono due giovani americani provenienti da famiglie di italiani per la sposa, di greci per lo sposo. La cerimonia nuziale è celebrata con il rito greco-ortodosso. Partecipa il sacerdote cattolico. Gli invitati hanno tutti il trattino, gli amici trentenni degli sposi, tutti medici come loro (!), sono in gran parte emigranti di prima generazione, arrivati bambini negli Stati Uniti dalla Russia, dall'Indonesia, dal Giappone, dal Pakistan, dall'Italia. Alla festa un'orchestrina americana-mediterranea ogni tanto propone danze greche, walzer e tarantelle. In qualità di spettatrice coatta, mi affidano un tamburello, inconsapevoli della mia assoluta sordità musicale: non è un ballo ma ho anch'io qualcosa da fare!

Ogni volta che dichiariamo di essere italiani ci sentiamo guardati come esseri privilegiati e lo siamo, il made in Italy è considerato sinonimo di qualità e bellezza: forse siamo meno razionali e poco efficienti ma sicuramente creativi, allegri, e viviamo in un paese bellissimo e così ricco di arte e di storia che tutti ci invidiano!

Lingua

La barriera più grande risulta quella linguistica: negli USA è necessario contrattare tutto con decisione, alberghi compresi; verificare attentamente i prezzi, le mance e le tasse; protestare, se necessario, ma questo è possibile solo se la conoscenza della lingua è discreta. Il mio inglese mi consente di formulare correttamente le domande ma non mi consente di capire risposte diverse da "yes or not". Senza gli anglofoni del gruppo avrei dovuto assoldare un interprete.

Ciliegina finale: al JFK l'aereo Lufthansa ha 5 ore di ritardo. Ci danno buoni da 15 dollari a testa per mangiare (e avevamo avanzato un dollaro!). Abituati al risparmio mangiamo cinese in sei utilizzando la metà dei dollari e poi non sappiamo come consumare i buoni rimasti. Finalmente a Bologna... dove io e Alice scopriamo con orrore che è andata smarrita la valigia con tutti i vestiti "buoni" del matrimonio: all'imbarco americano la hostess ha considerato come settimo bagaglio la mia carrozza anziché la mia valigia. Consegneranno la trolly perduta 24 ore dopo.

Come conclusione non è male.

Disagi aerei

La modalità con cui siamo accolte a bordo dalle compagnie aeree mi risulta incomprensibile: sia con Alitalia che con Lufthansa ci danno un posto qualunque in questi enormi aerei intercontinentali dove stare seduti 8 ore, senza allungare le gambe, può diventare una tortura proprio per chi non può permettersi di sgranchirsi le gambe. Nonostante la segnalazione e la richiesta di assistenza mi incastrano nel corridoio di mezzo, in un posto di mezzo e posso solo contare sul mio sonno catalettico. Esistono postazioni ottime per noi, i primi sedili vicino agli sportelloni hanno infatti tutto lo spazio per rendere meno sofferto un lungo viaggio.

Un tempo quelli erano i posti naturalmente riservati ai disabili oggi non è più così, cosa è cambiato?
Siamo diventati meno disabili noi o sono più disabili loro?

 

 

 

Il presente articolo è di esclusiva proprietà di Mobilità Servizi sas.
Ogni riproduzione, su qualsiasi supporto, senza preventiva autorizzazione dell'Editore, è vietata.

 

Indice numero 16