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Mobilità numero 16

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Mobilità n. 16 - Anno 3

Software didattico

Tavolozze virtuali, artisti reali

di Francesca Lorenzon e Amalia A. Manca

colori a temperaParole, parole, parole... soltanto parole, parole tra noi... Una canzone nata non per la scuola, ma buona anche per la scuola. Parole, parole, parole...non sempre però le idee riescono ad esprimersi attraverso le parole; e il segno grafico, la parola scritta, non basta da sola a materializzare l'idea! Occorre allora un altro segno - quello figurativo - perché davvero le parole prendano corpo. Ed anche in questo caso il PC ci può essere d'aiuto.

L'esperienza quotidiana di ognuno di noi ci insegna quanto, talvolta sia difficile esprimersi solo attraverso le parole. Tutti, almeno qualche volta, fatichiamo a penetrare idee che ci risultano troppo astratte. E ancor più questa difficoltà appartiene a bambini e ragazzi, specialmente in alcuni casi quando sono disabili.

Già... ma allora diamo spazio al disegno, al colore! L'arte, infatti, esprime l'inesprimibile e, in fondo, per veicolare le idee non serve tanto... basta semplicemente un disegno!

Odio il disegno!

Detto così sembra l'uovo di Colombo, ma la realtà spesso è un'altra. No, non è che il nostro alunno non sia in grado di impugnare matite, pennarelli, pennelli..., solo, semplicemente, rifiuta di usarli perché non si riconosce in ciò che riesce (o non riesce) a realizzare e, alla fine, non si piace; in altre parole, cioè, gode di scarsa autostima. E allora, che fare?

Premesso che "la" ricetta per intervenire non esiste ed ogni situazione è davvero diversa, crediamo però che il racconto di un'esperienza possa, in qualche modo, illustrare un percorso e degli strumenti che si sono dimostrati efficaci. Il nostro alunno dunque, (Alfredo), aveva, come tutti i suoi compagni di scuola media, qualche difficoltà a concettualizzare, ma, per lui, questa difficoltà era più marcata e frequente perché il ritardo mentale gli limita la capacità di astrazione.

Dalla carta al PC

Disporre di stimoli dotati di forma, in qualche maniera "tangibili", e muoversi nella direzione del "fare" si erano dimostrati ben presto due imperativi nella pratica didattica, ma occorreva trovare una nuova via rispetto al disegno tradizionalmente inteso.

È accaduto così che si sono lasciati da parte matite, righelli, colori... per sostituirli con il computer e per scoprire poi, con sorpresa, che si poteva facilmente riprendere in mano (con ritrovata fiducia) i tradizionali strumenti del disegno. Davanti al PC Alfredo si sentiva contemporaneamente nel mondo dei grandi e delle persone in gamba, che lo usano nel lavoro e nello studio, ma anche, insieme, era immerso nella piacevole e rassicurante dimensione del gioco.

Con Paint, Alfredo si liberava finalmente dall'ossessione dell'errore ed iniziava a scarabocchiare con tranquillità, certo di poter modificare, perfezionare, correggere senza danno. La possibilità di attingere colore da un secchiello virtuale senza sporcarsi aveva suscitato subito in lui vivo interesse! Prima di iniziare ad usare il PC, le sue opere avevano tempi di realizzazione "secolari": ogni macchia doveva essere subito pulita! Ogni errore nel segno doveva essere immediatamente corretto con l'introvabile gomma! I colori, poi, non erano mai quelli giusti! Tutto ora, invece, diventava più semplice ed immediato e, qualche tempo dopo, il nostro Alfredo diventava finalmente capace di sporcarsi le mani.

Dal PC alla carta

Esplorando giochi didattici del CD DIDA1 realizzato dal Centro documentazione del Provveditorato agli Studi di Treviso (www.provvstudi.tv.it/cedoc), Alfredo giocava, ma, intanto, apprendeva anche un sacco di cose che spaziavano dal piano dell'attività grafico-pittorica, alla metacognizione, al controllo di sé.

Colorare i moduli ripetuti dentro un quadrato del gioco Crayon Box, aveva permesso ad Alfredo di familiarizzare con quelle figure e quei reticoli e, successivamente, l'aveva anche reso in grado di accettare lo sforzo di eseguire disegni periodici in geometria, rendendo più sicuro e meno inciso il segno.

Con Funny Face, improvvisandosi disegnatore di identikit, Alfredo accostava capelli, occhi, nasi, bocche, realizzando volti diversi intorno ai quali nascevano storie che non erano più solo parole, ma ora anche figure. E per ottenere quei volti, aveva dovuto imparare ad aspettare i tempi del computer, ma anche a divertirsi a cambiare, a rifare, correggere, senza avere più l'ansia di un prodotto "brutto". Nascevano così disegni che, finalmente, Alfredo mostrava con orgoglio ai compagni e iniziava a riscuotere complimenti proprio per un tipo di attività per le quali si era sempre sentito "scarso".

A poco a poco, attraverso quei disegni, Alfredo incominciava a trovare modo di esprimersi e aveva capito che là dove con il PC non poteva disegnare tutto ciò che gli serviva, poteva intervenire personalmente: il bel viso pacioccone che era riuscito a realizzare con Funny Face non diceva davvero tutto di lui, mancavano le lentiggini! E per il volto del pirata mancavano la cicatrice e il coltello tra i denti! Particolari tutti di fondamentale importanza, questi.

E allora bisognava prendere in mano matite e colori ed intervenire. Una volta avviato il lavoro, non era più così impossibile continuare a disegnare per dare anche un corpo alla testa del pirata. E poi, quel personaggio a poco a poco conquistava anche il diritto ad avere uno sfondo in cui essere immaginato protagonista di fantastiche storie. Infine, quei disegni diventavano non di rado l'occasione per sperimentare tecniche diverse (pastello, tecnica puntinista, tempera, acquerello ecc.).

Uno strano atelier

Ma come nascevano questi lavori? Dove venivano realizzati? Con quale finalità immediata?

Se alcune attività trovavano la loro origine negli argomenti proposti dalle varie materie (il sistema solare, gli strumenti musicali, le bandiere..., per esempio), altre nascevano come adattamento di proposte di educazione artistica, ed altre ancora nascevano per concrete esigenze estetiche. Già, perché Alfredo nei tre anni di scuola media ha lavorato in classe con i compagni, ma ha anche operato fuori dall'aula, con compagni della sua o di altre classi. E questo spazio "altro" era importante diventasse davvero accogliente: luogo di apprendimento, di incontro e di espressione. Quella che in passato era stata identificata negativamente come l'aula di sostegno, nella riorganizzazione degli spazi scolastici era stata, ad un certo punto, destinata ad accogliere una nuova classe.

Dove andare allora quando il lavoro fuori dalla classe è momento importante? Il problema non poteva essere risolto senza coinvolgere Alfredo e gli altri alunni fruitori di quello spazio; ma neppure era possibile arrangiarsi da soli. Ecco allora mobilitati bidelli, insegnanti, ragazzi, per creare un ambiente che diventasse punto d'incontro tra compagni, ma anche tra ragazzi e insegnanti. La "strategica" localizzazione di quello spazio di lavoro - a metà strada tra il laboratorio di informatica e le scale - aveva fatto di quel luogo un punto importante della scuola; e Alfredo e gli altri ragazzi che l'avevano creato e fatto proprio, inventandone i muri con i pannelli, ma anche gli arredi, erano diventati in qualche modo gli "artisti" della scuola.

Quel luogo "altro", insomma, era lo spazio in cui davvero (e non solo teoricamente) si realizzava l'integrazione, assumendo sempre meno l'aspetto dell'aula di sostegno ma piuttosto quello di galleria permanente.

(Esperienza scolastica di Amalia A. Manca - I. S. Scuola Media "Nievo" Istituto Comprensivo di Cordignano - Treviso)

 

 

 

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