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Mobilità n. 17 - Anno 3
Editoriale
Diamo i numeri
Provate
a immaginare una grande città italiana, come Milano, improvvisamente
abitata solo da persone con disabilità. Gente che si muove in sedia a
rotelle, oppure si appoggia ad un bastone. Gruppetti di sordomuti che dialogano
per strada con il linguaggio dei segni, non vedenti che attraversano agli incroci
in piena tranquillità, incuranti del pericolo; ragazzi down che si tengono
per mano sorridendo e abbracciano i passanti. Due milioni e ottocentocinquantamila
persone disabili. Giovani, anziani, bambini, donne, uomini. Tutti insieme, nella
stessa città. Enorme, sorprendente, insolita. Un incubo per gli amministratori,
ma un trionfo per i giornalisti e per i cineoperatori. Finalmente davanti ai
loro occhi si materializza il "pianeta handicap". Una megalopoli concentrata,
un manuale di fisiatria e di ortopedia snocciolato in diapositive viventi, un
caleidoscopio di storie da raccontare per un numero impressionante di puntate
di talk show della sera.
Ovviamente questa città non esiste. Ma il numero delle persone, stando alle cifre ufficiali, è proprio quello. Poco meno di tre milioni. Scusate se è poco. Sarà vero? Difficile dirlo. Mancano le prove. Ci sono solo gli indizi. Statistiche certosine raccolte con fatica. Dati ministeriali, scartoffie di burocrazia, incartamenti antichi e moderni, saggi universitari, tesi di laurea, dossier di associazioni, indagini a campione. Tutto, tranne un censimento "normale".
Non oso pensare alla fatica che devono aver compiuto i professionisti incaricati dall'Istat di onorare la convenzione con il ministero del Welfare, che una volta si chiamava degli Affari Sociali. Si sono impegnati a realizzare un "sistema integrato di fonti statistiche sull'handicap". Ora questo sistema è consultabile, con indubbio profitto, all'indirizzo internet www.handicapincifre.it .
I neofiti, o i curiosi, potranno sbizzarrirsi in elucubrazioni sociologiche e in interpretazioni antropologiche. Per noi, abituati da tempo a guardarci intorno alla ricerca di parametri oggettivi per valutare la congruenza fra costi e benefici di un progetto, di una proposta, di un'idea, c'è l'amara conferma di una debolezza strutturale del sistema informativo sulla disabilità nel nostro Paese.
Come mai? Oggettivamente sarebbe utile sapere quante e di che tipo siano le persone con disabilità nella periferia di Napoli, o nel centro storico di Genova. Notizie preziose per chi deve organizzare i trasporti pubblici, o l'assistenza domiciliare, l'inserimento lavorativo, o la dislocazione degli uffici pubblici. Ma notizie, attendibili, di questo genere non esistono. Punto e basta.
Il censimento 2001, che subisce proroghe in serie, forse perché gli italiani non stanno mai in casa, è un'altra occasione mancata, bastava porre qualche domanda in più, magari facoltativa, per avere, fra un anno o due, la risposta vera a tante curiosità.
Si è deciso, a tavolino, che non era possibile. Non entro nel merito, forse alcune ragioni di questa scelta sono comprensibili e di buon senso, eppure resta in bocca l'amarezza e il disincanto. Ho risposto a domande sui chilometri che percorro per andare al lavoro, ma nessuna casella mi chiedeva se avessi bisogno di mezzi di trasporto accessibili. Credo che la privacy, in questo caso, sia un alibi ipocrita. È quasi il burkha, che le persone disabili devono indossare ogni giorno per nascondere la propria identità, solo che il burkha dall'esterno si vede eccome.
Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Ecco quello che siamo in grado di mettere nero su bianco. Il negativo di un'istantanea. Un popolo che non c'è, che non si esprime, che non si conta, e che dunque "non conta". E allora, nel dubbio, tutti danno i numeri. E più sono grandi, meglio è. Se 2 milioni e ottocentomila vi sembrano pochi, possiamo azzardare quattro milioni di italiani, l'8 per cento della popolazione. Chi non ha una malattia reumatica, o un'allergia grave, o un po' di ipertensione? Un popolo cagionevole, in bilico fra malattia e salute, alimenta la fantasia, crea nuove fratellanze, sembra la soluzione ideale per far uscire il mondo dell'handicap dalla dimensione del "ghetto".
E se fosse vero il contrario? Se, censimento serio alla mano, scoprissimo che le persone "veramente" disabili (c'è un po' di snobismo in questa affermazione, lo ammetto) sono "solo" un milione e mezzo, mille più mille meno? Sarebbe una tragedia nazionale. Con quale faccia si potrebbero chiedere finanziamenti, o emendamenti alla finanziaria? Come fare per convincere sponsor privati a finanziare buone cause civili? E gli iscritti alle associazioni, chi mai saranno?
Mi viene in mente il balletto macabro delle cifre in occasione della distruzione delle Torri Gemelle, l'11 settembre scorso. "Solo" quattromila vittime, e forse anche meno. All'inizio si parlò, molto autorevolmente, anche in televisione, di ventimila morti. Un dato enorme, impressionante. Quando la cifra venne ridimensionata, e di molto, sembrò quasi che la tragedia fosse meno grave.
E allora mi domando: se le persone con disabilità in Italia fossero solo un milione e mezzo, cambierebbe il diritto di cittadinanza? Sarebbe minore l'impegno da mettere in campo per risolvere i problemi di questo piccolo esercito senza stellette? Credo di no. Anzi, paradossalmente, cifre più realistiche dovrebbero eliminare l'alibi dell'enormità, come deterrente per non affrontare e risolvere i problemi, dalle barriere alle pensioni, dal lavoro alla mobilità.
E allora mi sorge un dubbio: è meglio dare i numeri, piuttosto che "avere" i numeri.
Quanto alla privacy, lo confesso, sono molto perplesso: perché in aeroporto devo dichiarare se ho problemi di respirazione? Perché per ottenere l'Iva agevolata devo ammettere, pubblicamente, di non essere "normale"? Perché un diritto soggettivo si trasforma in prassi burocratica che esige il sacrificio del proprio pudore? Parliamone. "Mobilità" ritiene che ogni persona con disabilità, giovane o anziano, uomo o donna, lavoratore o pensionato, autosufficiente o meno, abbia diritto a essere considerato una "persona" nel senso pieno del termine. E "uno", già nell'antichità, era considerato un numero perfetto.
Franco Bomprezzi
Dicembre 2001
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