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Mobilità n. 17 - Anno 3
Terapisti senza frontiere
Ai confini del mondo
di Simonetta Rossi
Pensiamo
spesso che il modo di vivere, di pensare, di soffrire della
nostra società sia l'unico possibile, almeno finché
non abbiamo l'occasione di mettere in discussione la nostra
scala di valori come ha potuto fare l'autrice di questo articolo.
E' un'occasione quindi non solo per presentare la preziosa,
coscienziosa e generosa attività di Terapisti Senza
frontiere, ma anche per offrire qualche ulteriore motivo di
riflessione ai nostri Lettori.
La Repubblica Popolare d'Angola, ex colonia portoghese, è
un paese dell'Africa australe infelicemente famoso a causa
della interminabile guerra in corso ormai da più di
25 anni. Il colpo di stato che si verifica a Lisbona nell'aprile
1974, accelera il processo di decolonizzazione che termina
con un accordo tra Portogallo e movimenti indipendentisti
nel novembre 1975.
Alla sua ascesa al governo, il Presidente Agostinho Neto
trova però la resistenza del Fronte nazionale di liberazione
dell'Angola (FNLA) e dell' Unione nazionale per l'indipendenza
totale dell'Angola (UNITA).
In un clima di guerra civile la presidenza passa nelle mani
del successore José Eduardo dos Santos che, attualmente
in carica, è alla guida di un paese devastato dalle
continue rappresaglie dei ribelli.
Vittime civili
Come accade ormai dalla fine della seconda guerra mondiale
le vittime di questi conflitti non sono più i soldati
al fronte, ma i civili, donne e bambini per lo più
che, accidentalmente, azionano quelle che sono le più
subdole tra le armi utilizzate dai paesi poveri: le mine
anti-persona.
Si calcola che in un paese con 12,5 milioni di abitanti come
l'Angola ci siano 15 milioni di mine disseminate sul
territorio, in prossimità di fonti d'acqua, di campi
coltivati, di ponti e ogni altro cammino obbligatorio. Le
vittime delle mine non si contano.
InterSOS, Organizzazione Non Governativa italiana
impegnata da anni in campagne e progetti sullo sminamento,
ha avviato a settembre 1999 un progetto per la costruzione
di un centro ortopedico per la produzione di protesi e il
trattamento delle vittime delle mine a Menongue, città
principale della provincia del Kuando Kubango, in Angola appunto.
Un progetto impegnativo
In questo contesto Fisioterapisti senza Frontiere è
stato parte attiva mettendo a disposizione di InterSOS fisioterapisti
preparati al fine di formare personale locale così
da rendere autonomo il centro in tempi relativamente brevi.
La mia esperienza, durata un anno, è stata segnata
da due periodi: un primo periodo in cui ho completato il programma
di formazione per il livello tibiale (cominciato dalla collega
che mi ha preceduta per 7 mesi), e un secondo periodo in cui,
con il centro ormai terminato, si è passati alla produzione
e al trattamento veri e propri.
Il progetto prevedeva di formare anche dei tecnici ortopedici
e per questo scopo è stata prevista la figura di un
operatore che svolgesse lezioni specifiche sull'argomento.
In pratica il personale locale scelto all'interno di una
rosa di candidati selezionati fra gli infermieri dell'ospedale
provinciale di Menongue ha seguito un corso specifico
sul trattamento e la produzione di protesi per amputazioni
a livello tibiale della durata di undici mesi; durante questo
periodo sono state effettuate ore di lezione in comune e ore
di lezione separate fra coloro che poi, superato un esame
finale, avrebbero dovuto diventare "fisioterapisti"
e coloro che avrebbero dovuto diventare "tecnici ortopedici".
Reclute forzate e scudi umani
I ritmi di lavoro sono stati piuttosto duri in quanto si
sa che partendo per missioni simili non si può, e non
si riesce, ad attenersi a quelli che sono i compiti strettamente
legati al progetto. Anche se il fronte di guerra è
relativamente lontano, quotidianamente si fanno i conti con
vittime di agguati, di mine, di attacchi,
col reclutamento forzato, come quella volta che durante
una lezione un maggiore dell'esercito entrò in aula
per arruolare quattro ragazzi, tra l'altro molto bravi, giustificando
il suo comportamento con uno slancio di patriottismo così
forte da superare qualsiasi altra cosa, compresa l'istruzione
e la possibilità di crescita professionale.
Si sente il rombo degli aerei che proprio a Menongue partono
e atterrano, bisogna accogliere i profughi che, spesso "utilizzati"
come scudi umani arrivano dalle province più
disastrate (se ne esistono di più disastrate del Kuando
Kubango!) denutriti, senza abiti, senza più speranza,
ma solo rassegnazione per essere entrati anche loro in un
vortice che ha già travolto i padri, i fratelli, i
figli...
In un paese ove la speranza di vita è di 45 anni,
in una provincia ove manca l'acqua potabile e l'energia elettrica
è un optional, in una città con un perimetro
di sicurezza di dieci km, in un ospedale così fatiscente
da evocare la fuga appena si entra e ove lavora un solo
medico locale, si può immaginare che le difficoltà
logistiche incontrate siano state molte: per niente gli stessi
angolani chiamano questo posto "...a terra da fim do
mundo...".
Teoria e pratica
Al contrario con la popolazione locale e in particolar modo
con gli alunni le cose sono andate benissimo: la motivazione
prima di tutto è stata la molla che ha aiutato tutti
a perseverare facendo fronte alle mie difficoltà di
comunicazione (ho dovuto imparare il portoghese in quattro
e quattro otto), alla mancanza di materiale iniziale, alla
necessità di cambiare il modo di vedere le cose, per
entrambe le parti, e metodo di studio, all'impellente bisogno
di sensibilizzare la gente affinché non venda la protesi
o le stampelle appena ricevuti.
Si è lavorato tanto: parallelamente alle lezioni teoriche
è stato effettuato un censimento degli amputati
presenti in città e nelle immediate vicinanze al
fine di poter programmare gli interventi nel momento in cui
il centro ed il personale sarebbero stati pronti.
Per ogni paziente si è deciso se necessitava di un
intervento senza ricovero al centro, ad esempio per quelle
persone che vivono vicino al centro stesso, se necessitava
di un intervento chirurgico di rimodellamento del moncone,
se necessitava di evacuazione nella capitale o in altre città
con strutture più adeguate ai suoi bisogni. In questa
categoria rientravano tutti gli amputati a livello femorale
in quanto come ho già detto la prima parte del progetto
prevedeva lo studio del livello tibiale. In questo momento
la collega che mi sostituisce sta proseguendo con la formazione.
Gli alunni hanno poi effettuato un esame finale ed alcune
settimane di tirocinio presso centri già avviati della
Croce Rossa o di Handicap International con
i quali la collaborazione è stata ottima.
Produzione
A questo punto si è partiti con la fase produttiva
utilizzando, come prevede un accordo tra Ministero della Salute
Angolano e le varie ONG internazionali, la tecnologia e la
componentistica della Croce Rossa. Quindi non ci si è
avvalsi di materiali poveri come cuoio, pelle, legno come
invece spesso accade in queste situazioni. Alla valutazione
effettuata in fase di censimento, è seguita una
valutazione funzionale e quindi per ogni paziente è
stato impostato un programma riabilitativo volto al recupero
del tono muscolare, dell'equilibrio ecc...
Il senso dell'handicap
In un contesto ambientale ove i valori della vita spesso
perdono peso, ove le madri sanno che i loro figli se non sono
saltati su una mina in tenera età presto partiranno
per il fronte, ove la malnutrizione, le malattie, l'ignoranza
e la legge del più forte la fanno da padroni, ci si
chiede qual è il senso di questi interventi.
La difficoltà più grande è stata proprio
quella di trovare una giustificazione alla nostra presenza
che andasse oltre a quella che è la soddisfazione dei
nostri bisogni. In effetti trovandomi di fronte a persone
che senza una gamba comunque riescono ad avere una vita normalissima,
con dei figli, con una attività quale può essere
la coltivazione di un piccolo appezzamento di terra, e che
ogni giorno percorrono svariati chilometri per procurare legna
da ardere o acqua camminando su terreni accidentati e pieni
di insidie, mi è venuto da ridere al pensiero
di creare al centro un'area con piani inclinati o sconnessi.
Mettersi in discussione
In questa realtà ho capito qual è il significato
vero della parola "handicap" e come nel cosiddetto
mondo industrializzato ancora una volta sono le nostre barriere
mentali a creare ostacoli ed intolleranza. A tal proposito
ricordo un giorno in cui con una collega, passeggiando in
un quartiere, incontrammo una ragazza amputata al braccio
destro e a livello femorale ad entrambi gli arti inferiori:
aveva calpestato una mina giocando quando aveva tre anni.
Al suo fianco un bimbetto di cinque anni e al collo un neonato,
si spostava su un triciclo e si stava recando a scuola. Dopo
una breve conversazione, con il sorriso sulle labbra si è
congedata facendoci notare che le mezze donne eravamo
noi che, a più di trent'anni ancora non avevamo avuto
figli!
Ho pensato a quanto siamo superbi, supponenti,
presuntuosi, eppure così fragili davanti alle
difficoltà, contrarietà, preda di depressioni
pur con le vaste possibilità che invece abbiamo.
Questa esperienza è servita per mettermi in discussione,
per sorprendermi di come si può vivere con molto poco,
riuscendo a fare a meno di molte cose che inizialmente sembrano
indispensabili. Tutto ciò che a noi può sembrare
sconveniente o irrinunciabile, in Africa acquista una relatività
tutta speciale: la vita e la morte ad esempio sono avvenimenti
"normali", fanno semplicemente parte del ciclo a
cui siamo chiamati. Le preoccupazioni per il futuro, l'avvenire,
l'aspettativa di vita, la carriera non esistono.
Terapisti senza frontiere
Fisioterapisti senza Frontiere (FSF) è un gruppo strutturato
dal 1998 all'interno dell'Associazione Italiana Terapisti
della Riabilitazione.
Nasce nel 1997 dall'incontro di vari fisioterapisti che hanno
avuto esperienze di lavoro o volontariato nei Paesi in Via
di Sviluppo, all'interno dei progetti organizzati dalle Organizzazioni
Non Governative. In questi anni l'associazione ha operato
per progetti in tutto il mondo. Fra le esperienze maturate
da componenti del gruppo ricordiamo: Mongolia, Angola e Congo,
Ruanda e Uganda, Algeria, Albania e anche in Italia con interventi
riabilitativi agli ospiti del Campo Profughi di Comiso.
Il gruppo di coordinamento organizza corsi informativi e
formativi di vario livello per i Fisioterapisti interessati
ad operare in progetti di aiuto sanitario e riabilitativo
per i Paesi in Via di Sviluppo.
Il gruppo infine, promuove informazione su solidarietà,
cooperazione e riabilitazione con la pubblicazione di un Notiziario
dei "Fisioterapisti senza Frontiere".
Per saperne di più:
AITR Emilia Romagna, Via Zanardi 403/22 - 40131 Bologna
Tel: 051 6346444
In internet: www.aitr.it
Per Fisioterapisti Senza Frontiere:
Maria Teresa Verde - Tel. 051 6238184 - Email: mtverde@iol.it
Pini Aris - Email: ArisP@iol.it
Dicembre 2001
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