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Mobilità n. 18 - Anno 3

Bagni accessibili

Potevano essere due...invece sono tre

di Corrado De Leonardis

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, alcune considerazioni di un progettista che già è intervenuto su queste colonne. I bagni per le persone disabili rappresentano solo l'occasione, lo spunto, la scusa per riflettere più a fondo sul ruolo del progettista e sulle sue responsabilità culturali e civili.

Una provocazione che ci piace raccogliere e rilanciare ai Lettori.

Sarà un eccesso di zelo, una necessità, una soluzione preferenziale, oppure ignoranza?

Questo ed altri interrogativi mi ronzano per la testa quando, girando per strutture di recente costruzione, quali centri commerciali, locali pubblici, individuo i servizi igienici.

Sulle tre diverse porte di altrettanti locali adibiti a servizi igienici noto i tre simboli ormai sedimentati nella nostra capacità percettiva: per donne e per uomini (più o meno stilizzati) e nell'ultima porta il pittogramma dell'accessibilità per disabili (anche se avrei qualcosa da dire vado avanti, per non apparire troppo critico).

Dopo aver visitato per necessità, per curiosità, o forse per deformazione professionale i tre locali rilevo che, pur se attrezzati diversamente, le dimensioni sono le medesime.

Verosimilmente, con accorgimenti progettuali alternativi, disabili, uomini e donne potrebbero fruire degli stessi servizi igienici dei cosiddetti normali.

Inoltre vale forse la pena di spingersi più in là: sembra che non esistano "disabili-uomini" e "disabili-donne" e che la disabilità porti con sé una sorta di indistinto asessuato.

Rileggendo le norme

Nel dubbio torno a rileggermi la normativa. Tento di ricordare se esiste qualche norma o qualche disposizione che mi possa chiarire il motivo (o l'obbligo) di un servizio igienico supplementare.

Il Decreto del Presidente della Repubblica n. 503 del 24 luglio 1996 è la disposizione che riguarda l'accessibilità dei luoghi aperti al pubblico. All'articolo 8 si tratta proprio dei servizi igienici pubblici: deve essere prevista l'accessibilità ad almeno un WC ed un lavabo per ogni nucleo di servizi installato. Vi si dice poi, che per i servizi igienici valgono le stesse indicazioni contenute nel Decreto del Ministero dei Lavori Pubblici 14 giugno 1989, n. 236 che come si ricorderà fissa, fra l'altro, gli standard minimi che devono essere rispettati negli edifici privati. Torno quindi a rileggere gli standard fissati dal "vecchio" Decreto n. 236 del 1989.

Nel punto 4.1.6 viene richiesto "di garantire opportuni accorgimenti spaziali" e nel punto 8.1.6 dello stesso decreto vengono indicati "minimi dimensionali, spazi tipo".

Alternative ammesse

Tuttavia, se evitiamo una lettura pedissequa della norma, non possiamo ignorare la parte del Decreto che affronta la questione della cogenza delle prescrizioni. È una parte importante perché consente quell'elasticità di cui spesso il progettista o le esigenze peculiari di un edificio possono necessitare. Questa previsione è importante perché evita di rimanere ingabbiati proprio in quelle disposizioni che invece avrebbero l'obiettivo di favorire l'accessibilità.

Dal Decreto 236 (art. 7) sono consentite soluzioni che rispondono a criteri di progettazione e quindi accettabili in quanto sopperiscono alle riduzioni dimensionali con particolari soluzioni spaziali e tecnologiche. "Tuttavia in sede di progetto possono essere proposte soluzioni alternative alle specificazioni e alle soluzioni tecniche purché rispondano alle esigenze sottintese dai criteri di progettazione". È salva quindi opportunità del progettista di coniugare le esigenze (del committente, dell'utenza, dell'edificio, strutturali, dimensionali ecc.) e le soluzioni anche innovative o magari solo più pratiche ed economiche.

Dubbi

Se tutto questo è possibile, perché si adottano ancora soluzioni progettuali specifiche?

Queste soluzioni immaginano e realizzano ambienti per "minorati" e non prospetticamente rivolti a tutti.

Anche le persone non disabili invecchiano e sembra che l'incidenza dei soggetti con qualche difficoltà motoria sia in costante crescita nelle società, come la nostra, ad economia avanzata.

Mi chiedo ancora: perché una spesa in più così specifica e particolare? I costi sono relativi alla progettazione, alla realizzazione, al rivestimento in ceramica, all'impianto idraulico ed elettrico ai sanitari oltre che, non dimentichiamolo, alla successiva manutenzione, pulizia e riparazione.

Per contrappunto invece affermo che "ambiente costruito deve offrire le medesime opportunità a tutti gli individui, attraverso una pluralità di soluzioni, per non escludere nessuno dall'uso di un oggetto o di un luogo". (Giovanni Del Zanna. Uomo, disabilità, ambiente-abitare. Segesta documenti).

Ghetto o privilegio?

E se quel bagno in più fosse realizzato per privilegiare le persone disabili? O magari per proteggerle?

E se fosse invece una subdola forma di ghettizzazione?

Già, perché se una persona non disabile utilizza quel WC, immediatamente si tenta di individuare quale sia il suo problema fisico oppure si pensa che è un maleducato.

Forse tuttavia mi sto ponendo troppi dubbi visto che molto spesso il WC per disabili è utilizzato come magazzino o ripostiglio delle scope.

E poi credo che nulla di quanto espresso attraversi solitamente la mente del progettista.

L'unica risposta alle mie domande rimane quindi "ignoranza", intesa nel significato letterale del termine: non essere a conoscenza.

Bisogna far lievitare la propria professione tecnica-progettuale accrescendo le conoscenze e la formazione, non fermandosi alla lettura pedissequa delle norme e delle circolari pur nel loro rispetto. Bisogna voler capire, facendosi anche aiutare, superando l'handicap conoscitivo che ognuno di noi può incontrare nella cosiddetta "cultura dell'accessibilità", perché essa diventi parte normale della propria professione e non una norma a cui, nostro malgrado, sottostare.

"Tenere conto delle necessità multigenerazionali: cioè di quelle dei bambini, degli anziani e di coloro che per qualsiasi motivo, hanno difficoltà sensoriali o di movimento. (...) Aumentare la tensione collettiva e la condivisione degli obiettivi nei confronti della necessità di rendere il concetto di "progettazione universale" sempre più diffuso perché normale". (F. Vescovo, Accessibilità come progettazione universale. Paesaggio urbano 1999).

Le soluzioni possibili non possono sottostare a regole statiche, perché la società circostante cambia in continuazione, evolve la tecnologia, muta la cultura, si trasformano le esigenze dei singoli e della collettività. Il progettista di tutto questo deve tenere conto altrimenti incorrerà, senza dubbio, in una sgradita collana di errori progettuali.

Gennaio 2002

 

 

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