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Mobilità n. 18 - Anno 3
Editoriale
Dieci anni di solitudine
Due
acuti colpi di martelletto. "La Camera approva".
E gli ultimi deputati, più che sufficienti a garantire
il numero legale, alla spicciolata lasciano il loro scranno
dopo avere raccolto i pochi fogli di appunti. È il
5 febbraio del 1992. Dopo due legislature il Parlamento è
riuscito ad approvare la "Legge-quadro per l'assistenza,
l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate."
Il titolo è ambizioso e, per certi versi, altisonante,
ma gli analisti più critici mettono subito in luce
quanto poco di imperativo la nuova norma stabilisca: una serie
di accattivanti, anche se talvolta un po' generiche, enunciazioni,
una sfilza di indicazioni agli enti locali che, stando alla
legge, "possono" attivare nuovi e più efficaci
servizi, una raccolta di disposizioni già esistenti.
I più perfidi già chiosano: "Altro che
quadro! Qui a malapena c'è la cornice!"
Un timido slancio di decisione in più lo si ritrova
negli articoli che riguardano la scuola, ma vedremo negli
anni successivi quanta fatica e quanta elaborazione ci vorrà
per perseguire quelle intenzioni. E assisteremo anche ad un
tira e molla snervante sui fondi da destinare all'integrazione
scolastica e all'azione di sostegno. Dieci anni dopo abbiamo
ancora scuole, e non poche, dove i disabili non possono entrare,
o istituti dove i disabili sono confinanti a pian terreno
lontani dai laboratori, dalle palestre o, più banalmente,
dal distributore di cioccolata. Dobbiamo ancora capire come
agire quando i Comuni, o chi per essi, non garantiscono il
trasporto scolastico, oppure con chi prendersela quando allo
studente con disabilità non viene garantita l'assistenza
alla persona e al bagno lo accompagna la madre, il padre o
qualche volenteroso. Per la famiglia si aggiunge un altro
problema: uno in più che gli fa vivere la scuola come
un ambiente ostile, nemico, insensibile.
Dieci anni hanno messo a nudo tutto ciò che di
appannata vacuità vi è in questa norma.
Prendiamo la stessa definizione di handicap. È
corretta e in linea con le indicazioni dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità: l'accertamento dell'handicap
non parte da una valutazione medica, ma considera gli aspetti
sociali che una menomazione produce. Doveva essere una rivoluzione
culturale per un sistema che valutava l'invalidità
in percentuale utilizzando specifiche tabelle. Qual è
il risultato? In Italia, a dieci anni di distanza, sono necessari
comunque due distinti e separati momenti di accertamento:
uno per l'invalidità ed l'altro per handicap. Il che
significa che il disabile deve essere sottoposto a due diverse
visite e che le Commissioni prendono due gettoni di presenza.
Non parliamo poi delle revisioni periodiche, richieste troppo
spesso anche per le patologie più consolidate. Il disabile
è continuamente sotto l'occhiuta vigilanza del Servizio
Sanitario Nazionale, delle Prefetture, dell'INPS, dei Servizi
Sociali. Si conosce di ognuno vita, morte, miracoli, deformità,
vizi e virtù. Ma, vista la qualità media dei
servizi sociali, dobbiamo ritenere che se ne ignorino i bisogni.
Allarga le braccia l'amministratore locale: "i fondi
dalla regione sono quelli che sono ...". Scuote il capo
l'assessore regionale: "Abbiamo fatto molto, ma i fondi
sono quelli che sono ...".
Torniamo alla nostra legge quadro. Un articolo, il 33,
aveva attirato subito la golosa attenzione di disabili e familiari:
è possibile richiedere permessi lavorativi nel caso
l'handicap sia grave. Da un nostro calcolo di minima, dal
'92 in poi vi sono state almeno 30 fra norme, circolari e
sentenze che hanno ridefinito, precisato, modificato le indicazioni
originarie, creando un grande disorientamento fra i potenziali
interessati e imbarazzanti difficoltà applicative.
Non stupiamoci: ci sono nella legge 104 aspetti di ancora
più improbabile applicazione. Vi si diceva, ad esempio,
che entro sei mesi dalla data di entrata della norma, le regioni
avrebbero dovuto elaborare, nell'ambito dei piani regionali
di trasporto e dei piani di adeguamento delle infrastrutture
urbane, piani di mobilità delle persone handicappate.
A dieci anni di distanza solo la Regione Friuli Venezia Giulia
ha elaborato qualcosa del genere.
Altri scorci "risibili": "entro un anno
dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro
dei trasporti provvede alla omologazione di almeno un prototipo
di autobus urbano ed extraurbano, di taxi, di vagone ferroviario,
conformemente alle finalità della presente legge."
Solo nel 1998 il Ministero dei Trasporti sconsolatamente
ammetteva che quella disposizione "è inapplicabile
in quanto (...) sono solo i costruttori a poter presentare
la domanda di omologazione, non potendo questa Amministrazione
imporre omologazioni a detti costruttori."
Delle due l'una: o quando la norma è stata approvata
qualcuno dormiva, oppure è il frutto, come spesso accade,
di uno sterile populismo, quello stesso atteggiamento alla
base di altisonanti convention e megaprogetti (ben finanziati,
quelli) che abbiamo dovuto sopportare negli ultimissimi anni.
Sembra che questi eventi costituiscano una svolta epocale
ma, a ben vedere, esauriscono la loro macilenta eco lontano
dal clangore dei dibattiti politici "importanti"
per il Paese. I disabili rimangono comunque una nicchia, un'anomala
"incrostazione" sociale, sono "gli ultimi,
da aiutare a crescere". I loro problemi non sono mai
centrali nelle riunioni di gabinetto, nei confronti con le
parti sociali (leggi: sindacati), nella suddivisione dei fondi.
E questo con buona pace di un certo manierato buonismo che,
come un'otaria ingenua, plaude al progresso sociale ogniqualvolta
un personaggio importante pronuncia flebilmente la parola
"handicap".
Ma non disperdiamoci e torniamo al genetliaco della 104.
Quando le disposizioni non sono contraddittorie, sono applicabili,
sono finanziabili e sarebbero chiarissime, ecco che - per
un motivo o per l'altro - vengono bellamente ignorate. Ci
siamo chiesti, e abbiamo riproposto inutilmente la domanda
a chi di dovere, che fine abbiano fatto i finanziamenti alle
Ferrovie dello Stato. La 104 ci dice che "una quota non
inferiore all'1 per cento dell'ammontare dei mutui autorizzati
a favore dell'Ente Ferrovie dello Stato è destinata
agli interventi per l'eliminazione delle barriere architettoniche
nelle strutture edilizie e nel materiale rotabile appartenenti
all'Ente medesimo". Conoscete l'ammontare dei mutui a
favore delle FS in questi ultimi dieci anni? L'1% è
una cifra di tutto rispetto in grado di supportare progetti
ben superiori a quelli, peraltro non disprezzabili, fin qui
realizzati.
Quando avanziamo questo dubbio ci viene risposto, con
cortese ed affettato stile da ufficio relazioni con il pubblico,
che le FS sono impegnate da anni nella ristrutturazione delle
stazioni e nell'accessibilità dei mezzi. Vorremmo però
vedere il piano di accantonamento, di spesa e di intervento.
Ma chi vigila sull'applicazione della 104? Forse qualche
magistrato disponibile (non d'assalto, perché operare
con i disabili non rende poi molto).
La 104 impone che le nuove opere non devono limitare l'accessibilità
alle persone con disabilità. Eppure dal '92 in poi
continuano ad essere realizzate opere, pubbliche e private,
off limit per chi ha problemi di mobilità. Un bell'esempio
ci arriva dalla più bella città del mondo, la
meta di milioni di turisti, il concentrato più alto
di opere d'arte: Venezia.
Ogni secolo ha lasciato la sua traccia. Dal romanico al
barocco, dal bizantino al liberty, tutti gli stili vi sono
gioiosamente rappresentati. Anche il XXI secolo deve lasciare,
ad imperitura memoria, le sue vestigia che assumeranno i tratti
luminescenti di un ultramoderno ponte in vetro e pietra d'Istria.
La firma è di uno dei maggiori architetti viventi:
Santiago Calatrava.
Il progetto, utilissimo peraltro poiché ricongiunge
la stazione ferroviaria al terminal degli autobus, è
stato finalmente autorizzato dalla Commissione di salvaguardia.
Attenzione, però; non è previsto l'impiego di
servoscala perché danneggerebbero l'estetica del capolavoro.
La decisione, al di là di tutte le riflessioni
di opportunità o meno, simboleggia, in modo esemplare,
quest'ultimo decennio: prima viene l'apparenza, l'immagine,
l'estetica poi le esigenze dei cittadini più deboli.
Se simbolo deve essere, sia il ponte non accessibile.
Un cosa è certa: noi all'inaugurazione ci saremo.
Siete tutti invitati.
Carlo Giacobini
Gennaio 2002
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