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Mobilità n. 21 - Anno 4

Abitare

Per un po' di privacy

di Fabrizio Mezzalana

cassetta della postaProgettare non solo con la testa ma anche con il cuore significa mettersi nei panni del cliente, capirne i bisogni, i desideri di cambiamento ma anche le preoccupazioni. Significa pensare prima a chi ci abita in quella casa, per poi studiare le eventuali modifiche per renderla più vivibile. È un modo diverso o semplicemente un giusto approccio progettuale quello che ci suggerisce l'Autore in questo articolo e che fa riflettere sulla complessità dell'uomo, sulle opportunità che gli spazi possono offrire o negare e sui doveri di un progettista.

Piero è un uomo di 62 anni, da due in pensione, che vive con la moglie nella sua attuale abitazione da circa 30 anni. Fino a 4 anni fa viveva con loro il figlio che oggi ha una sua famiglia e una casa propria. Piero è affetto da sclerosi, utilizza una carrozzina manuale per gli spostamenti in casa ed una elettronica per l'esterno. Il suo quadro funzionale è sostanzialmente stabile da alcuni anni e ha un buon livello di autonomia all'interno delle mura domestiche.

Estranei in casa

Già dal primo giorno che ci siamo incontrati, Piero e sua moglie hanno cominciato a parlarmi delle difficoltà che incontravano tra loro e con le diverse figure professionali che da qualche tempo frequentano la loro abitazione. Sono infatti alcuni anni che la casa in questione non è più soltanto l'abitazione di Piero e della sua famiglia, ma anche un luogo di lavoro per terapisti, assistenti domiciliari ecc. Il problema si presentava in forma duplice: da un lato l'inadeguatezza di spazi e attrezzature per il quotidiano lavoro svolto dalle varie figure professionali; dall'altro la sensazione di non essere più in casa propria ma in un luogo dove, ad intervalli più o meno regolari, è possibile incontrare persone estranee alla famiglia.

Questo è un problema che ben conoscono tutte le persone con disabilità che basano la loro autonomia sul lavoro di assistenti domiciliari, terapisti ecc. Situazioni che spesso vanno ad incidere sui rapporti con quelle figure professionali e ancor di più sulle dinamiche tra i componenti della famiglia stessa.

Queste complesse situazioni trovano in genere un precario equilibrio valido fin quando non avvenga un fatto nuovo a turbarlo. Nel caso in questione la moglie, il figlio e lo stesso Piero hanno per alcuni anni raggiunto una soluzione di compromesso bilanciando il bisogno di assistenza esterna alla famiglia con il loro impegno quotidiano, limitando cioè il ricorso agli assistenti domiciliari al minimo e basandosi essenzialmente sull'apporto dei familiari. Per questo non occorre stupirsi più di tanto nel vedere la conformazione originaria dell'unico bagno di casa: è chiaramente piccolissimo e sicuramente poco accessibile, ma adatto alle esigenze di Piero a patto di essere aiutato dalla forza fisica del figlio.

Il cambiamento

E qui è intervenuto il fatto nuovo: il matrimonio del figlio ha privato Piero di un aiuto fondamentale nello svolgimento delle attività della vita quotidiana obbligandolo a rivolgersi ad assistenti domiciliari esterni alla famiglia. Oltre ad incidere sulla modalità, sugli orari e sull'organizzazione, questo naturale cambiamento ha fatto riflettere Piero sull'accessibilità e sull'uso degli spazi della sua abitazione.

L'abitazione è composta da due camere da letto, una cucina dalla quale si accede ad un ampio terrazzo molto frequentato nei mesi estivi, e da un soggiorno stranamente posizionato lontano dalla cucina.

Le indicazioni progettuali forniteci già dal primo incontro sono state quelle di trasformare - a breve termine - la stanza rimasta libera per eventuali terapie domiciliari pensando comunque - a lungo termine - alla possibilità che possa ospitare anche la notte un eventuale assistente. Per il bagno, diventato inaccessibile e pericoloso per l'uso di Piero aiutato solo dalla moglie, ci era stata richiesta la migliore soluzione possibile anche se la moglie di Piero nutriva moltissimi dubbi visto che qualsiasi ampliamento del bagno andava ad interessare la zona del corridoio già appena sufficiente per il transito con la carrozzina.

Effettivamente la difficoltà maggiore era quella della distribuzione degli spazi oltre alla poco funzionale separazione degli spazi-giorno (cucina e terrazzo da un lato, soggiorno dall'altro).

Le nuove soluzioni

Da quest'ultimo problema partimmo studiare le ipotesi di modifica arrivando alla conclusione di riunire gli spazi giorno. In questo modo siamo riusciti ad ottenere un'ampia zona funzionalmente connessa col terrazzo, spostando la camera da letto matrimoniale dove precedentemente c'era il soggiorno. Il risultato è stato quello di una camera da letto molto più abitabile della precedente nella quale è stato possibile realizzare un'ampia cabina-armadio accessibile anche su sedia a ruote. La ex stanza del figlio è stata ridotta mantenendo comunque una piena accessibilità e il corridoio è stato traslato verso il centro dell'abitazione. In questo modo abbiamo evitato fastidiose svolte e, cosa più importante, ci siamo ricavati lo spazio necessario per ampliare il bagno esistente e per crearne uno di servizio.

Poter scegliere

Il bagno più grande è stato pensato per l'utilizzo di una sedia comoda (chi ha letto precedenti articoli sul lavoro del Centro per l'Autonomia sa come siano connessi gli ambiti architettonici e quelli ergoterapici per i quali Piero è stato seguito dal Servizio di Terapia Occupazionale) ed è stata creata una zona doccia a livello oltre a mantenere la vasca da bagno. "Evviva, posso scegliere" è stato il primo commento di Piero. Mentre presentavo il progetto a Piero e a sua moglie, quest'ultima ha immediatamente percepito il valore aggiunto del secondo bagno di servizio: ha in un lampo compreso che alcune rigidità nell'organizzazione quotidiana erano finite, così come si intravedeva finalmente la possibilità di riappropriarsi del significato più intimo della parola "casa".

Questa nuova conformazione degli spazi interni consente attualmente a Piero di ricevere i suoi assistenti in ambienti comodi e sicuri (ad esempio la stanza da bagno e la camera da letto piccola che può essere utilizzata per asciugarsi e vestirsi dopo la doccia). Al contempo la moglie può riscoprire il piacere della sua intimità domestica (per esempio rimanendo comodamente nella sua stanza da letto o utilizzando il bagno piccolo mentre quello grande è occupato dal marito). Chiaramente non è sfuggita loro anche la possibilità di mantenere una certa riservatezza reciproca anche nel caso di futura convivenza con un assistente fisso.

Riflessioni

Queste considerazioni sulle possibilità che i luoghi e gli spazi offrono o negano nella vita concreta delle persone, credo siano il cuore dell'impegno di ogni progettista. Come ognuno di noi può sperimentare, la casa è il luogo privato per eccellenza, il territorio primario dell'uomo, il contenitore entro il quale ci sentiamo protetti dagli stimoli e dalle pressioni esterne e dove possiamo finalmente rilassarci. Sappiamo altrettanto bene come ogni essere umano sia portatore di una sana complessità che, nel caso delle persone con disabilità, viene troppo spesso banalizzata e schiacciata sul puro valore pratico di svolgere i più elementari gesti quotidiani (mangiare, dormire, lavarsi ecc.). Credo fermamente che i luoghi nei quali si svolge la vita di ciascuno di noi debbano tenere conto di questa complessità sia in fase di analisi che nella fase creativa della progettazione. Lo sforzo che abbiamo fatto in questo caso è stato quello di pensare al contenuto (famiglia) prima che al contenente (la casa) e quest'ultimo è diventato una sorta di luogo delle opportunità.

"Mi sento libero solo a casa mia" è un paradosso che significa sentirsi libero di scegliere modalità, modi, tempi di fruizione dei propri spazi domestici. Questo è un diritto di ciascuno di noi, una conquista nel caso di Piero, un dovere per chi si occupa di progettazione.

Il Centro per l'Autonomia

L'autore dell'articolo è il responsabile del Servizio di Progettazione Accessibile del Centro per l'Autonomia, un servizio territoriale ideato e gestito dall'Associazione Paraplegici di Roma e del Lazio in convenzione con la Asl Rm C di Roma - Regione Lazio. Si occupa del reinserimento dei lesionati midollari ricoverati presso l'Unità Spinale Unipolare del CTO di Roma ed estende i propri servizi a tutti gli utenti con disabilità che si rivolgono ad esso.

La finalità del Centro è il raggiungimento del massimo grado di autonomia attraverso la pianificazione di un percorso personalizzato che analizzi e tenga presente tutti gli aspetti della persona.

Il Servizio di Progettazione Accessibile

In particolare il Servizio di Progettazione Accessibile del Centro per l'Autonomia ha come obiettivo principale il raggiungimento del massimo livello di autonomia nella comoda e sicura utilizzazione degli spazi domestici o lavorativi delle persone con disabilità.

Il Centro per l'Autonomia è in Via G. Cerbara, 20 a Roma (00147).
Telefono e fax 06.51604253
In internet: www.centroperlautonomia.it
Email: f.mezzalana@centroperlautonomia.it

Giugno 2002

 

 

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