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Mobilità n. 27 - Anno 5
Cinema
Quando i sordi sono gli altri
di Antonio Tripodi
Con questo numero Mobilità inaugura una nuova rubrica dedicata al cinema. Antonio Tripodi, nostro collaboratore e appassionato di cinema, scriverà per noi ed i nostri lettori, una serie di recensioni di film che hanno come tema la disabilità. Iniziamo con una severa ma costruttiva critica al film "Dove siete? Io sono qui" sui non udenti e le loro difficoltà.
Dove siete? Io sono qui (Italia 1993)
Regia di Liliana Cavani
Scritto da Liliana Cavani e Italo Moscati
Attori
Gaetano Carotenuto (Fausto), Chiara Caselli (Elena), Anna Bonaiuto (la madre, migliore attrice non protagonista, Coppa Volpi al Festival di Venezia 1993), Valeria D'Obici (la zia), Ines Nobili (Maria), Paola Cannoni (la Preside), Carla Cassola (insegnante di Latino), Ko Murobushi (mimo).
Trama
La madre di Fausto non accetta la sordità del figlio
e gli impedisce di usare la lingua dei segni. La zia, invece, gli insegna a
comunicare con gli altri e lo inserisce in una comunità di sordi. Qui Fausto incontra e si innamora di Elena lasciando la fidanzata "ufficiale" scelta per lui dalla madre. Grazie a Fausto Elena ritorna alla scuola, che aveva abbandonato, per conseguire il diploma di maturità. L'affetto e la volontà di
Fausto aiutano la ragazza a raggiungere il successo nonostante la palese diffidenza
della preside della scuola.
Critica
Una deprimente incursione della Cavani nel mondo dei sordi tra
melodramma e love story che non fornisce allo spettatore impreparato neanche
un minimo di consapevolezza in più sul problema. Alla fine del film anzi, lo spettatore trova rafforzata la convinzione che il problema dei sordi sia essenzialmente un problema di minorazione fisica. Nulla è detto sui problemi linguistici e di apprendimento: i due protagonisti, "ovviamente" due attori udenti, parlano in italiano quasi alla perfezione, leggono e traducono Ovidio e Cicerone con una facilità che è raramente
posseduta anche dagli udenti. Si tace del tutto sulla cultura dei sordi e
sui problemi interculturali che possono sorgere con gli udenti. I pochi messaggi,
al di là del feuilleton amoroso, che si vogliono trasmettere allo
spettatore anziché essere suggeriti, sono urlati con una grossolanità da
fare paura. Ad esempio il tema dell'esclusione è rappresentato dal professore di matematica che dice sadicamente ad Elena "voi sordi dovete andare nelle scuole speciali". Nella realtà queste figure non esistono più. Molto più gravi
sono in concreto le preclusioni cui vanno incontro i disabili, ma le chiusure
sono quasi sempre poste con cautela e ipocrisia, mai esplicitamente
espresse, e per questo molto più subdole e difficili da abbattere.
Né serve a sollevare il livello del film la sparuta apparizione del mimo giapponese Ko Murobushi, quasi a voler sottolineare un'altra forma di linguaggio (il linguaggio del corpo) per i Sordi. Ma anche in questo caso l'intrusione, al di là del fascino dell'esibizione, è forzata e grossolana.
In conclusione non ci si può non chiedere se gli sceneggiatori (la stessa regista e Italo Moscati) abbiano mai conosciuto una persona non udente o si siano mai in qualche modo avvicinati alle associazioni dei sordi. Nei titoli di coda compaiono i ringraziamenti all'ENS (Ente Nazionale Sordomuti) ma, ahimè, temo che il loro contribuito in questo film sia stato molto scarso.
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