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Mobilità n. 29 - Anno 5

Opinioni

2003, la comunicazione fallita

di Franco Bomprezzi

Il nostro direttore responsabile tenta una propria sintesi di questo Anno europeo della persona disabile. Lo fa innanzitutto da giornalista attento alle dinamiche, alle novità e alle deviazioni della comunicazione. È una riflessione, a tratti amara, che qualcuno potrebbe non condividere, ma che certamente aiuta a porsi degli interrogativi anzi accettare acriticamente alcune "benevole celebrazioni".

telefono fuori postoIl paradosso della comunicazione rispetto al mondo delle persone con disabilità sta emergendo con palese evidenza in questo anno dalla durata incredibilmente lunga (le impressioni personali ovviamente coincidono con la teoria della relatività di Einstein). Il paradosso consiste essenzialmente in questo: chiunque oggi parla di disabilità lo fa con l'obiettivo dichiarato di combattere la discriminazione e lo stigma; eppure proprio per questo spesso contribuisce ad accrescere una comunicazione separata ed emarginante.

Iniziative
Poche le iniziative degne di essere menzionate, sino ai primi di settembre. Fra tutte si è distinto il convegno dei Cnu, Consiglio Nazionale degli Utenti, svoltosi a Roma in giugno. Per la verità la sede si è rivelata non priva di banalissime barriere architettoniche (opportunamente sottolineate da Giampiero Griffo, membro del Consiglio Nazionale sulla Disabilità, che è intervenuto dalla platea, di spalle, per rendere percepibile al pubblico in sala la sensazione di disagio che una persona in sedia a rotelle prova quando non gli è consentito di svolgere normalmente il proprio ruolo di relatore o comunque di protagonista attivo di una conferenza o di un convegno). Ma, a parte questo "dettaglio", il convegno, anche per la collaborazione del Segretariato sociale della Rai (e, più modestamente, del sottoscritto), ha partorito un primo documento contenente "linee guida per una carta dei diritti delle persone con disabilità nella comunicazione" (consultabile on line nel sito www.segretariatosociale.rai.it nella sezione "atelier"). Si tratta di una bozza aperta a qualsiasi contributo, anche se dubito che folle di esperti, giornalisti, docenti universitari, responsabili di associazioni di categoria, editori, pubblicitari, faranno a gara per migliorarne gli scarni ed essenziali principi.

Trend linguistisci
In sostanza, l'idea-chiave è rappresentata dal desiderio che l'informazione sulla disabilità si "normalizzi", ossia assuma le caratteristiche tipiche della comunicazione destinata a tutti. E dunque si dice un secco no a rubriche dedicate, preferendo di gran lunga un'attenzione competente all'interno dei palinsesti radiotelevisivi o nelle sezioni dei settimanali e dei quotidiani. Naturalmente esiste un problema di professionalità. E mai come quest'anno ci siamo accorti di quale distanza abissale ancora intercorra tra i reali problemi delle diverse disabilità e la percezione che ne hanno i media. Prevale l'idea di un tutto indistinto, e già è un'impresa quasi ciclopica riuscire a ridurre, nel vocabolario, il ricorso al termine handicap.
Merita un inciso il successo erosivo e costante che sta riscuotendo, nonostante la nostra ferma presa di distanza, il termine "diversamente abile". Anzi, si potrebbe dire che il 2003 si concluderà sostanzialmente con lo sdoganamento di questa nuova locuzione, solo nel nostro Paese, essendo quasi intraducibile, se non con una lunga perifrasi, nelle altre lingue dell'Europa comunitaria. Un po' tutti hanno deciso che questo nuovo termine consente di trattare i temi della disabilità senza sentirsi troppo in colpa. Hanno contribuito alla deriva linguistica due persone di grande livello umano e culturale, come Andrea Canevaro e soprattutto Claudio Imprudente (autore, fra l'altro, di un piacevole libro, "Una vita imprudente", edito da Erickson). Il fatto è che nella logica di Imprudente è del tutto comprensibile, come lui argomenta, cercare di avere un migliore "biglietto da visita". Ma osservando la questione dall'esterno ci si accorge amaramente di come il termine "diversamente abile" abbia coinciso di fatto con una strisciante campagna di comunicazione tesa a valorizzare, nelle disabilità, la comunicazione su chi, in realtà, è "assai abile", trascurando, o ignorando del tutto, l'universo delle persone con maggiori ed evidenti difficoltà, ossia, in buona sostanza, le vere e proprie persone con disabilità.
E dunque il paradosso di cui parlavo all'inizio sta dispiegando la sua drammatica efficacia.

Dalla carta al digitale
In Internet il dibattito sull'accessibilità delle nuove tecnologie è stato sfruttato e alterato in chiave politica, con la presentazione di innumerevoli disegni di legge, fra cui quello del ministro dell'Innovazione, che sembrano prescindere, in buona misura, dalla conoscenza tecnica dei problemi e dall'esperienza vera maturata sul campo dai pochi esperti degni di questo nome. E anche tale fenomeno mi pare meritevole di una qualche attenzione nel futuro. Quanto ai siti, poco da segnalare nell'ambito dei portali generalisti, e dunque dei luoghi attraverso i quali sarebbe possibile finalmente rompere, a costo quasi zero (la sola connettività), il muro dell'incomunicabilità fra mondi diversi. Si è anzi accentuato il fenomeno delle comunità virtuali dedicate, specialmente dopo il venir meno sostanziale della community di Superabile.it per le note vicende rispetto alle quali preferisco, per ovvie ragioni, astenermi da ogni commento. I disabili dunque scrivono, discutono, chattano, fra di loro. Non si capisce bene perché. Ma è così. Sembra quasi - altro paradosso - che la condizione di disabilità stia diventando un hobby, un'occupazione specifica da tutelare e da chiosare, con i sacerdoti del "politicamente corretto" o anche del fortemente scorretto, purché fra intimi. Ho letto messaggi turbati di navigatori che si ritenevano - a torto o a ragione - "normali", che sottolineavano la difficoltà di essere accettati dalla comunità delle persone disabili.
Se questo avviene sulla Rete, è facile comprendere perché carta stampata e radiotelevisione non riescano a trovare una convincente chiave di nuova comunicazione, neppure approfittando del 2003. In effetti il mondo della disabilità è avaro di notizie, ma ricco di problemi. Per scrivere correttamente rispetto al tema dell'integrazione scolastica - solo per fare un esempio - occorre avere almeno una dignitosa conoscenza delle leggi, dell'evoluzione (o involuzione) del sistema, di quale sia la situazione in Italia e nel resto d'Europa. Stesso discorso per il lavoro, per i mezzi di trasporto, per il tempo libero.

Perdere con l'handicap
La comunicazione "normale" ha invece scelto, in questi mesi, il silenzio oppure l'inchiesta di routine: ovvero una serie di numeri, tratti da fonti disparate, e spesso non verificati con nessuno; una o più interviste a politici o a personaggi curiosi della disabilità; servizi fotografici di grande effetto, possibilmente un po' choccanti. L'esempio più noto è l'inchiesta "Vincere con l'handicap" pubblicata dal settimanale "Panorama", ma non si tratta di un caso isolato.
Non è giusto incolpare di questo unicamente i giornalisti e gli editori. Esiste obiettivamente un problema più generale: il mondo delle persone con disabilità, a partire dalle associazioni, fatica ad autorappresentarsi in modo corretto, ossia documentato, semplice, non enfatico, non autocelebrativo, non esageratamente polemico. Prevalgono atteggiamenti narcisistici, protagonismi, opportunismi di carattere politico (del tutto trasversali rispetto agli schieramenti), paura di esibire bilanci, cifre, numeri, richieste, realizzazioni, progetti. Ognuno per sé, e la FISH per tutti. Già, perché gli unici tentativi di rompere il silenzio in modo puntuale sono venuti, su questioni nodali, come l'art. 14 della riforma del lavoro - per citare il caso più evidente - quasi esclusivamente dalla Federazione per il superamento dell'handicap. Sarà interessante osservare, di fronte ai probabili ulteriori tagli ai servizi, conseguenti alla nuova legge finanziaria, quale atteggiamento prevarrà dal punto di vista della comunicazione: è persino possibile che si scelga, in taluni casi, il gesto clamoroso, la manifestazione ad uso televisivo, con ciò contribuendo, ancora una volta, ad accrescere il paradosso della comunicazione sulla disabilità.
In questo quadro non molto confortante si segnalano infine le abilità di chi sa dove e come muoversi per valorizzare iniziative del tutto estemporanee: in effetti non tutti sono bravi a raccontare le fiabe. Qualcuno invece sì.

 

 

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