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Mobilità n. 30 - Anno 5
Opinioni
2003: pro, contro e forse
di Andrea Pancaldi, CDH Bologna
Dopo l'articolo del nostro direttore responsabile, Franco Bomprezzi (Mobilità n. 29), ospitiamo un'altra riflessione sull'Anno europeo della persona disabile. Il contributo di Andrea Pancaldi, noto animatore del Centro Documentazione Handicap di Bologna, è per certi versi complementare a quello di Bomprezzi e ne raccoglie gli stimoli per approfondire gli aspetti positivi, negativi e per lanciare altri e sempre utili interrogativi.
Avviandoci al termine di questo 2003 sorge inevitabile l'idea di tracciare un primo bilancio sui risultati e sul clima di questo Anno europeo della persona disabile.
Trarre bilanci senza avere un quadro di insieme è aleatorio anche perché molte delle dinamiche innescate a seguito dell'Anno europeo muovono proprio in questi mesi finali del 2003 i loro primi passi e quindi ragionare su esse richiede tempi molto più lunghi.
Evitando quindi un bilancio vero e proprio ci avventuriamo in alcune considerazioni che sottolineano in ordine sparso punti positivi e negativi emersi qua e là anche in questo Anno europeo.
Le perplessità
Una prima serie di sottolineature la si potrebbe riservare alle politiche sulla disabilità attivate dal governo. La prima impressione, da un osservatorio come un Centro di documentazione specializzato quale è il mio, è che non si siano compiuti decisi passi in avanti. Anzi questo fine anno ci riserva molte sorprese negative come le disposizioni in materia di lavoro delle persone disabili che tende ad essere confinato nelle cooperative sociali. Oppure gli impedimenti che vengono posti in sede di ricorsi contro i giudizi delle commissioni mediche nell'accertamento delle invalidità, oltre ai soliti tagli alle risorse degli enti locali che inevitabilmente si ripercuoteranno sui servizi erogati. Nessun accenno in finanziaria, almeno al momento di andare in stampa, alle tante indicazioni emerse al Meeting di Montegrotto, che pure era stato organizzato da una regione con maggioranza omogenea a quella del governo.
Ancora in incerta navigazione sono le leggi relative all'amministratore di sostegno e al fondo per la non autosufficienza.
Ma le perplessità più grandi sono di ordine culturale: la differenza di spessore tra questa e la precedente gestione del Ministero del Welfare è netta, laddove un agire per ora più che altro di carattere organizzativo e riorganizzativo si è sostituito ad un tentativo di avere anche una visione in termini relazionali della realtà dell'handicap e più in generale della marginalità sociale.
Comunicazione e prototipi
Una seconda riflessione carica di perplessità fa riferimento a quale sia la persona disabile che la comunicazione dell'Anno europeo ci ha restituito.
Guardandoci attorno ci accorgiamo che l'immagine del tema handicap e della persona disabile che viene proposta (dai media ma anche dai "mondi" del sociale) presenta luci ed ombre. Sostanzialmente è la persona disabile fisica adulta ad incarnare il prototipo del disabile nella attenzione dei media e nella progettazione di iniziative ed eventi. Questo dipende da alcuni motivi di carattere storico e culturale.
Primo il dipanarsi definitivo del tema del cosiddetto handicap adulto, che è sostanzialmente una cultura prodotta nel solco dell'associazionismo e volontariato e nella quale, proprio per quell'"adulto" stentano a rientrare e ad essere ricomprese le persone con disabilità intellettiva, troppo "bambine" agli occhi di un osservatore superficiale
La seconda osservazione investe le logiche del sistema dell'informazione e dei media che in un anno "pro" disabili non possono che raccontare di disabili che "ce la fanno", che "riescono", grazie a loro stessi ed alla attenzione di una società buona. I diversamente-abili con tutto il carico di ambiguità che questa parola (che per altro contiene anche molti elementi di verità) porta con sé.
Una terza considerazione sottolinea come la sovraesposizione della disabilità fisica rispetto a quella psichica sia anche legata al fatto che il discorso, non solo mediatico, sull'handicap tende oggi a porre la questione in termini di "diritti civili" delle persone con disabilità. Naturalmente ciò tende ad escludere chi appare poco in grado di fruire di questi diritti di cittadinanza, per non dire di chi ne è legalmente escluso, come nel caso dell'interdizione.
Per ultimo citiamo il continuare ad essere assenti, dalla prospettiva dell'informazione, delle esperienze legate ai servizi pubblici territoriali, sia per motivi ideologico-culturali (malasanità, servizi pubblici inefficienti, ...) che di difficoltà intrinseca comunicativa dovuta all'organizzazione gerarchica ed alla necessità di referenza al mondo politico. Ed è ai servizi ovviamente che si rivolgono le tante realtà familiari segnate da esperienze di gravissima difficoltà, di assenza di prospettive socialmente apprezzate. Le tante realtà in cui emerge prepotentemente anche il limite oltre che la possibilità.
Semplificando si può dire che assistiamo così ad una divaricazione culturale: per il disabile fisico percorsi di cittadinanza e di autonomia attorno ai nodi del turismo, dello sport, delle tecnologie (temi che sono andati per la maggiore in questi mesi), per il disabile intellettivo un approccio di tipo terapeutico o educativo tra orti, giardini, palcoscenici e impianti sportivi.
Aspetti positivi
Il primo elemento positivo è sicuramente la visibilità sociale che questo Anno europeo ha dato al tema; molti lo avranno incontrato in maniera significativa per la prima volta nella loro vita e questo produce conoscenza e cambiamento culturale.
Il secondo è relativo all'emergere, seppure in maniera timida, frammentaria e a volte contraddittoria, di alcuni temi di importanza fondamentale nell'ambito della disabilità generalmente non affrontati: la prima riguarda la dimensione della quotidianità, ovvero della vita di tutti i giorni della persona disabile, di quella esistenza che si svincola dall'essere o un vinto o un eroe, o un utente o un paziente, e che lo restituisce alla sua banale ed eccezionale al tempo stesso dimensione di persona, che non è eroe se si prende una laurea e non è un vinto solo per il fatto di essere disabile; la seconda si occupa del corpo della persona disabile. Un corpo giudicato e vissuto da sempre come o-sceno, ovvero fuori dalla scena, come quello della prostituta, del transessuale, dell'omosessuale... e non a caso è proprio l'ambito del teatro (cosiddetto sociale) a riportare in scena la persona disabile ed il suo corpo. Un vero e proprio boom di rappresentazioni teatrali, laboratori, compagnie, in cui al corpo non si può sfuggire. Un corpo diverso, fonte di attrazione e repulsione, di amore per come è e insieme di voglia di riabilitarlo/cambiarlo/normalizzarlo. Il teatro come luogo paradigmatico del confondersi tra realtà e finzione, quindi luogo ideale per un corpo così carico di ambiguità. Speriamo solo che questo corpo non trovi cittadinanza solo sul palcoscenico, ma ne possa anche ridiscendere ed essere incontrato e desiderato anche altrove, negli affetti, nell'amore, nelle carezze e nei baci tra le lenzuola che il teatro, forse, in piccola misura, può anche correre il rischio a volte di sublimare.
Un terzo aspetto sottolinea la positività di un agire progettuale che quest'Anno europeo ha innescato, anche a seguito del Bando emanato dal Ministero del Welfare. Molte associazioni ed Enti locali hanno presentato progetti anche se a fronte di scarse risorse a disposizione. Positivo lo sforzo di co-progettazione tra servizi pubblici e terzo settore (parallelo tra l'altro alla fase di avvio dei Piani di zona previsti dalla legge 328/2000 di "riforma dell'assistenza") e le ripetute sottolineature dell'importanza degli aspetti informativi e comunicativi, decisivi per navigare, purtroppo spesso a vista di questi tempi, nella complessità di questa fase delle politiche, non solo sociali. Sarebbe auspicabile che si aprisse ora anche una fase di riflessione su cosa voglia dire "progettare" e cosa voglia dire farlo "in rete" al di la del nominalismo della cosa.
Approfondire sempre
Nel capitolo "occorre approfondire molto" metterei il dibattito che c'è stato attorno all'uso del termine "diversamente abile". Sintetizzando si sostiene che "...dis-abile sottolinea la mancanza, definisce in negativo la persona... il bicchiere mezzo vuoto, diversamente abile sottolinea le potenzialità, connota di positività la persona... il bicchiere mezzo pieno.
Ci sono elementi di verità in questo assunto. Tante sono le persone che esprimono abilità tramite modalità diverse dal solito (per esempio... vincere una corsa in carrozzina... dipingere con la bocca... comunicare tramite un sintetizzatore vocale...) ed è assolutamente vero che è necessario svincolare la disabilità da una cultura ancora per tanti versi ancorata alle sole categorie del dolore, della sofferenza, della mancanza di prospettive. Ma non bisogna però dimenticare che il deficit è un dato oggettivo e che anche nella migliore società possibile sarà difficile eliminare gli handicap che provoca. E comunque confrontarsi con la disabilità significa passare anche attraverso il dolore, lo smarrimento, l'apparente o reale mancanza di prospettive. E poi ci sono tante situazioni legate a gravi e gravissime disabilità, anche di tipo intellettivo, rispetto alle quali è difficile andare a trovare "abilità diverse" (che siano tali o che vengano riconosciute come tali) e forse non ha nemmeno senso cercarle. Un termine quindi che ancora una volta riflette la strutturale ambiguità della dimensione della disabilità e che introduce, come ha ricordato bene Franco Bomprezzi da queste pagine, un grande e drammatico paradosso comunicativo del quale i più sembrano non accorgersi.
A mio avviso quindi una evoluzione di linguaggio che non rappresenta tanto un passo in avanti ma piuttosto un passo di lato, che avrebbe bisogno di un approccio più interdisciplinare per eliminare le sue ambiguità, anche se nella disabilità ogni termine che si usa finisce sempre poi con l'essere una coperta corta.
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