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Mobilità n. 31 - Anno 6
Cinema
Una rassegna ideale
di Antonio Tripodi
Apriamo una parentesi nella consueta rubrica dedicata a cinema e letteratura per ipotizzare rassegne cinematografiche, più o meno ideali e virtuali, prendendo lo spunto da una recentissima organizzata dal cineforum di Scorzè, paesino nei dintorni di Venezia.
Tra le mille iniziative dell'anno della disabilità appena trascorso, non potevano mancare anche alcune rassegne cinematografiche dedicate al medesimo tema. Esaminiamo quella svoltasi a Scorzè, intitolata "Chi è diverso?", organizzata tra novembre e dicembre da un cineforum amatoriale (l'associazione culturale Cineforum Scorzè) in collaborazione con l'assessorato alla cultura del Comune della cittadina.
Nel corso della rassegna sono stati proiettati i seguenti film:
Frida - Canada, Usa 2002 - Regia di Julie Taymor
L'ottavo giorno - Francia 1996 - Regia di Jaco Van Dormael
Figli di un dio minore - Usa 1986 - Regia di Randa Haines
Benny & Joon - Usa 1993 - Regia di Jeremiah S. Chechik
The Elephant Man - Gran Bretagna, Usa 1980 - Regia di David Lynch
La rassegna dunque ha proposto cinque lavori, cinque punti di vista su diversi tipi di disabilità. Quella motoria (Frida), la sindrome di Down (L'ottavo giorno), la sordità (Figli di un dio minore), la malattia psichiatrica (Benny & Joon), ed ha concluso con The Elephant Man, che rappresenta una delle più profonde riflessioni cinematografiche che siano mai state fatte sul tema della diversità.
Tratteremo qui brevemente di Frida, L'ottavo giorno e Benny & Joon. Di Figli di un dio minore abbiamo parlato nel numero 29 di Mobilità, mentre a The Elephant Man, proprio per la sua profondità, verrà dedicato uno spazio apposito in uno dei prossimi numeri della rivista.
Frida
(Usa 2002)
Regia di Julie Taymor
Attori: Salma Hayek, Alfred Molina, Valeria Golino, Antonio Banderas, Edward
Norton, Ashley Judd, Geoffrey Rush.
Il film: Frida racconta la vita di Frida Kahlo (Salma Hayek),
la famosa artista messicana, vissuta senza compromessi e senza conformismi
nonostante i gravi incidenti subiti e i vari interventi chirurgici che la
ridussero, verso la fine della sua esistenza, ad una immobilità pressoché totale. Vengono narrate anche le relazioni sentimentali della protagonista, da quella con Diego Rivera (Alfred Molina), suo mentore, amante e infine marito, a quella, per certi aspetti grottesca, con Leon Trockij,
passando attraverso le innumerevoli storie vissute con amanti di entrambi
i sessi. Ne esce l'immagine di una donna rivoluzionaria nella politica,
nell'arte e nella morale.
Non è un film che parla della disabilità, ma è un film che sulla disabilità, sulla sofferenza e sulla vita in genere, fa riflettere. Metafora
mirabile di come la parossistica voglia di vivere abbia la meglio sulla crudeltà del destino, sulla immobilità, sulla sofferenza e infine anche sulla morte. Eppure questo film è stato disprezzato da molti critici, stupiti negativamente da un'opera ricca di voluti eccessi kitsch,
assolutamente anticonformista e anti-hollywoodiana. Un film di una regista
americana che come nessun altro ha saputo rappresentare il Messico e la messicanità.
La fotografia, che su sfondi tenui, grigi e pastello, riesce a far esplodere
arancioni e rossi violenti, rimanda ai versi del poeta cubano José Martí, versi "de un verde claro y de un carmín encendido".
L'ottavo giorno
(Le huitième jour) (Francia, Gran Bretagna, Belgio 1996)
Regia di Jaco Van Dormael
Attori: Pascal Duquenne, Daniel Auteuil, Isabelle Sadoyan, Miou-Miou.
Il film: Georges è affetto dalla sindrome di Down e vive in un istituto per malati mentali; Harry è un uomo d'affari molto impegnato in corsi di formazione per aspiranti venditori. Al suo successo nella vita lavorativa però fa da "pendant" il vuoto assoluto della
sua disastrosa vita privata, in cui viene abbandonato dalla moglie, che porta
con sé anche le due figlie. Durante un week-end, occupato come sempre dal lavoro, dimentica di andare a prendere alla stazione una delle figlie. Da quel momento la separazione diventa definitiva. Questa è la situazione che sta vivendo, quando per poco non investe con l'auto Georges, scappato sotto un acquazzone dall'istituto in cui è ospitato. Dopo i vani tentativi di Harry di liberarsi dell'imbarazzante conoscenza, nascerà tra i due una amicizia particolare che farà dell'uomo
d'affari una persona del tutto diversa.
Un lavoro che non riesce a mantenere le suggestioni fatte balenare in avvio ma anzi sprofonda, con lo scorrere dei minuti, in una pietosa ridda di luoghi comuni, sdolcinatezze e insopportabili pietismi.
Imperdonabile da parte di Van Dormael l'essersi fatto scudo dell'irresistibile simpatia che ispira al pubblico l'attore down (Duquenne), la cui recitazione merita da sola la visione del film. In sintesi un film ruffiano verso il pubblico, in cui la "captatio benevolentiae" ha il sopravvento sulla serietà e sulla capacità di descrivere un problema con la dignità che si conviene.
Ci si poteva aspettare molto di più da un regista che nel passato aveva prestato attività di volontariato nelle comunità down, sulle quali aveva girato anche vari documentari.
Benny & Joon
(Usa 1993)
Regia di Jeremiah Chechik
Attori: Johnny Depp, Julianne Moore, Aidan Quinn, Mary Stuart Masterson.
Il film: Benny ha a carico e si prende cura in maniera iperprotettiva della
sorella Joon, mentalmente disturbata. I suoi tentativi di trovare una
governante che segua la sorella, mentre lui lavora in una carrozzeria,
sono però frustrati
dalla sorella stessa che puntualmente mette in fuga le malcapitate.
Durante le surreali partite a poker con gli amici, in cui non sono in
gioco soldi ma incombenze e piccoli piaceri personali, Benny perde e
deve assumersi
l'incarico di prendere in casa il cugino di uno dei giocatori, Sam, dalla
personalità bizzarra ed estroversa. L'inevitabile innamoramento
tra Joon e Sam convince Benny a segregare la ragazza in un istituto.
Non sarà questo un fondamentale contributo cinematografico al tema del disagio psichico, non sarà un
epigono di Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma senz'altro l'opera ha il grande merito di
riuscire ad affrontare con i toni disinvolti della commedia un tema assolutamente
non facile, senza sfociare nel caricaturale. Con qualche indulgenza possiamo
perdonare a questo film la facilità descrittiva della follia ricondotta, in particolare all'inizio, ai luoghi comuni delle barzellette, perché successivamente
riesce a riscattarsi mantenendo una salda coerenza narrativa e coinvolgendo
lo spettatore con autorevolezza, sia quando sfiora temi tra il farsesco
e il surreale, sia quando la commedia scivola nel dramma e dal riso si
passa
alla compassionevole visione della sofferenza. Belle le citazioni da Keaton
e Chaplin.
Per una rassegna ideale
La rassegna di Scorzè ha dunque voluto proporre una serie di pellicole sicuramente interessanti che, senza perdere di vista l'aspetto del problema "disabilità",
potessero essere di facile visione per lo spettatore non specialista, desideroso
di godere di un paio di ore di piacevole spettacolo.
Da questo punto di vista la scelta è stata azzeccata. Tutti i film, benché qualcuno
presenti qualche caduta di gusto, sono risultati gradevoli e, nella giusta
misura, stimolanti.
Ma se si volesse organizzare una rassegna ideale sulla disabilità nel
cinema, una rassegna che puntasse all'eccellenza dell'arte senza cedere ai
compromessi e ai gusti del pubblico, ebbene, una siffatta rassegna, quali film dovrebbe proiettare?
Una rassegna, che volesse puntare ad esaltare l'aspetto della diversità ed i suoi effetti sulla "normalità", che volesse far comprendere il ruolo degli "altri" in una società di "normali", che volesse invertire i ruoli elevando a protagonista il "mostro", "il diverso", non potrebbe esordire che proiettando una "chicca": Freaks (Tod Browning, Usa 1932), un film inimitabile nel suo genere. Il posto d'onore poi spetterebbe a The Elephant Man (David Lynch, Gran Bretagna, Usa 1980). Nell'ipotetica manifestazione dovrebbe essere presente anche El Cochecito (Marco Ferreri, Spagna 1960): un'opera surreale del periodo buñuelianodel
regista italiano, dove il rapporto normalità/diversità si capovolge con risultati grotteschi e drammatici. Né potrebbe
mancare Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo's Nest, Milos
Forman, USA 1975), il film che svelò al mondo la tragedia degli ospedali
psichiatrici.
Non rammentiamo al momento altre pellicole che riescano a stare al passo di
questi colossi; la filmografia in materia è comunque sterminata, e non mancheranno nuove recensioni nei prossimi numeri di Mobilità.
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