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Mobilità n. 33 - Anno 6

Cinema e letteratura

L'impossibilità di essere normali

di Antonio Tripodi

Il film ed il libro che proponiamo affrontano il tema - consueto per noi - della diversità soffermandosi sull'aspetto della dignità umana del "mostro". I protagonisti di queste due opere, infatti, non solo vengono esclusi dalla loro società in quanto anormali, ma vedono addirittura negata la propria condizione di essere umano.

La locandina di The Elephant Man

È lento, difficile e irto di ostacoli il percorso verso il riconoscimento della dignità personale, quando la propria anima è imprigionata dentro un corpo che appare, ai più, mostruoso e ripugnante. Il tema della dignità umana dell'essere "deforme" è stato affrontato spesso in letteratura, ed ha trovato una delle sue espressioni più forti in un grande classico della narrativa, La metamorfosi di Franz Kafka.

Anche il cinema ha voluto esplorare questo territorio, e The Elephant Man, del regista David Lynch, ne è un esempio.

Queste due opere sono sicuramente molto diverse tra di loro, perché diverse sono le sensibilità e le epoche che le hanno originate (basti pensare che una vide la luce all'inizio del secolo scorso, mentre l'altra negli anni `80), ma che guardano entrambe al passato per esprimere una inquietudine, quella data dal contrasto tra normalità e diversità, antica quanto l'uomo.

Il film

The Elephant Man (1980), regia di David Lynch.

Riassunto della trama: Il film, ambientato nell'Inghilterra vittoriana, prende spunto dalla storia autentica di John Merrick, il cui aspetto è tragicamente devastato da una grave forma di neurofibromatosi [malattia caratterizzata dalla presenza di tumori benigni che si sviluppano a livello dei nervi, NdR]. Con l'aiuto di un medico-chirurgo, il dottor Frederick Treves, Merrick tenta di riconquistare la dignità persa negli anni in cui è stato esibito nelle fiere come fenomeno da baraccone.

Interpreti principali: Anthony Hopkins (Dr. Frederick "Freddie" Treves), John Hurt (John Merrick, "The Elephant Man"), Freddie Jones (Bytes).

La critica

John Merrick è un uomo dall'animo sensibile e delicato, ma la devastante malattia da cui è afflitto lo pone ai margini della società, nella quale trova posto solo come mostro da baraccone, come "uomo elefante".

Il film coglie l'occasione per definire in maniera credibile vizi e virtù dell'età vittoriana. È una società rigida e spaccata in classi, quella dipinta nell'opera di Lynch. In questa società Merrick si trova collocato nel più profondo dei gironi. Tuttavia, con l'aiuto del suo spirito guida, il dottor Frederick Treves, il protagonista si eleva verso l'alto sino al livello della società borghese, dalla quale il regista pare attratto, ma di cui disegna impietosamente le ipocrisie e le manie filantropiche.

La salvezza però non è definitiva e Merrick viene rapito da Bytes, il suo aguzzino, che aveva proprio nell'"uomo elefante" la sua più cospicua fonte di guadagno. Merrick ripiomba nelle tenebre della privazione della propria umanità.

Viene poi riscattato da infelici come lui, dai suoi compagni "freak", che lo liberano dalla gabbia delle scimmie in cui era stato rinchiuso e lo fanno imbarcare su una nave verso Londra, verso la luce che ritroverà non prima di avere subìto altre umiliazioni. In una delle scene più drammatiche del film, Merrick difende la propria dignità umana urlando: "Io non sono un elefante! Io non sono un animale! Sono un essere umano! Un uomo... un uomo!".

Si diceva della società vittoriana e dell'Ottocento inglese. Trapela dal film, rigorosamente girato in un bianco e nero pulito ed evocativo, il fascino di una società ancora ricca di aspettative per un futuro migliore. In questa società, che ha completato la propria rivoluzione industriale, le macchine sono viste con rispetto misto a paura e orrore. Si prenda ad esempio la scena iniziale in cui il dottor Treves tenta di ricucire, sul corpo di un operaio, le orribili ferite aperte da un incidente sul lavoro ("Cose infami queste macchine! Non si discute con loro").

Questa società è però marcatamente divisa in due mondi, distinti nel modo di vestire, pensare, vivere. Da una parte c'è la ricca borghesia conservatrice, allo stesso tempo spietata e compassionevole, che viene fotografata nei suoi riti affascinanti ancorché triti e ritriti: il tè delle cinque, la serata a teatro, ecc.

Dall'altra il mondo delle tenebre, il mondo della violenza e dell'ignoranza. E qui Lynch è spietato nel rappresentare il Lumpenproletariat, il sottoproletariato urbano, parassitario e delinquenziale, cresciuto ai margini e nel sottosuolo delle zone operaie di una società che si è industrializzata a spese dei propri figli. È il mondo dei ruffiani e delle prostitute, degli affaristi dai pochi scrupoli e dei piccoli delinquenti. Sullo sfondo (si intravede appena in pochi fotogrammi) una massa anonima che lavora bestialmente nelle officine e negli altiforni.

Poi ci sono i freak, i mostri, coloro che, come John Merrick, hanno perso persino l'appellativo di essere umano e si trovano sul gradino più basso nella scala della società. Sono lo zimbello di quelli che la loro umanità, invece, l'hanno volontariamente sacrificata sull'altare dell'alcool o della depravazione.

Ma questi due mondi sono poi tanto distanti tra loro? In fondo, ci suggerisce il regista, l'atteggiamento che hanno nei confronti del mostro, del diverso, è assai simile. Il mondo dei vinti guarda John Merrick con curiosità e dileggio, come l'ultima occasione per poter manifestare su qualcuno una insana superiorità. L'altro mondo, quello della borghesia, che già fu aristocrazia, lo osserva con orrore e falso pietismo. I suoi migliori rappresentanti accorrono a vederlo, ma più per curiosità e per vincere la noia che per vero interesse umano. Spesso non riescono a vincere il terrore e la ripugnanza trapela dai loro gesti, senza che lo spirito puro di Merrick se ne avveda.

Per entrambi i mondi, comunque, John Merrick, il mostro, rimarrà sempre il fenomeno senza possibilità di accettazione tra i normali. È questo che avverte Frederick Treves, che, voce narrante dell'autocoscienza, ad un certo punto del film confessa alla moglie: "Stavo pensando al signor Bytes... perché comincio a pensare che non siamo molto diversi lui ed io... sembra che io abbia fatto di Merrick una nuova curiosità da baraccone... questa volta in un ospedale anziché in una festa di paese."

Del resto è lo stesso John Merrick, per primo, a provare orrore per la propria diversa fisicità e a ripudiare gli specchi che lo mettono di fronte al proprio volto martoriato. La sua commovente testardaggine nel voler conquistare una irraggiungibile normalità lo porterà alla morte. Una sera si corica supino per dormire come tutti, come tutti gli altri uomini, ben sapendo che la pesante testa gli bloccherà la trachea facendolo morire soffocato. Il giorno dopo non si sveglierà più.

Il libro

"Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto". Con questo celebre attacco inizia il racconto La metamorfosi di Franz Kafka ("Die Verwandlung", 1915).

La storia di Gregor Samsa, commesso viaggiatore, piccolo borghese ben incardinato in una realtà di assoluta normalità dalla quale viene scaraventato nell'incubo più assurdo, ricorda per certi aspetti la vicenda di "The Elephant Man". Innanzi tutto per i frequenti riferimenti alla società borghese, che annulla l'individuo e schiaccia l'anormalità, quando questa non si omologa.

Gregor è un lavoratore modello, con le sue fatiche riesce a mantenere l'intera famiglia ai consueti livelli di vita borghese nonostante il tracollo economico seguito al fallimento dell'azienda del padre. Spera di potere iscrivere al conservatorio l'adorata sorella, suonatrice di violino.

Ma l'orrenda mutazione cui è inspiegabilmente sottoposto gli fa perdere ogni minima considerazione familiare. Come John Merrick, anche il giovane Gregor, nonostante la metamorfosi e l'orrore per la propria condizione, aspira alla normalità.

Da qui la speranza, costantemente frustrata, di saper essere ancora d'aiuto alla famiglia e da questa poter ricevere gratificazione, stima e affetto. Con il passare del tempo egli viene del tutto ignorato, tanto che l'intera famiglia arriva a negare che quel mostruoso insetto sia mai stato il familiare Gregor. La sua morte sarà vista come una fausta liberazione, che la sollevata famigliola festeggerà con una rilassante gita in campagna.

La figura del padre del protagonista è la metafora della società asburgica dell'epoca, granitica ma miope, meschina e autoritaria, così lontana da quella vittoriana che abbiamo visto in "The Elephant man", ma anch'essa carica di contraddizioni nei suoi aneliti filantropici che convivono con lo spietato sfruttamento delle classi sociali più deboli.

In tutto il romanzo nessuno si meraviglia della straordinarietà dell'evento, né si pone il problema del perché Gregor si sia trasformato in uno scarafaggio: se la società non coglie lo sbalorditivo e la diversità, è essa a risultare completamente folle. Non è sorprendente e disgustoso il raccapricciante, ma la normalità.

Il sottile orrore che si insinua nella nostra mente di lettori nasce dal fatto che possa essere "normale" svegliarsi una mattina e ritrovarsi delle minuscole zampette al posto delle gambe. Ma un orrore ancora maggiore è che questo straordinario evento possa essere fatto rientrare dagli altri nella normalità delle cose, e sia trattato con indifferenza, come una inquietante, fastidiosa, possibile seccatura. L'indifferenza degli altri di fronte alla deformità ed alla sofferenza rappresenta l'annullamento della persona, il completo annichilimento che la società compie sull'individuo.

Domande senza risposte?

Le domande che le due opere ci pongono permangono nell'ambito di un triangolo, delimitato da tre lati che si chiamano umanità, diversità e società, all'interno del quale si trova l'individuo.

Un essere segnatamente differente nel fisico può integrarsi nella società? Può conseguire la tanto agognata normalità? Può essere accettato dagli altri se non accetta egli stesso la propria deformità? Con quali difficoltà uno spirito nobile alberga in un corpo mostruoso nel quale non si riconosce?

Sono domande che la letteratura e il cinema si sono poste in maniera costante. Dal mito de "La Bella e la Bestia" passando per il "Cyrano De Bergerac" sino a "Dietro la maschera", a "Edward mani di forbice" e a "The Elephant Man", per l'appunto.

Esiste una risposta?

 

 

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