Mobilità Mobilità numero 34

Home Page
Questo numero
Numeri precedenti
Richiedi Mobilità
Benvenuto
Scheda tecnica
Scrivi a Mobilità
Collegamenti

Mobilità n. 34 - Anno 6

Cinema e letteratura

Sogni e incubi

di Antonio Tripodi

Il percorso dell'ego umano dalle paure medievali ai deliri di onnipotenza dell'epoca moderna, le divisioni sociali, la guerra al diverso. Con questi argomenti il nostro collaboratore ha voluto confrontarsi partendo da un classico del cinema degli anni '20, Metropolis di Fritz Lang, al quale accosterà, nel prossimo numero, un interessante saggio di recente pubblicazione.

La locandina del film
La locandina del film

Immerso in un sogno confuso di irrealtà, l'uomo medievale stentava a far emergere la razionalità dalle nebbie indistinte che avvolgevano il mondo reale, che si presentava ingannevole e mutevole, mai simile a se stesso, illusorio. Una cortina pareva porsi a celare la Verità, quella con la "V" maiuscola, intrinseca emanazione del vero Dio dei cristiani.

Piccoli uomini

L'immaginario dell'uomo medievale si arricchiva di mostri e di prodigi, figure magiche e arcane. Circondato da una natura nemica, viveva in un mondo ostile e misterioso, oppresso dal passato classico, greco e romano, modello troppo grande per potersi confrontare. Agiva in balìa degli eventi, incapace di controllare la realtà che sfumava sino a mescolarsi e confondersi con gli elementi fantastici.

L'Umanità uscì con fatica dalle tenebre medievali, che qui non voglio enfatizzare in maniera eccessiva poiché è doveroso ricordare anche le testimonianze di concretezza e di orgoglio che l'uomo medievale lasciò ai suoi posteri. Basti pensare alle grandiose cattedrali gotiche, che svettano sino ad accarezzare le nubi, vera sfida dell'Uomo al Cielo. Uscito dunque dal medioevo, l'uomo lentamente intraprese una strada che si dirigeva verso un grandioso disegno di comprensione, di controllo, di catalogazione della natura e della realtà circostante.

Deliri di onnipotenza

È un desiderio di potenza che si trasforma in un delirio di onnipotenza. Dalla visione medievale che sfoca l'alterità in un tutt'uno indistinto e uniforme si passa alla categorizzazione e alla creazione delle differenze. Nel XVIII secolo Linneo costruisce la grande classificazione sistematica di tutti gli organismi viventi, teorizzando l'esistenza di una volontà divina nella creazione delle specie, eterne e immutabili.

È l'inizio della classificazione tassonomica dei regni, animale, vegetale, minerale. Da questa volontà di regolare, comprendere, sezionare e inquadrare la realtà intiera deriva anche la concezione di diversità, di handicap e di follia, etichette affibbiate a tutti coloro che non rispondono ad una forma, fisica o comportamentale, regolata e codificata.

Si passa così, come sostiene Michel Foucault (1926 - 1984), da una cultura delle somiglianze ad una cultura delle differenze.

Più tardi, alla fine del XIX secolo, nuove teorie parascientifiche e sociali indurranno a far credere possibile il sogno del completo controllo dell'uomo sulla natura, sulla società e sulla sua stessa evoluzione. Nasceranno allora terribili deliri e folli presunzioni, che sono alla base delle ideologie sanguinarie e totalitarie del XX secolo.

Ma la guerra per distruggere le differenze, la vera e propria guerra contro i poveri, i diversi, i malati, i disabili, la guerra condotta in nome dell'assurda speranza di realizzare una razza superiore, ebbe le sue basi concettuali proprio alla fine del XIX secolo. Lo vedremo nel prossimo numero, quando esamineremo un saggio sui deliri eugenetici per la realizzazione di una razza superiore. Si tratta di un libro scritto dal giornalista investigativo Edwin Black: "War Against the Weak", ovvero la guerra contro i deboli. Il libro è stato pubblicato recentemente (2003) negli Stati Uniti ed in altre nazioni, ma è ancora inedito in Italia.

Qui esamineremo invece una pellicola girata negli anni '20, che, con profetica intuizione, fantastica di una avveniristica società nella quale quegli utopistici deliri di sopraffazione si sono realizzati.

Il film è Metropolis di Fritz Lang.

Il film

Metropolis (1927), regia di Fritz Lang, scritto da Fritz Lang e Thea von Harbou.

Il cast: Alfred Abel (Johhan "Joh" Fredersen), Gustav Fröhlich (Freder Fredersen), Brigitte Helm (Maria/Robot).

La trama: nel futuro gli uomini sono divisi in due gruppi sociali: i "pensatori", che organizzano la società senza alcuna conoscenza pratica, e i "lavoratori", che fanno funzionare il sistema ma senza possedere una visione d'insieme. Completamente separati tra di loro, ciascun gruppo non ha consapevolezza delle condizioni dell'altro. Un "pensatore" discende nel sottosuolo dove faticano i "lavoratori" e rimane attonito da ciò che vede.

La critica

Una visione fantastica e angosciante del futuro in un film che ci fa dono di alcune tra le immagini più inquietanti della storia del cinema. Una società rigidamente piramidale conserva nelle sue viscere la vergogna dello sfruttamento di coloro che ha classificato come inferiori.

I "lavoratori", uomini grigi, tutti uguali, con movenze da zombie, alla fine del loro turno di dieci ore si dirigono verso l'uscita in una lunga fila, strascicando i piedi con misurata lentezza, mentre, dal verso opposto, gli si fa incontro un'altra lunga fila di uomini, a loro uguali, tristi e abbruttiti dalla fatica, che li sostituiranno nel turno successivo. È la realtà della fabbrica, un'esistenza che si è estesa, in questo futuro neanche tanto remoto, alla maggior parte della popolazione.

In contrasto con questa miserevole realtà i "pensatori", i "padroni" di Metropolis, conducono la loro vita in alto, tra lussureggianti giardini sospesi, dilettandosi in giochi seducenti.

Sennonché, come in una visione, Freder, figlio del dittatore di Metropolis, vede Maria, profetessa dei "lavoratori", che, circondata dai figli degli operai, lo invita a non dimenticare come vivono gli altri, uomini come lui, suoi fratelli.

Un mondo infernale

Il mondo infernale con cui si scontra Freder provoca in lui una crisi di coscienza che lo avvicina sempre di più alla società degli operai e lo porta a seguire le prediche di Maria nei nascondigli più remoti di Metropolis, simili alle catacombe dei primi cristiani, ove la profetessa predica l'amore e la riconciliazione e auspica l'avvento di un mediatore che possa armonizzare i due mondi opposti.

Ma Johhan Fredersen, il dittatore, per screditare l'influenza della profetessa induce Rothwang, mago-inventore, a realizzare una macchina, un robot dalle fattezze assolutamente umane che nessuno potrà distinguere dalla vera Maria. La macchina però assume una personalità autonoma, assolutamente perfida e malvagia, incontrollabile anche da parte dei suoi stessi inventori.

Il robot, dunque, spinge il proletariato alla rivolta. Le masse, che vediamo in scene che ancora oggi non cessano di stupire per la loro spettacolarità, si riversano nei cunicoli del sottosuolo ma anche su, nei ponti sospesi fra i grattacieli della città alta, distruggendo le macchine sotto gli ordini dell'invasato robot, sino ad arrivare a danneggiare la centrale la cui distruzione provocherebbe l'allagamento dell'intera Metropolis.

Toccherà a Maria e Freder smascherare il malvagio automa, salvare la città e rappacificare le classi sociali contrapposte. Sarà dunque Freder il mediatore profetizzato da Maria.

Il contraddittorio messaggio conclusivo, melenso e compromissorio ("non ci può essere comprensione tra le mani e il cervello se il cuore non agisce da mediatore") riduce l'opera più moderna e sconvolgente dell'espressionismo tedesco a una rivisitazione del celebre apologo di Menenio Agrippa (il corpo dell'uomo è paragonato al corpo sociale, quindi tutte le parti sono essenziali alla vita).

Finzione e realtà

Per tale messaggio il film fu apprezzato a suo tempo dal nazismo. E suscita raccapriccio, oggi, vedere sulla porta della casa-antro di Rothwang, il malvagio creatore del robot, impressa la croce di Davide. Ma lo sceneggiatore, probabilmente, voleva semplicemente collocare un simbolo magico per enfatizzare le caratteristiche di "mago" dell'inventore, senza alcun riferimento agli israeliti..

Nonostante qualche "caduta" nella sceneggiatura, Metropolis resta ad ogni modo un'opera magnifica e visionaria, che riflette le paure e i sensi di colpa della borghesia dell'epoca, direttamente o indirettamente colpevole della disperazione di larghissimi strati della classe lavoratrice. I recenti fuochi della Rivoluzione Bolscevica trovano eco nelle scene che raffigurano le masse impazzite, che distruggendo tutto rischiano di far collassare il proprio stesso mondo.

Da lì a poco (30 gennaio 1933) un ometto piccolo, grigio, con i baffetti, inizierà una battaglia per creare un nuovo mondo fatto di dominatori e di schiavi: il primo gruppo sarebbe stato formato dagli appartenenti alla razza germanica e ariana, il secondo gruppo dalle razze inferiori (in particolare slave e negre). Gli ebrei, per la loro pericolosità sociale e genetica, non avrebbero dovuto trovare spazio nel nuovo ordine mondiale: l'eliminazione fisica era il loro destino.

È il disegno di un mondo vicino in maniera inquietante alle immagini di Fritz Lang, ma che vuole trovare le proprie giustificazioni scientifiche nelle teorie eugenetiche, che, sorte nell'Inghilterra di fine Ottocento, si consolideranno negli Stati Uniti nel corso del secolo successivo.

Su queste teorie e sugli uomini che le sostennero, come già accennato, ci darà un panorama completo il saggio di Edwin Black.

 

 

Il presente articolo è di esclusiva proprietà di Mobilità Servizi sas.
Ogni riproduzione, su qualsiasi supporto, senza preventiva autorizzazione dell'Editore, è vietata.

 

Indice numero 34