

di Antonio Tripodi
Nell'era del "politicamente corretto" troviamo anche un film che guarda all'handicap con occhio disincantato: una persona con disabilità non è necessariamente buona e simpatica, e questo perché ogni individuo è libero di fare le proprie scelte, siano esse giuste o sbagliate. Scopriamo come viene affrontato il tema del libero arbitrio in due opere antitetiche, il recentissimo The Village del regista Shyamalan ed il Riccardo III di Shakespeare.
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Esisteva un tempo un pregiudizio secondo cui chi non possedeva l'uso della vista, o dell'udito, o era malfermo sugli arti, o era malato di lebbra, non era un uomo come tutti gli altri. Era semplicemente il cieco o il sordomuto o lo storpio o il lebbroso.
Era negata insomma all'individuo una propria personalità e la facoltà di esercitare il libero arbitrio, di compiere le proprie scelte esistenziali, a dispetto della propria malformazione. La deformità, insomma, si riteneva avesse marchiato l'individuo anche nell'animo.
Quanto tempo è trascorso da quando questo succedeva? Millenni, secoli, decenni, anni? Siamo ancora invischiati in quella vecchia ragnatela di pregiudizi? Ne siamo finalmente fuori? Oppure ci siamo ricacciati in una tela di buonismo ipocrita, nel quale sopravvivono i vecchi pregiudizi che abbiamo intessuto con trame diverse?
Come consuetudine, tentiamo di trovare stimolo per queste riflessioni accostando un'opera cinematografica ad una letteraria. Questa volta opere diversissime ci offrono interessanti punti di confronto. Trattiamo infatti l'ultima pellicola del virtuoso regista indiano M. Night Shyamalan, "The Village", accostandola ad una tragedia di William Shakespeare, il "Riccardo III".
(USA 2004), regia di M. Night Shyamalan.
Il cast: William Hurt (Edward Walker), Bryce Dallas Howard (Ivy Walker), Noah Percy (Adrien Brody), Joaquin Phoenix (Lucius Hunt), Sigourney Weaver (Alice Hunt).
La trama: gli abitanti di un tranquillo ed isolato villaggio, situato in una arcaica Pennsylvania, hanno stabilito un patto con le "creature innominabili" che abitano il bosco circostante: gli uomini non dovranno mai entrare nel bosco e le creature non si avvicineranno mai al villaggio e ai suoi residenti. Il patto resiste per molti anni sino a quando Lucius Hunt si addentra nel bosco per recarsi nella Città, che si trova al di là della foresta, a prendere delle medicine. Da quel momento il patto sembra infranto. Prima piccoli animali domestici vengono trovati scuoiati, poi le oscure presenze che abitano nel bosco fanno il loro ingresso nel villaggio seminando il terrore fra i suoi abitanti.
Dopo aver dato uno scossone al genere horror con il geniale "The sixth sense" ("Il sesto senso", USA 1999), nel quale aveva dimostrato che gli orrori e le paure che albergano nel nostro cuore e nella nostre mente non hanno bisogno di litri di sangue per essere evocate, Shyamalan, regista indiano di Madras, aveva fatto flop per ben due volte.
"Unbreakable" ("Il predestinato", USA 2000), pur presentando qualche motivo di interesse, non riusciva a coinvolgere fino in fondo lo spettatore. Ancora più deludente era "Signs" (USA 2002), in cui il regista commetteva l'errore di dare corpo e aspetto alle ombre di paure recondite lasciando lo spettatore in sospeso tra ambiziose argomentazione filosofiche e concitate azioni più consone ad un banale "Independence Day".
Certo la trovata geniale de "Il sesto senso" non era facilmente ripetibile ed è probabilmente per questo che Shyamalan in "The Village" imposta una sceneggiatura in fondo minimalista, che abbandona l'idea di offrire allo spettatore spettacolari capovolgimenti e colpi di scena per condurlo invece con mano sicura lungo un cammino ambiguo che rimette costantemente in discussione tutte le certezze che lo spettatore riteneva di avere acquisito sino a quel momento.
Fra i protagonisti di questo film troviamo due persone con disabilità. L'aspetto interessante, come vedremo, è però la loro personalità, che presenta sfaccettature complesse ed inedite nella produzione cinematografica anche recente.
Il contesto è un villaggio fuori dal tempo, nell'America dei pionieri dell'800, abitato da una comunità che professa l'egualitarismo, che non conosce il denaro, né il peccato, né la punizione. Si è qui rifugiata per sfuggire alle violenze e alle malvagità del mondo.
La giovane Ivy Walker (la splendida Bryce Dallas Howard) è cieca ma vede emanare dalle persone un leggero colore, come una foschia; è l'unica cosa che vede nell'oscurità. Ivy, a dispetto del suo handicap, è autonoma e anzi adotta atteggiamenti inconsueti per una rispettabile ragazza dell'epoca. La vediamo sfrecciare fra i prati come un maschiaccio sfidando il suo compagno di giochi Adrien Brody, persona con ritardo mentale, segretamente innamorato della giovane. Scopriamo la disabilità di Ivy Walker gradualmente e con sorpresa, secondo una costante che è una caratteristica di questo film.
"Momenti come questi ci portano a riflettere e ad interrogarci". Con queste parole Edward Walker, padre della giovane Ivy e anziano del villaggio, apre il film che è poi tutto un interrogarsi e un riflettere sulla natura dell'uomo, sulla sua impossibilità di rifuggire, anche nel regno dell'utopia, la violenza e il male in genere che pare connaturato al suo stesso modo di rapportarsi esistenzialmente agli altri. Ma c'è anche una riflessione pesante sull'incapacità di riconoscere e accettare, nell'eden sociale costruito dalla comunità, la morte, il dolore, l'imperfezione, la limitazione.
"Avevo saputo che mia figlia aveva perduto definitivamente la vista e sarebbe rimasta sempre cieca seduta su quella sedia e, per la vergogna, avrei voluto morire": sono parole dello stesso Edward Walker.
Gli opposti atteggiamenti che adottano i due personaggi nel loro rapportarsi alla realtà e agli altri ci stimolano alcune considerazioni sulla menomazione e sull'handicap. È questo un film, fra i primi, che mette a fuoco l'attenzione dello spettatore sulla persona, collocando l'handicap in una posizione di secondaria importanza. Siamo stati viceversa abituati a vedere in primo piano la disabilità: la persona, in questo modo, emerge a malapena sotto la patina del problema.
Secondo una recente deleteria moda del politicamente corretto il disabile dunque, nella rappresentazione cinematografica, sarà necessariamente buono, meglio se vittima della società e se possibile anche tenero e simpatico. Quasi mai vediamo ritratti di persone con le necessarie sfumature, in cui la sordità o la cecità o la sindrome di down siano una caratteristica che si aggiunge o anche limita la persona senza per questo divenire l'unico tratto caratterizzante per quell'individuo.
Insomma non vediamo quasi mai rappresentate persone con sordità, con sindrome di down, o con cecità, ma sordi, down e ciechi a tutto tondo, come se l'handicap debba necessariamente prevalere sulla persona.
In questo film ciò non avviene. Abbiamo due persone disabili che fanno le loro scelte imboccando strade opposte, l'una improntata all'amore e all'altruismo, l'altra alla meschinità e all'egoismo, una forte, l'altra debole. Sono due persone come tante altre che affrontano i loro fantasmi interiori e, indipendentemente dal loro handicap, li vincono o ne sono vinti.
Il percorso di Ivy Walker attraverso il bosco, attraverso le tenebre, per giungere nella Città dove potrà trovare le medicine che permetteranno di salvare il suo Lucius, si rappresenta come la dolorosa arena ove si svolge la faticosa vittoria dell'amore sull'odio, del bene sul male. La malvagità, il lato oscuro dell'uomo, ci dice il film, riemerge ovunque: non serve l'isolamento dagli altri perché l'Altro c'è sempre, anzi, per meglio dire, l'individuo può esistere esclusivamente perché c'è l'Altro.
Il percorso di Ivy Walker è periglioso e con poche certezze. Anche lo spettatore è indotto a seguirla ma, come già detto, viene privato cammin facendo dei pochi punti di riferimento che riteneva la pellicola gli avesse fornito. Il regista, confondendo gli eventi, lo ha collocato in una condizione di cecità simile a quella della protagonista.
Ma il viaggio di Ivy Walker rappresenta anche l'inversione dei luoghi comuni sulla disabilità, in particolare di quelli sulla cecità. Tra i componenti del villaggio, tutti vedenti, è l'unica che può portare a termine il viaggio, in quanto è l'unica che scruta il mondo con gli occhi del cuore. Come asserisce l'anziano Walker: "È guidata dall'amore. Il mondo si muove per amore". Ivy, che è cieca, è l'unica che vede la strada verso la Città; gli altri, che vedono, vivono da ciechi. È l'amore la guida potente, ma anche l'elemento imprevedibile e disgregante del normale ordine delle cose. Come si dice in un'altra parte del film è "sorprendente quali persone l'amore sceglie di unire".
È pur sempre l'amore che pone Ivy e Adrien di fronte ad una scelta cruciale. Adrien, davanti all'impossibilità di amare e di essere amato, abbandonerà per sempre la strada del bene per percorrere quella della violenza e della distruzione.
In Shakespeare, il Duca di Gloucester, il futuro re Riccardo III, maledice la sua condizione fisica di deforme e claudicante, privo di fascino e di armonia, cui sono negati i dolci amori e gli interessi di una "sculettante ninfa" ("a wanton ambling nymph"). La rabbia per la sua condizione lo induce a lasciare libero il proprio odio di distruggere gioie e piaceri di cui gli altri godono.
La decisione finale di Riccardo III è simile a quella di Adrien. La differenza tra i due personaggi sta nel pregiudizio del drammaturgo che riteneva quella di Riccardo III una scelta obbligata derivante dalla sua deformità. All'epoca di Shakespeare, infatti, deformità e malvagità trovavano una inevitabile corrispondenza.
Le abitudini mentali della nostra epoca, che invece tendono a scorgere nel disabile una figura forzatamente positiva, danno alla scelta di Adrien un significato assolutamente anticonformistico e non prevedibile, considerando anche la simpatia che il personaggio ispira all'inizio del film.
In effetti la scelta di porsi in contrapposizione con un mondo che si ritiene ostile ed estromettente non è assolutamente legata alla condizione di disabilità. È una scelta che si impone prima o dopo l'età dell'adolescenza, quando si ha la sensazione che la natura, il mondo, la società ci abbiano dato molto meno di quello che ci meritiamo. Allora o si impugnano armi più o meno metaforiche e si combatte con vigore, nella maggior parte dei casi autodistruttivo, oppure si mette assieme quel poco (o tanto) che ci è stato dato e si comincia a costruire qualcosa che potrà essere bello, importante e addirittura unico.
Essere bello o brutto, povero o ricco, abile o disabile non influisce minimamente nella scelta.