

di Angelo Raffaele Cagnazzo
Quattro amici, una vecchia auto, la voglia di visitare paesi lontani e conoscere culture diverse: il nostro Lettore ci racconta il suo viaggio alla scoperta del Marocco. Una vacanza iniziata non senza qualche timore, anche a causa del proprio deficit uditivo, che si è poi rivelata una magnifica esperienza.
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Nell'agosto del 2000 io e miei amici Donato, Giampaolo e Gianfranco (che, come me, sono sordi dalla nascita) abbiamo deciso di fare un viaggio in Marocco.
Siamo partiti con la mia auto, una vecchia Fiat Regata immatricolata nel 1983, ed abbiamo fatto tappa in numerose città francesi e spagnole.
Dopo un lungo viaggio siamo finalmente arrivati allo Stretto di Gibilterra, dove abbiamo comprato il biglietto per Tangeri. Avevamo una strana sensazione, pensavamo che avrebbe potuto capitarci qualcosa di brutto. Come sarebbe stata questa avventura? Divertente o pericolosa? Eravamo emozionati ma volevamo essere ottimisti: non dovevamo più immaginare situazioni negative. Avevamo deciso noi di fare questo viaggio, anche perché eravamo curiosi di conoscere meglio e capire un mondo così diverso dal nostro. Adesso era arrivato il momento di affrontarlo.
Appena arrivati nel porto di Tangeri abbiamo notato subito che l'ambiente era diverso da quello che avevamo trovato in Spagna: alla dogana c'erano tanti bambini che chiedevano denaro a noi e agli altri turisti. Questa cosa ci ha fatto commuovere e abbiamo dato loro qualche soldo.
Le strade della città erano affollate e c'era una gran confusione. Qualcuno ci ha chiesto se poteva farci da guida o aiutarci a trovare un albergo o un posto in cui mangiare, ma noi abbiamo rifiutato perché sapevamo che da noi volevano soldi, e non avevamo molta fiducia.
Siamo partiti subito per Rabat. Girando per le strade del centro abbiamo avuto la fortuna di incontrare casualmente alcune persone sorde del posto. All'inizio avevamo però difficoltà di comunicazione, perché la lingua dei segni italiana è diversa da quella usata in Marocco. Ci esprimevamo quindi con i segni internazionali, una forma di comunicazione simile al mimo. Abbiamo chiesto a due di questi ragazzi marocchini di farci da guida per 8 giorni. Loro erano veramente contenti di venire con noi ed hanno accettato subito.
In sei in macchina siamo quindi partiti per Fes. Qui abbiamo visitato l'associazione dei sordomuti marocchini e le nostre "guide" ci hanno fatto conoscere i loro amici, che ci hanno accolto cortesemente. Il giorno dopo un altro ragazzo si è unito a noi per farci vedere la città: adesso in auto eravamo in sette! Ci ha fatto visitare la fonte dell'acqua calda miracolata da Allah e ci ha detto che quest'acqua possiede virtù particolari: ad esempio aiuta a digerire. Io ne ho bevuto qualche sorso.
La nostra guida ci ha portati poi in una piccola fabbrica di ceramiche dove lavora un suo amico. Abbiamo scoperto però che facevano lavorare anche alcuni bambini (visto che c'è lo sfruttamento minorile!). Prima di lasciare la città abbiamo visitato la fabbrica di colori dove si colorano i tessuti.
Ci siamo fermati una notte a Meknes a casa di parenti del nostro nuovo amico. Qui abbiamo anche mangiato del cibo buonissimo. Un piatto tipico molto gustoso sono le polpette di pesce. A Beni Mellal ci aspettava invece una natura favolosa: una bellissima valle con laghi e cascate.
A Marrakech abbiamo trovato una città piena di mercati, bancarelle e incantatori di serpenti. Faceva caldissimo: alla mattina non c'era nessuno, perché le persone iniziano a lavorare nei mercati quando fa più fresco.
Ad Essaouira, località sulla costa, c'era una nebbia fittissima. Questa è la città degli artisti delle percussioni, dove vengono realizzati a mano i djembe di legno.
A Casablanca abbiamo visto la grandissima Moschea, con le sue porte dorate ed i suoi bellissimi mosaici, simile al palazzo reale di Re Mohamed IV a Rabat: una vera opera d'arte.
A Safi, mentre i nostri due amici marocchini andavano a fare alcune spese, ci siamo fermati in un piccolo ristorante perché eravamo veramente affamati. Io ho ordinato un panino con la carne macinata ed aggiunte varie (gli altri hanno ordinato piatti diversi). Ho mangiato il primo panino e ne ho ordinato subito un altro uguale. Mentre lo mangiavo di gusto sono ritornati i nostri amici e ci hanno chiesto cosa avevamo preso. Quando ho mostrato loro il mio panino mi hanno domandato "Ti piace il cammello?". Io sono rimasto sorpreso, ma ho continuato a mangiarlo ugualmente perché era davvero buonissimo!
Ho avuto alcune difficoltà di comunicazione con la polizia marocchina. Quando mi hanno fermato per un controllo, come loro dovere, ho fatto presente che non sento. I poliziotti sono rimasti stupiti perché guidavo la macchina. Io non capivo, poi il mio amico marocchino ha tradotto quello che stavano dicendo: sostenevano che non potevo guidare perché sono sordo. Il mio amico ha spiegato loro che sono italiano e che in Italia è permesso, ma la polizia non ci credeva ed insisteva a fischiarmi vicino alle orecchie per vedere se sentivo oppure no; io invece continuavo a dire "non sento!". Alla fine ci hanno lasciati andare ed il mio amico mi ha spiegato che in Marocco la legge non permette ai sordi di guidare. Questa cosa mi è sembrata una discriminazione per la comunità sorda.
Per il resto posso dire che con le persone udenti del luogo grandi problemi di comunicazione non ce ne sono stati. Abbiamo conosciuto parecchi marocchini in giro per Italia e questo ci ha aiutato. Noi sapevamo come comunicare con loro, ma anche loro conoscevano alcuni semplici segni come ad esempio "hotel", "mangiare", "buono", "grazie" ecc.
Quando capivano che siamo sordi si sforzavano di comunicare, dimostrando buona volontà e rispetto. La comunicazione non era completa ma comunque abbastanza chiara. Con i marocchini sordi, invece, ci siamo capiti abbastanza bene.
Per me è stato importante visitare questo paese e scoprire le differenze culturali, religiose, sociali. Diversi sono anche molti altri aspetti, come la natura ed il cibo.
È stato fondamentale fare amicizia con i ragazzi non udenti, capire la comunità sorda marocchina, affrontare le difficoltà di comunicazione dovute a due lingue diverse ed avere rispetto per la popolazione e le tradizioni del luogo.
Questo viaggio, lungo quasi 11.000 chilometri, si è rivelato insomma una bellissima avventura.