Mobilità Sommario numero 37 del 2005


Visita anche :

Taccuino di viaggio

Un morso alla mela

di Andrea Pedrana

Dieci giorni per scoprire New York: il nostro collaboratore è tornato nella "Grande Mela", ha vissuto le sue strade ed i suoi quartieri, ha visitato musei e parchi, ha girato per i locali ascoltando buona musica ed assaporando cibi diversi. Si è emozionato di fronte a Ground Zero, ma ha anche visto la rinascita che la metropoli ha vissuto dopo l'11 settembre.

il panorama di New York di sera

Ricordate il film "Totò, Peppino e la malafemmena"? Rammentate quando i due comici scendono imbacuccati come eschimesi alla stazione centrale di Milano?

Bene, così eravamo io e la mia compagna all'Aeroporto JFK il primo di gennaio. Maglioni, tute termiche, moon-boots. Più che turisti, davamo l'impressione di due esploratori in transito per l'Antartide. Invece a New York splendeva il sole e la colonnina di mercurio segnava più 16, tanto che molti ragazzi sfrecciavano sui rollers in maglietta e pantaloncini corti.

È la seconda volta che visito la "Big Apple", e questa volta, non costando una follia (grazie anche a un dollaro ai minimi storici rispetto alla nostra moneta), noleggio una Limousine per il trasferimento dall'aeroporto all'hotel nel cuore di Manhattan.

I quartieri di New York

Manhattan prende il nome da un'antica tribù di pellerossa, significa "dolci colline". Manhattan è un quartiere di New York come lo sono Brooklyn, Staten Island, il Queens ed il tanto vituperato Bronx. Quest'ultimo è grande "soltanto" come la città di Parigi, e non è vero che sia il più malfamato: oggi in fatto di criminalità la maglia nera la detengono alcuni sobborghi di "Broccolino", come gli italoamericani chiamano il quartiere della gomma del ponte.

Abitano nel Bronx i nostri emigrati; ormai nella famosa Little Italy di Manhattan sono rimasti solo i nomi dei ristoranti a ricordarci i tempi delle imprese di Lucky Luciano, Joe Colombo e John Gotti e fanno sorridere le scritte sulle lavagnette dei menu: "maccheroni alla bolognese" o "sopressatta fatta a casa", che anche questa volta, non so il perché, non ho sentito l'esigenza di assaggiare.

Il nostro albergo: l'hotel Milford Plaza, tra l'Ottava e la Quarantacinquesima in piena Times Square, a pochi passi da Broadway e dai suoi teatri.

Un piccolo e antico hotel di 28 piani con soltanto 1000 stanze. Nulla se pensiamo al vicino Crowne Plaza con le sue oltre 2000 camere e una dozzina di suites da oltre 20000 dollari per notte.

Avevo naturalmente segnalato, prenotando prima del mio arrivo, la carrozzina ma purtroppo non avevo detto che Carolina ed io siamo fumatori incalliti e quindi abbiamo dovuto fare una scelta: ci è toccata così una stanzetta piccola con il gabinetto non accessibile, dove per entrarci mi appoggiavo alle pareti come l'Uomo Ragno. Devo smettere di fumare!

Cose da fare e da vedere

Essere seduti su una carrozzina a New York ha certamente i suoi vantaggi: tutto o quasi è accessibile e nei musei, nelle gallerie d'arte o in certi locali pubblici la sedia a rotelle è una sorta di pass che ti fa tagliare le code.

I marciapiedi della città invece sono pericolosi, soprattutto agli incroci delle strade dove le pozzanghere al fondo degli scivoli nascondono buche micidiali. Lo posso dire perché, bloccatasi la mia carrozzina in una di queste, sono volato a terra e mi sono steso a pelle d'orso sulla Quinta strada. Devo conservare un po' di pancetta: attutisce i colpi!

Mete straordinarie e da non perdere sono i tanti musei di New York; almeno tre di questi sono tassativamente da visitare: il MoMa in primis, con i suoi Rauschenberg e le grandi opere di Andy Warhol, poi il Guggenheim Museum, le cui sale, che espongono tele di grandi artisti (Chagall e Picasso, solo per citarne alcuni), sono situate lungo i piani di un'enorme ed interminabile spirale: è maledettamente divertente salire in cima a questa immensa rampa con la sedia a rotelle e poi lasciarsi scivolare lungo tutto il suo percorso.

Terzo - ma non ultimo - il Metropolitan Museum, che è il più grande tempio dell'arte nordamericana ed uno dei maggiori al mondo, senza dubbio la più grande "enciclopedia" e raccolta di carattere antropologico di antiche civiltà come quella egizia, romana, persiana, greca... tutte, insomma. È immenso, quindi state attenti a non perdervi, se ci andate.

Devo ricordarmi di portare anche all'estero il cellulare in tasca, sempre, soprattutto quando vado per musei.

A gennaio, come da noi, in città ci sono i saldi, quindi è piacevole passeggiare tra i negozi di vintage e arte varia a Greenwich Village o a Soho, dove peraltro è possibile ammirare dei vialetti con casette coloratissime e loft deliziosi e non è difficile incappare nei bar in qualche attore o anchorman famoso come David Letterman, che è di casa nel quartiere.

Per respirare un po' d'aria buona ci si deve spostare naturalmente a Central Park, un'area verde di 337 ettari nel centro della città.

Carolina si era ripromessa, in classico stile film newyorkese, di fare un po' di jogging portando dall'Italia l'occorrente: tuta, scarpe da ginnastica e fascette varie che però sono rimaste li, in fondo alla valigia, anche perché, povera, di ginnastica ne faceva già tutti i giorni spingendo la mia sedia per la città. Devo ricordarmi che ho promesso di non ingrassare!

Musica e locali

New York sprigiona musica da tutti i suoi angoli, qui sono nati o vissuti musicisti della stazza di Gorge Gershwin, Irvin Berlin, Duke Ellington; qui a New York, ad Harlem, è cominciato il delirio e la passione per il jazz, la musica dei neri. Ci sono ovunque locali accessibili in cui vale la pena recarsi per ascoltare dell'ottima musica dal vivo, come al Blue Note al Greenwich. Qui, cenando - e neanche tanto male - abbiamo assistito al concerto di Cassandra Wilson: per me, che sono un suo fan, un evento memorabile. La sera seguente, poi, tappa in un'altra storica mecca della musica, il Birdland a Broadway, a due passi dal nostro albergo.

Un altro posto nuovissimo, ma non per questo privo di fascino, si trova all'interno del Lincoln Center, grattacielo contiguo al Time Warner Building, sede della CNN, in Columbus Circle; il locale si chiama Dizzy's Club e vale la pena farci un salto, perché oltre ad un ambiente ovattato, con luci soffuse, ottimi musicisti e buona cucina, si può godere di una vista stupenda su un pezzo della città.

Molti artisti come Lou Reed o Bruce Springsteen vivono qui a New York. Sting, i R.E.M. ed i Rolling Stones hanno dedicato pezzi indimenticabili a questa metropoli; John Lennon è stato ucciso davanti a casa sua in Central Park. Molti grandi della musica devono qualcosa a questa città e soprattutto ad un sobborgo di Manhattan: Harlem.

Harlem

Nel mio immaginario, come credo in quello di molte altre persone, Harlem è sempre stata una specie di periferia fatiscente, dove le strade non sono ancora asfaltate e i vecchi neri sulla loro sedia a dondolo scassata con il cappello di paglia suonano il banjo. Bene, Harlem non è così o, forse, non lo è più ed è, a mio avviso, una delle zone più belle di New York, dove sentiti i prezzi delle case si possono forse ancora fare dei buoni affari.

Harlem è sulle colline, il parco di Central Park separa il quartiere dal resto di Manhattan. Per visitare la zona ci siamo affidati ad una agenzia. Ogni albergo ha un tour operator al suo interno in grado di organizzare di tutto a prezzi interessanti e per tutte le tasche.

La strada dello zucchero attraversa il quartiere più a tramontana, sulle colline, qui sorge la parte residenziale di Harlem; la sua gente è ancora prevalentemente nera ma, come ci diceva la guida, gli affitti proibitivi nel resto di Manhattan e i cinesi che si espandono sempre più a nord della città costringono le altre comunità, soprattutto quella ispanica, ad insediarsi nell'area di Harlem. Sotto la collina c'è il cuore di questo quartiere; se avete tempo vi consiglio una visita al Centro Ricerca sulla Cultura Nera, lo Schomburg Center for Research in Black Culture, dove un certo Romare Bearden ha raccolto tutte le espressioni culturali ed artistiche prodotte dalla comunità afroamericana dalle origini ad oggi.

Carolina ed io volevamo entrare in una chiesa ed ascoltare ma soprattutto vivere l'atmosfera di uno Spiritual. Lei buddista, io mezzo agnostico, poca importanza, tutte e due sentivamo la voglia di lanciare le mani in aria, battere (si fa per dire) i piedi e gridare "Jesus! Jesus!"... insomma sentirci un po' negri per una volta. La chiesa: la Mount Moriah Baptist Church, una messa vera, cantata da un gruppo di ex tossicodipendenti. Sin dall'inizio questa cosa mi ha eccitato perché, sapendo quanto spirito di espiazione hanno un po' tutti gli ex drogati, contavo su una cerimonia tutta anima e giugulare. Così è stato. Fantastico!

Ground Zero

Sono volati i giorni, dieci giorni molto belli, divertenti. Ci siamo trovati in situazioni curiose: siamo stati aggrediti anche da una vecchietta perché lanciavamo delle noccioline ad uno scoiattolo dal pelo nero. "Black rat!", è un "fottuto topo nero", sbraitava la nonna brandendo un ombrello all'altezza del mio naso (New York, anche se ricoperta da vetro e laterizi, ospita un nutrita colonia di cip e ciop che gironzolano in tutti i parchi e giardini della città; ce ne sono di tutti colori: rossi, bianchi e anche neri).

Ma a New York abbiamo fatto anche esperienze molto più profonde: un momento che non avrei immaginato così toccante è stata la visita a Ground Zero. Impressionante. Una voragine, un cratere dove, sul fondo, si scorgono mille uomini che poco alla volta, come in un Lego gigantesco, ricostruiscono le basi di altre torri ancora più grandi e più alte. Intorno alle lunghe e fredde transenne in acciaio sono appese corone e pannelli con la storia del World Trade Center. Dal famoso 11 settembre un ispanoamericano viene qui tutti i giorni e monta una specie di tabernacolo su cui appende le dediche e i pensieri di chi vuole lasciare una traccia della propria visita a Ground Zero. Poco più in là Wall Street, dove ogni giorno volano, girano e cadono milioni di dollari.

L'ultimo morso

A New York, per un turista, non è possibile avere fame e non sapere cosa mangiare. C'è di tutto. Ma soprattutto quello che stupisce è la quantità di cibo che viene prodotta dalle migliaia di bar, ristoranti, chioschi e negozi alimentari aperti praticamente ventiquattro ore su ventiquattro in tutta la città. Quattro milioni di galline da uova tutti i giorni lavorano soltanto per New York.

La cucina orientale la fa da padrona ed è ottima ovunque, ma il posto che ricordo più volentieri è The River Café a Brooklyn, un ristorante-chiatta sotto il ponte, naturalmente. Si mangia benissimo, il servizio è molto curato, in più la vista è unica.

Sospirando è stato il nostro ultimo morso alla Grande Mela, il mattino dopo saremmo rientrati in Italia.