

di Antonio Tripodi
Il cinema ha cercato più volte di descrivere la sordità, riuscendo però a darne solo una visione parziale e spesso un po' troppo romanzata. Chi desidera approfondire l'argomento, magari con un approccio più scientifico, e conoscere meglio il mondo delle persone non udenti dovrà perciò fare riferimento alla vasta letteratura in materia. Il nostro collaboratore ci suggerisce, accanto alla consueta recensione cinematografica, alcune letture più specialistiche.
In questo numero torniamo ad occuparci di sordità, tema affrontato più volte su queste pagine: abbiamo, fra l'altro, recensito "Figli di un dio minore", l'opera che ha il merito di aver fatto conoscere al grande pubblico le problematiche che riguardano i sordi. Abbiamo poi visto assieme "Dove siete? Io sono qui", della regista italiana Liliana Cavani, mediocre tentativo di rincorrere una tendenza. Ci siamo soffermati infine ad analizzare "Nel paese dei sordi", un film (quasi un documentario) che si avvicina con grande correttezza filologica al mondo dei sordi.
È arrivato il turno di "Goodbye Mr. Holland", una pellicola non dichiaratamente dedicata alla sordità ma che affronta con consapevolezza e realismo i problemi di una famiglia che viene sconvolta dalla nascita di un bambino sordo e le difficoltà di comunicazione fra udenti e non udenti.
È giunto anche il momento di fare una breve rassegna generale sui libri che dovrebbero essere conosciuti da chi vuole comprendere il mondo del "popolo del silenzio".
("Mr. Holland's Opus", USA 1995), regia di Stephen Herek.
Il cast: Richard Dreyfuss (Glenn Holland), Glenne Headly (Iris Holland), Jay Thomas (Bill Meister, insegnante di educazione fisica), Olympia Dukakis (Helen Jacobs, preside), William H. Macy (Gene Wolters, vicepreside).
La pellicola vuole essere un affresco trentennale di storia e di costume attraverso il racconto della vita di Glenn Holland, musicista e compositore, che inizia a svolgere l'attività di insegnante per guadagnarsi da vivere mentre nel tempo libero persegue il suo vero obiettivo: comporre una sinfonia che lo renderà famoso. Ma cosa ci può essere di più paradossale e inaspettato, nella vita di un musicista, che avere un figlio sordo?
Il film si trascina stancamente per una ventina di minuti, non lasciando intendere allo spettatore dove voglia andare a parare, sino al colpo di scena, sino al rivolgimento della trama rappresentato dall'incidente di percorso nella vita di Glenn Holland: la nascita di Cole, il figlio sordo.
Stilisticamente allineato alle commedie sentimentali hollywoodiane, il film non cessa di stupire per la qualità e la quantità degli argomenti, apparentemente eterogenei, che mette in gioco, ma soprattutto per l'intensità della commozione che riesce a suscitare.
Quello che, nel contesto delle problematiche che stiamo affrontando, si apprezza maggiormente della pellicola è la veridicità con la quale viene descritto il percorso di una famiglia con un bambino sordo: il primo impatto con lo specialista della medicina ufficiale che suggerisce la via oralista per favorire l'integrazione e il divieto esplicito ad assecondare i "gesti" del bambino. La sofferenza dei genitori nel non riuscire a comprendere la propria creatura. E quindi la via della lingua dei segni. Dapprima vista come un disperato tentativo, poi perseguita con tenacia e convinzione soprattutto dalla madre, Iris.
Il film riesce a incuriosire mettendo a confronto, con sapiente capacità, il mondo di suoni del protagonista con il mondo di silenzio del figlio. Questi due mondi, che sembra non possano incontrarsi mai, verso la fine del film si incrociano. Sarà quando Glenn Holland dirigerà presso l'istituto del figlio un concerto per sordi aiutandosi con le luci e la lingua dei segni. Questo episodio metterà fine alle incomprensioni emotive e comunicative fra padre e figlio.
La canzone di John Lennon, "Beautiful Boy", che Glenn canterà alla fine del concerto dedicandola al figlio, contiene il verso "La vita è ciò che ci accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti" ("Life is what happens to you while you're busy making other plans"), che rappresenta la sintesi del film ed è la metafora di quel che accade al protagonista: egli credeva che il suo destino fosse quello di diventare famoso componendo sinfonie e raggiunge invece la sua piena realizzazione senza accorgersene nemmeno, comunicando la passione per la musica ai suoi studenti.
In tutti i film considerati finora abbiamo potuto vedere come l'immagine del sordo sia stata sempre quella di una persona emancipata o sul punto di emanciparsi, se non fosse trattenuta da una società che lo ostacola in tutte le maniere. In particolare è da notare l'atteggiamento di curiosità, se non di vera e propria ammirazione, nei confronti della lingua dei segni, raffigurata come il mezzo naturale che i sordi utilizzano per comunicare fra loro e anche con gli udenti.
Dal momento che i film altro non sono che l'espressione dei valori culturali di una società, possiamo dire che sia mutata la percezione comune dei sordi e della sordità?
Possiamo rispondere di sì, ma solo fino ad un certo punto. Come abbiamo constatato nel numero precedente prendendo spunto dall'analisi di "The Village", le rappresentazioni massmediatiche gradiscono dipingere una società buonista e multiculturale, in cui viene dato spazio a tutti i diversi e a tutte le culture, caricate di forme e colori ma con una essenziale vacuità di contenuti sostanziali. Il rischio che corre la comunità sorda, ma in genere tutti i disabili, è quello di rimanere invischiati in una melassa di buonismo e di paternalismo che comunque non affronta i problemi reali.
La tematiche della sordità da un punto di vista culturale sono state però colte in maniera profonda nella serie di libri che andremo ad esaminare.
Il testo obbligato per chi vuole iniziare a conoscere il mondo dei sordi è "Vedere voci, un viaggio nel mondo dei sordi" (Adelphi, Milano 1990), il suggestivo saggio di Oliver Sacks in cui il neurologo statunitense racconta in maniera avvincente il percorso culturale e scientifico che lo ha portato a comprendere un mondo che prima ignorava completamente.
Avvicinandosi al mondo dei sordi l'autore osserva come una limitazione possa divenire una imprevista potenzialità. Scopre, e rende partecipi i lettori del proprio stupore, quali inaspettati misteri si nascondono in un linguaggio unico fra quelli di cui si è servita l'umanità. Ma soprattutto Sacks scopre l'esistenza di una sfera differente, con altre espressioni artistiche e culturali e con tassonomie del tutto diverse.
Chi volesse approfondire maggiormente l'affascinante mondo della cultura sorda dovrà però rivolgersi ai testi della copiosa letteratura anglosassone non ancora tradotta in Italia. Fra tutti consiglio i due fondamentali saggi di Harlan Lane: "When the Mind Hears. A history of the deaf" (Vintage Books, New York 1989) e "The Mask of Benevolence: disabling the Deaf Community" (DawnSignPress, San Diego, CA 1992). Queste opere forniscono una brillante, quanto completa, ricostruzione degli eventi storici che hanno portato alla formazione di una comunità sorda negli Stati Uniti e alla nascita dell'American Sign Language (ASL), vista dalla prospettiva di Laurent Clerc.
Nel primo Ottocento Clerc era un educatore non udente dell'Istituto nazionale per sordi di Parigi. Fu convinto da Thomas Gallaudet a seguirlo negli Stati Uniti ove sarebbe diventato il primo educatore sordo del nuovo continente, nella scuola che sarebbe stata inaugurata nel 1817 ad Hartford nel Connecticut, diretta dallo stesso Gallaudet.
"The Mask of Benevolence" mira a scrutare oltre la maschera dell'ipocrita benevolenza dietro la quale si è sempre nascosta la società udente quando si è occupata di sordi e di sordità. Di fatto - annota l'autore - i sordi hanno subito un trattamento paternalistico per certi aspetti simile a quello di una popolazione colonizzata, ad esempio con il divieto di usare la propria lingua e la collocazione in una posizione di inferiorità razziale. Rileva, peraltro curiosamente, che i sordi e gli abitanti dell'Africa condividono spesso definizioni comuni attribuite loro dai "dominanti". Di volta in volta sono stati infatti definiti come fanciulleschi, schivi, sottomessi, poco intelligenti. L'autore, da parte sua, esprime critiche rispetto all'impianto delle protesi cocleari, questione sulla quale c'è un ampio ed acceso dibattito anche in Italia con posizioni assai divergenti.
Tornando in Italia un testo interessante è quello di Simonetta Maragna, intitolato "La sordità", (Hoepli, Milano 2000). Completo e di facile comprensione, ha l'innegabile pregio di affrontare la questione da molteplici punti di vista, medico, educazionale, sociale e linguistico. Tocca argomenti scottanti avendo però la prudenza di riflettere la disparità delle posizioni senza parteggiare apertamente per l'una o per l'altra scuola. Rappresenta un utile strumento per la famiglia dove nasce un bambino sordo ma anche una preziosa guida per tutti coloro che vogliono sapere qualcosa di più sull'argomento.
Infine, a chi volesse approfondire la conoscenza della lingua dei segni, consiglio "La Lingua italiana dei segni. La comunicazione visivo-gestuale dei sordi", (Il Mulino, Bologna 1987), a cura di Virginia Volterra. Il testo fornisce chiare e complete informazioni sulla lingua dei segni, ma si addentra con competenza anche in aspetti morfologici e sintattici, per cui richiede al lettore una certa preparazione, oltre che impegno.
È senz'altro un ottimo manuale per chi è intenzionato a seguire uno dei numerosi corsi di lingua dei segni che l'Ente Nazionale Sordomuti organizza in tutta Italia.
Per approfondire tutti questi temi e per avere un panorama completo dei diversi punti di vista sulla sordità segnaliamo, tra le tante utili risorse presenti in internet, il sito dell'ENS (www.ens.it) e quello della Fiadda (Famiglie Italiane Associate per la Difesa dei Diritti degli Audiolesi): www.fiadda.it