

di Antonio Tripodi
L'inquietante storia di Terry Schiavo, nella quale sono intervenute dinamiche che hanno contribuito a complicare ulteriormente una vicenda esistenziale umanamente irrisolvibile, ha riacceso in tutto il mondo il dibattito sull'eutanasia. Non c'è nulla di più difficile da affrontare che i temi etici e soprattutto farlo senza avanzare risposte definitive. Ognuno matura le proprie idee e le proprie scelte. Anche il cinema se n'è occupato. Vediamo come.
Ad accrescere l'interesse per il tema dell'eutanasia, per una strana combinazione, sono state inserite nei circuiti cinematografici, a poca distanza l'una dall'altra, due opere che hanno ottenuto un grande successo di pubblico e di critica: "Mare dentro" di Alejandro Amenábar e "Million Dollar Baby" di Clint Eastwood. Entrambi i film pongono i protagonisti di fronte alla drammatica scelta di dover rinunciare alla vita per riconquistare la propria dignità.
Questo tipo di scelta, naturalmente, è di carattere esclusivamente personale. La dignità non può essere legata alla funzionalità di un organo o di una parte del proprio corpo. C'è stato chi, rinchiuso all'interno di un polmone di acciaio, nell'immobilità assoluta, ha diretto riviste, ha studiato, ha organizzato associazioni, comunicando solo con il battito delle ciglia.
Ma c'è anche chi non riesce a sopportare l'idea di essere collegato ad un corpo che ritiene oramai inservibile, di dovere dipendere dagli altri per tutte le funzioni e vorrebbe una vita ben diversa. C'è chi si pone dinanzi una scelta drastica: o tutto o niente; e allora è costretto alla seconda soluzione. È una scelta terribile, dolorosa soprattutto per gli strascichi che avrà sulle persone a lui legate da intimi affetti.
È una scelta personale, sempre rispettabilissima. In questo rapporto che dovrebbe essere esclusivo tra l'uomo e il proprio destino interviene lo Stato, che pure si definisce laico, a porre degli ostacoli invalicabili.
E questa è proprio la vera storia di Ramón Sampedro, spagnolo, nato a Xuño, nella provincia di La Coruña, il 5 gennaio del 1943. A 22 anni Ramón si imbarca su un mercantile norvegese come meccanico e percorre tutto il mondo. Il 23 agosto del 1968 si tuffa in mare da uno scoglio senza tenere in considerazione la risacca. Il colpo contro il fondale gli provoca la frattura della settima vertebra cervicale.
Per trenta anni convive con la propria tetraplegia sognando di raggiungere la libertà attraverso la morte. Nel corso di questi anni, servendosi di una bacchetta di legno mossa con la bocca, scrive una serie di poesie che saranno raccolte e pubblicate nel libro "Lettere dall'inferno" ("Cartas desde el infierno"). Fra queste la poesia "Los Ensueños", le cui righe iniziali danno il titolo al lavoro di Amenábar, sarà recitata mentre scorrono gli ultimi fotogrammi del film.
La richiesta di eutanasia di Ramón Sampedro arriva sino al Tribunale dei Diritti Umani di Strasburgo senza essere accolta. Ciononostante Sampedro rivendica il proprio diritto ad una morte degna e, nel gennaio del 1998, di nascosto e probabilmente aiutato da una mano amica, realizza il suo proposito.
"Mare dentro" ("Mar adentro", regia di Alejandro Amenábar, con Javier Bardem, Belén Rueda, Lola Dueñas, Mabel Rivera, Celso Bugallo) ricostruisce la storia di Ramón Sampedro. Il film esplora le relazioni di Ramón con due donne: Julia e Rosa. Julia, che è un personaggio di fantasia, è una avvocatessa che patrocina la sua causa.
Rosa, invece, è il corrispondente filmico di Ramona Maniero, la donna che Ramón sposò un anno prima di morire e che, con ogni probabilità, lo aiutò nel suo intento. Ramón nel rapporto con le due donne non cerca l'amore. L'amore è vita e Ramón insegue invece la morte, unico mezzo per poter raggiungere una altrimenti impossibile libertà.
In questo film Alejandro Amenábar, enfant prodige del cinema spagnolo, abbandona il genere thriller ("Tesis", "Apri gli occhi", "The Others"), con il quale aveva dato prova di sorprendente maestria, per affrontare una vicenda umana con uno stile e una sensibilità prettamente mediterranei. I precedenti film di Amenábar potevano essere girati negli USA o nel Regno Unito, sarebbe stato indifferente.
Questa opera trova invece il suo giusto contesto nel sole, nel mare, nell'erba, nelle spiagge, in altre parole nelle terre del Mediterraneo. O, per meglio dire, trova la sua più concreta giustificazione nell'insostenibile privazione, che il protagonista è costretto a soffrire, di tutti i beni del creato. Alle immagini di sole del passato si sovrappongono infatti, davanti agli occhi di Ramón, le immagini della pioggia che scende costantemente e che osserva dalla finestra della sua stanza, eternamente disteso sul letto.
La calorosa presenza, anche questa così tipica della cultura mediterranea, degli affetti familiari e amicali pone il protagonista in una dimensione consolatoria e riveste il dramma della sua vicenda di funzioni catartiche per lo spettatore. Ma per altri aspetti la costante presenza degli affetti e dei legami familiari apre diverse e più dolorose sfaccettature nel dramma dell'eutanasia.
Questo accade poiché il dramma valica il limite della scelta individuale e coinvolge, sconvolgendole, le vite delle altre persone, delle persone care ("c'è una cosa sola peggiore della morte di un figlio: è un figlio che vuole morire" dice il vecchio padre di Ramón). L'ironia del personaggio, difesa estrema di fronte ad una realtà insostenibile, contribuisce a rendere l'opera piacevole, godibile e - incredibilmente - anche leggera rispetto al tema trattato, che ha valenze emotive estremamente coinvolgenti.
Stili diversi troviamo invece nel film diretto ed interpretato da Clint Eastwood: "Million Dollar Baby" (con Hilary Swank e Morgan Freeman).
L'allenatore di boxe Frankie Dunn ha un rapporto doloroso e irrisolto con la figlia alla quale invia, con cadenza settimanale, una lettera che sistematicamente viene rispedita al mittente. Maggie Fitzgerald è invece una donna pugile non più giovanissima per la pratica sportiva, dalla volontà tenacissima, la quale bazzica nella palestra di Frankie Dunn con la dichiarata aspirazione di essere da lui allenata.
Dunn, probabilmente per il suo passato, che non emergerà mai nel corso del film, è restio dall'assumersi responsabilità che riguardino altre persone e per questo non intende rischiare sulla pugile facendole da allenatore. Ma la sua ritrosia è vinta dalla caparbia determinazione di Maggie. I due scopriranno, allora, di possedere un comune sentire che sfocerà in un sentimento di purissima spiritualità che oltrepassa i consueti rapporti standardizzati nella società (padre-figlio, fratello-sorella, amanti ecc.).
Ma la carriera sfolgorante della pugile sarà stroncata da un pugno, sferratole scorrettamente dall'avversaria Billie "The Blue Bear" nel corso dell'incontro per il titolo mondiale che Maggie sta vincendo grandemente. Il colpo, partito dopo il gong, scaglia la pugile contro uno sgabello con effetti devastanti: Maggie rimane paralizzata dal collo in giù e può respirare solo grazie al supporto delle macchine.
Il vecchio allenatore allora, spinto da Maggie, prenderà la decisione più coraggiosa della sua vita per poi scomparire del tutto.
La vicenda è raccontata dalla voce fuori campo di Scrap, il vecchio pugile, factotum della palestra di Frankie, che ha perso un occhio nel suo ultimo incontro di boxe. Solo alla fine del film si scopre che il racconto di Scrap non è altro che il testo di una lettera che il vecchio pugile sta scrivendo alla figlia misteriosa di Frankie per fargli sapere "chi era veramente" suo padre.
La ricchezza del rapporto tra Frankie, Maggie e Scrap è solo uno dei tanti elementi di interesse di questo film che per raggiungere livelli di intensissima commozione non ha mai bisogno di usare le corde della retorica. Al contrario lo stile di Eastwood è estremamente asciutto e realistico.
Oramai definitivamente uscito dalla lunga gavetta di polizieschi e western, Eastwood ultimamente sta sviluppando delle opere che si distinguono, oltre che per il pathos e la tensione che riescono a suscitare, per l'estrema pulizia del linguaggio cinematografico. In questo segue la strada dei prestigiosi maestri del cinema americano per cui ogni scena è curata come se debba essere la scena madre del film. È straordinario come questo anziano conservatore riesca a sviluppare una delle più lucide e penetranti analisi critiche dell'America Bianca, Anglosassone e Protestante.
I riferimenti classici dell'America conservatrice - Dio, patria e famiglia - sono decisamente lontani o trascurati nella società descritta nei film di Eastwood. In "Million Dollar Baby" lo Stato non si sa dove sia. La famiglia è rappresentata dagli squallidi parenti di Maggie che la disprezzano e tentano comunque di sfruttarla sino alla fine. Non è un caso, d'altra parte, che l'unico autentico rapporto sentimentale che si coglie nel film, quello tra Frankie e Maggie, sia al di là degli schemi e delle forme previste o imposte dalla società.
La disperata solitudine nei rapporti umani è uno degli elementi che si avverte da subito in "Million Dollar Baby" e contribuisce a creare sin dall'inizio del film una cupa atmosfera di dolore irrisolvibile che penetra nell'animo dello spettatore e fa male. Quanto è diversa la fredda solitudine esistenziale rappresentata in questa pellicola dal calore mediterraneo di "Mare dentro", agitato dalla caotica folla di parenti, amici e innamorate di Ramón Sampedro!
E anche Dio è assente nella tragedia immane di Frankie e Maggie, in cui non esiste peccato o colpa o espiazione ma solo il castigo senza limite. Nelle tragedie classiche (e Eastwood nelle sue ultime opere ha messo a punto scenari esistenziali che rievocano le tragedie greche) si ottiene l'effetto tragico quando le conseguenze sono incommensurabili rispetto alle cause, cioè le azioni compiute dagli uomini. Ed è questo che accade in "Million Dollar Baby".
Come nelle tragedie classiche, nell'opera di Eastwood l'uomo è posto di fronte a scelte incomputabili i cui effetti, qualunque sia la decisione, vanno comunque al di là della possibilità di sopportazione dell'uomo. Ma, al contrario delle tragedie greche, in "Million Dollar Baby" non c'è catarsi per lo spettatore, ma solo un lontano miraggio di pace, un luogo remoto "sperduto tra il nulla e l'addio".