

di Anna Contardi*
Lo sviluppo e la crescita del bambino possono essere visti come un graduale passaggio dalla dipendenza verso l'autonomia. Il percorso è completo quando il bambino diviene adulto e cittadino a tutti gli effetti, soggetto e oggetto di diritti, capace di lavorare e di avere rapporti paritari con gli altri. Ma questo passaggio è possibile anche per le persone con disabilità intellettiva? Un'esperienza ormai consolidata in Italia ci suggerisce che vale la pena di provarci.

Nella crescita verso l'autonomia, un bambino con handicap incontra due tipi di ostacoli. Il primo è derivato dalle difficoltà legate al suo deficit.
Il secondo ostacolo è rappresentato dagli atteggiamenti di paura e dalle ambivalenze dell'ambiente che interferiscono con il suo grado di autonomia potenziale, raggiungibile pur nella situazione di svantaggio. Spesso i genitori, ma anche le persone che il bambino incontra, talvolta gli stessi operatori e insegnanti, sviluppano nei suoi confronti un atteggiamento assistenziale e protettivo che ne limita l'acquisizione dell'indipendenza.
Sembra quasi che si voglia compensare con maggiore affetto e atteggiamenti più permissivi il disagio per il deficit. Oppure pare che proprio a causa di quella disabilità il bambino venga complessivamente ritenuto incapace e quindi bisognoso di assistenza e di qualcuno che operi al posto suo in ogni occasione.
Negli ultimi anni, tra coloro che si occupano di ritardo mentale, si è sempre più radicata la convinzione che l'autonomia debba essere promossa in funzione dello sviluppo della persona e per il suo inserimento sociale.
Non sfugge a nessuno come sia più facile, già nella scuola materna, inserire un bambino con handicap se questi ha una propria autonomia nell'andare in bagno o nel mangiare e se sa rispettare alcune regole. La conquista di queste abilità spesso è indipendente dalle difficoltà che egli incontra nell'apprendimento di tipo prettamente didattico. Quella stessa autonomia personale sarà poi un prerequisito essenziale per l'inserimento sociale e lavorativo di giovani e adulti con handicap mentale.
Molte conquiste però, soprattutto nell'ambito dell'autonomia esterna, sono difficilmente raggiungibili in ambito familiare, soprattutto quando tale problema viene posto nella fase dell'adolescenza, momento in cui i ragazzi disabili, così come gli altri adolescenti, iniziano a manifestare desiderio di distacco dai genitori e mal sopportano le loro richieste. Al tempo stesso anche per i genitori riconoscere ed accettare che i figli stiano diventando grandi è spesso difficile.
È proprio nell'età adolescenziale, quindi, che il tema dell'educazione all'autonomia assume un particolare risalto e una maggiore efficacia.
È per affrontare questi bisogni, per rispondere a tali esigenze che nel 1989 a Roma presso l'Associazione Italiana Persone Down (allora ABD) è stato organizzato il primo corso di educazione all'autonomia per adolescenti con Sindrome di Down rivolto a ragazzi tra i 15 e i 20 anni.
Oggi questo corso è diventato un'attività istituzionale dell'associazione ed è frequentato nella sola capitale da 50-60 ragazzi ogni anno; all'esperienza romana si sono aggiunti corsi in altre città sedi dell'associazione. Ad oggi sono operanti 20 esperienze analoghe in altrettante città e molte altre similari ed ispirate al modello AIPD sono attive presso USL, Comuni e centri sociali.
A Roma sono nate altre iniziative che hanno dato risposte al bisogno di tempo libero o di residenzialità seguendo la metodologia educativa del corso.
Per delineare un itinerario educativo nell'ambito dell'autonomia esterna e definire aree da esplorare e abilità da raggiungere abbiamo tentato di rispondere ad alcuni interrogativi fondamentali: quali sono le competenze minime essenziali per "cavarsela" da soli fuori casa? E ancora: di che cosa ho bisogno per la mia vita quotidiana, per il lavoro, per il tempo libero?
Immediatamente ne è scaturito un elenco di abilità legate alla capacità di spostamento ed altre legate alle capacità di acquisto e di uso dei servizi in genere.
Analizzando tali esigenze formative sono state individuate 5 aree educative con i relativi obiettivi di tale percorso.
La prima area riguarda la comunicazione: saper chiedere, comunicare i propri dati, usare i telefoni pubblici. All'orientamento è dedicata la seconda area: saper leggere e seguire le indicazioni stradali, individuare punti di riferimento, riconoscere fermate di autobus, metro e taxi. La terza area è correlata all'orientamento ma si concentra sul comportamento stradale: attraversamento pedonale, semafori ecc.
La quarta area riguarda l'uso del denaro: acquisizione del valore del denaro, riconoscimento, conteggio, corrispondenza prezzo-denaro ecc.
Infine la quinta ed ultima area, relativa all'uso dei servizi: corrispondenza prodotto-negozio, supermercati, negozi di uso comune, bar, cinema, luoghi di svago e di sport, uffici postali, mezzi pubblici.
Il corso di educazione all'autonomia si colloca nell'ambito del tempo libero e si struttura in una serie di incontri pomeridiani (3 ore circa).
Ogni ragazzo si incontra, un pomeriggio a settimana, con un gruppo composto da 8 a 10 ragazzi Down e 3 o 4 operatori. Dopo un momento comune il gruppo si divide in sottogruppi di 2-3 ragazzi più un operatore e un volontario in servizio presso l'ente.
Autonomia non vuol dire solo acquisire alcune competenze, ma anche riconoscersi grandi e sentirsi tali. Si ritrova in questo cambiamento, dalla condizione di bambino a quella di adolescente, la motivazione nell'assumere nuovi comportamenti e nel superare le inevitabili difficoltà. Il clima scelto per le proposte del corso è allora quello di un ambiente ricreativo e gratificante in cui i ragazzi si sentano protagonisti e vengano così anche rinforzati nell'assunzione del loro essere "grandi".
Per questo è stato creato, come contenitore per questa esperienza, il "Club dei Ragazzi". Questo clima aiuta i ragazzi nella loro identificazione come adolescenti e stimola la comunicazione e l'instaurarsi di rapporti di amicizia all'interno del gruppo.
Il progetto si basa su alcune convinzioni maturate nel corso degli anni che si sono poi trasformate in modalità di lavoro.
È stata attribuita una grande rilevanza alla motivazione concreta all'apprendimento. Questo significa, ad esempio, imparare a contare i soldi per andare a fare merenda al fast food, usare il telefono per contattare l'amico assente, chiedere informazioni per raggiungere un luogo dove si vuole passare insieme il pomeriggio.
È la scelta di motivazioni reali e non fittizie rispetto alle quali i ragazzi sono molto sensibili. Nessuno di loro va volentieri a comprare il latte se c'è già in frigorifero o se sa che comunque ci andrà la madre se lui non si muove. Allo stesso tempo questa modalità di rapporto rinforza nei ragazzi la convinzione di essere grandi e oggetto di fiducia da parte degli adulti. Tanto più la situazione sarà vera tanto più i ragazzi si sentiranno coinvolti, importanti e spinti ad agire.
I ragazzi che partecipano all'esperienza vengono sempre coinvolti nelle scelte e nella gestione delle attività. Si punta cioè ad una incentivazione dei ragazzi ad agire correttamente e da grandi, rendendoli sempre di più protagonisti delle varie attività.
Ciò ha portato ad una serie di piccole e grandi attenzioni ma anche la scelta di lavorare sempre in piccoli gruppi con momenti di ulteriore suddivisione.
Quando nelle piccole attività quotidiane viene richiesta la collaborazione di questi ragazzi, la loro partecipazione, per quanto attiva, viene spesso presentata come una semplice forma di aiuto ("Mi aiuti a cucinare?", "Mi aiuti a fare la spesa?" ecc.), un po' come si fa con i bambini con l'idea di renderli attivi, ma senza credere troppo nelle loro capacità. Essi lo avvertono e perciò sono spesso poco disponibili ("Perché devo farlo se ci sei tu ed io non sono necessario?"), atteggiamento che talvolta viene inteso invece come incapacità.
La scelta è invece di porre attenzione affinché il loro ruolo nelle varie attività sia sempre il più centrale possibile.
Un altro elemento incentivante è sempre quello di riconoscere esplicitamente nei ragazzi il ruolo di adulti con tutto ciò che ne consegue.
Questo significa adeguare il modo di rivolgersi ai ragazzi, il linguaggio, il tipo di attività proposte per passare il pomeriggio, che dovranno essere adatte al loro essere adolescenti (il cinema, la discoteca, il bowling, il fast food ecc.). Dare fiducia ai ragazzi è importante in quanto li stimola ad avere maggior intraprendenza e coraggio nel fare le cose.
La considerazione del loro essere grandi comporta anche il mantenere nella conversazione con i ragazzi un piano di realtà, non assecondando fantasie impossibili ma aiutandoli a confrontarsi con fatti reali vissuti o vivibili.
Per ogni ragazzo, a partire dall'analisi delle abilità già possedute, vengono posti ogni anno obiettivi individualizzati che possano portare l'individuo a fare un passo avanti sul proprio cammino verso l'autonomia. Per la valutazione delle abilità gli operatori utilizzano apposite schede di osservazione che vengono compilate almeno due volte l'anno.
Dopo i primi due mesi di attività, ad ogni ragazzo viene esplicitato il proprio cammino attraverso la proposta di 5 obiettivi concreti (portare il proprio gruppo in qualche luogo, fare acquisti ecc.) da raggiungere per diventare "ragazzi in gamba". Attraverso tali obiettivi si avanza nel conseguimento delle competenze prima indicate all'interno delle aree educative e al tempo stesso, facendo partecipare in modo consapevole il ragazzo al proprio "imparare facendo", si rinforza la sua autostima.
Per ogni ragazzo, inoltre, vengono individuate strategie personalizzate che tengono conto delle risorse personali. Se ad esempio un ragazzo è capace di leggere, viene stimolato a farlo nel riconoscimento dei prodotti nei negozi; se non lo è viene sollecitato a riconoscere l'immagine del prodotto o dell'etichetta sulla scatola.
Ogni abilità da acquisire viene vista non in sé e per sé, ma sempre in relazione all'obiettivo finale dell'imparare a "cavarsela". È quindi proprio in funzione dell'obiettivo, così come delle capacità o delle difficoltà del singolo ragazzo, che l'abilità viene scelta.
La metodologia di lavoro è globalmente caratterizzata da un approccio progettuale in cui ogni proposta nasce sempre da un riferimento agli obiettivi e dall'analisi della situazione (ambientale e personale) e delle risorse.
Nello svolgimento delle attività vengono anche utilizzati "strumenti" che possono facilitare l'esecuzione di alcuni compiti e fungere da ausili per il raggiungimento degli obiettivi di autonomia scelti. Ad esempio è utile, soprattutto per i ragazzi più emotivi e timidi, utilizzare biglietti come supporto agli acquisti o alla richiesta di informazioni; per tutti abbiamo trovato opportuno proporre l'uso del marsupio invece di borse o zainetti perché permette di utilizzare entrambe le mani per estrarre e conteggiare il denaro. Altri accorgimenti proposti per facilitare alcune operazioni sono l'uso di coltelli dotati di distanziatore, misuratori graduati invece della bilancia, accendigas a fiammella in cucina.
Ad eccezione di uno speciale portafoglio che è stato studiato e realizzato appositamente per i ragazzi, nella scelta degli strumenti si è visto come sia possibile, con un minimo di creatività e con un accurato lavoro di osservazione dei ragazzi e delle loro difficoltà, trovare infiniti mezzi e strumenti "normali" già in commercio che possono agevolare il raggiungimento di una certa autonomia.
Sia a Roma che nelle altre realtà gli operatori che lavorano con i ragazzi partono da una formazione sociopedagogica e ricevono poi dall'associazione una preparazione specifica sulla metodologia del progetto. Il coordinatore è sempre un assistente sociale, un pedagogista o uno psicologo.
Gli operatori e il direttore del corso si incontrano periodicamente (una volta la settimana o al massimo ogni 15 giorni) per la verifica e la programmazione; la struttura stessa del corso rende infatti necessario scegliere attività e modalità di volta in volta, sia pure in riferimento agli obiettivi e alle linee guida fissate, incrociandole con le abilità dei singoli ragazzi, le risorse utilizzabili e la creatività degli stessi operatori.
È il confronto continuo che ha reso e rende più omogeneo lo stile di conduzione e più attenta l'osservazione dei cambiamenti e l'analisi delle difficoltà.
Agli operatori (tutti giovani per poter garantire la realizzazione di un clima di effettiva condivisione coi ragazzi) si affiancano nel ruolo educativo dei giovani volontari; la presenza di questi ultimi consente di creare una dimensione di gruppo ottimale, eliminando il rischio di dipendenza dall'operatore e di competitività affettiva fra i ragazzi.
Durante l'anno anche i genitori partecipano dell'esperienza dei ragazzi, incontrandosi con gli operatori sia in colloqui individuali, sia attraverso riunioni in piccoli gruppi. I genitori hanno così modo di conoscere meglio che cosa succede durante le attività e possono confrontarsi tra loro e con gli operatori sulle proprie esperienze familiari.
Spesso in tali occasioni i genitori trovano idee e anche nuova energia per aumentare gli spazi di autonomia dei ragazzi nella loro vita quotidiana. Lo spirito del corso, infatti, è quello di fornire ai ragazzi e alle famiglie alcuni strumenti ed un forte incoraggiamento perché sia poi nella vita di tutti i giorni che possa esprimersi l'autonomia conquistata.
* Operatrice dell'Associazione Italiana Persone Down