Mobilità Sommario numero 46 del 2006


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Cinema e letteratura

L’inganno della vista

di Antonio Tripodi

Un film ed un racconto narrano il caso di una persona cieca che riacquista la vista. È una storia vera ma senza lieto fine perché, come ci spiega il nostro collaboratore, la distanza che separa il vedere dal “saper vedere” può risultare incolmabile. Una metafora: gli occhi possono non bastare per comprendere la realtà.

Partiamo da un film, questa volta. Un film di poco conto, visto da pochi, che non ha avuto grande successo o clamore, né negli USA, ove è stato prodotto, né in Italia. Lo esaminiamo perché può essere di introduzione a temi vasti e complessi, che riguardano i processi con cui la mente forma l’immagine della realtà e di come questa sia fortemente condizionata dalle modalità di percezione sensoriale.

Il film

A prima vista: una scena del film
A prima vista: una scena del film

Il film è A prima vista (At First Sight), USA 1999, di Irwin Winkler con Val Kilmer, Mira Sorvino, Kelly McGillis, Steven Weber, Nathan Lane, Bruce Davison, Ken Howard.

La trama: Amy (Mira Sorvino), per distrarsi dallo stress che la sua professione di architetto le provoca, si regala una vacanza in un ameno centro di salute e benessere ove conosce Virgil (Val Kilmer), un massaggiatore cieco. L’amore si accende tra i due giovani al punto che Virgil decide di raggiungere Amy a New York.

Il desiderio, che è soprattutto di Amy, di ridare la vista a Virgil fa sottoporre il ragazzo a una operazione non desiderata. L’operazione viene effettuata con apparente successo ma non raggiunge i risultati auspicati: Virgil vede ma non riesce a comprendere che cosa vede. Queste difficoltà mettono in crisi il recente rapporto della coppia che diventa ancora più problematico quando, inaspettatamente, si scopre che Virgil perderà nuovamente la vista.

Il film affronta, con un approccio tipicamente sentimentale e con qualche concessione all’erotismo, una vicenda reale, potenzialmente ricca di interesse e di suggestioni. La regia, condotta con la consueta piattezza dei film di genere americani, è più adatta a uno sceneggiato televisivo che alla distribuzione nelle sale cinematografiche.

Si salva l’ottima interpretazione dei due protagonisti. Rimane comunque il grande merito di aver voluto affrontare le tematiche di una vicenda enormemente complessa e ricca di implicazioni. La necessaria semplificazione, dovuta alle esigenze del mercato cinematografico, ha fatto sì che l’attenzione fosse focalizzata sulla vicenda umana dei due protagonisti, con un’occhiata a largo raggio sui complicati rapporti tra Virgil e i suoi parenti.

Questo non toglie che, seppure con qualche difficoltà, si è tentato di far capire allo spettatore l’enorme differenza che esiste tra il vedere e il saper vedere.

Vedere e non vedere

la copertina di "Un antropologo su Marte"

Il film si basa su una storia vera, quella di Virgil Adamson, magistralmente narrata da Oliver Sacks nel racconto “Vedere e non vedere”, raccolto nel volume Un antropologo su Marte.

Qualcuno si sarà forse chiesto che cosa succede a una persona nata cieca se acquista la vista. Molto spesso ci si immagina una scena di incredibile gioia e commozione nell’acquistare la padronanza di un senso mai avuto.

Ma cosa vedrebbe effettivamente una persona che non ha mai conosciuto prima di allora le luci, i colori, le prospettive, i movimenti?

Il film di Irwin Winkler ci descrive, enfatizzando gli aspetti drammatici, lo sgomento e la paura di Virgil nel percepire per la prima volta sensazioni misteriose e sconosciute, cui non è in grado di attribuire un significato.

Oliver Sacks ci descrive con la consueta perizia il tormentoso travaglio di un uomo che acquista la vista e poi la riperde.

Diciamo subito che i casi di persone cieche che abbiano riacquistato la vista sono stati estremamente rari, probabilmente una ventina negli ultime mille anni. Innanzitutto perché le operazioni chirurgiche, finalizzate alla rimozione delle cataratte, hanno avuto luogo solo a iniziare dal XVIII secolo. Inoltre, al tempo delle prime operazioni eseguite con successo, si presentavano comunque dei problemi post-operatori per il paziente. Infatti la cataratta, che aveva premuto per tanto tempo, lasciava comunque nel paziente un fortissima presbiopia difficile da correggere con le lenti dell’epoca.

Pertanto gli unici casi in cui si può parlare di quasi totale recupero della vista si devono ricondurre ai giorni nostri. Il caso di Virgil, tra quelli dei ciechi che hanno acquistato la vista, è dunque uno dei più recenti e famosi.

Nella realtà

la copertina di La mente

Nella realtà Virgil non era il grazioso giovane interpretato da Val Kilmer ma un uomo di oltre 45 anni con una accentuata tendenza all’obesità e con qualche problema polmonare. Era divenuto cieco all’età di tre anni circa, a seguito di una malattia.

Il fatto che vedesse ancora alcune luci fece pensare ai medici che i problemi di Virgil non fossero causati da una retinite pigmentosa che aveva intaccato completamente le sue potenzialità visive, bensì fossero conseguenti alla persistenza di due spesse cataratte. L’operazione che fu fatta (dapprima sull’occhio destro) confermò tale ipotesi. Infatti, una volta rimosse le cataratte e sostituito il cristallino con uno artificiale, Virgil riprese a vedere.

Si può immaginare che la scena successiva all’operazione potesse essere simile a quella del cieco di Betsàida, descritta da Marco nel Vangelo (Marco, 8:22). Ma anche secondo l’Evangelista il cieco non fu in grado di usufruire completamente della vista, infatti in un primo momento il miracolato disse: “Vedo degli uomini, perché vedo come degli alberi che camminano”. E solo con un secondo intervento di Gesù riebbe completamente la vista.

In effetti sarebbe sbagliato credere che la visione che ci restituiscono gli occhi sia una visione oggettiva che ci dona una versione univoca del mondo che vediamo.

Di fatto attraverso gli occhi noi abbiamo una visione estremamente parziale e provvisoria che il cervello rielabora mettendo assieme una serie di informazioni che possono anche essere contraddittorie tra loro. La forma di un oggetto muta continuamente quando si trova in movimento, ma anche se rimane immobile la sua forma muta in base alla prospettiva dell’osservatore.

La visione che ha il vedente del mondo è complessiva e simultanea, nel senso che nello stesso istante elabora e mette assieme centinaia di informazioni derivanti da prospettive, distanze e spazi diversi. Come credere che un cieco possa improvvisamente e senza alcun esercizio essere in grado di elaborare centinaia di informazioni mai conosciute prima? Un bambino nei primi anni di vita, in maniera inconscia, è in grado di elaborare tutte queste informazioni visive e acustiche. Lo può fare grazie alle incredibili capacità di apprendimento che sono estremamente sviluppate nei primi 3/4 anni di vita. Ma dopo?

Occhi e cervello

Si tende a credere che l’uomo percepisca la realtà attraverso gli occhi come se questi svolgessero la funzione di una macchina fotografica, quindi l’immagine sarebbe sviluppata dal cervello, che assumerebbe le funzioni di una camera oscura.

Ma in tal caso chi vedrebbe l’immagine sviluppata dal cervello? “C’è forse un omuncolo nel cervello che vede le immagini?”, si chiede Ray Jackendoff, famoso linguista e studioso dei processi cognitivi. Ovviamente ci chiarisce che non esiste alcun omuncolo: il processo di comprensione visiva nasce da una serie di impulsi neurali che la retina trasmette al cervello.

Al cervello dunque non arrivano immagini (il cervello non è in grado di vedere immagini: non ha occhi) ma impulsi cui il cervello attribuisce un significato soggettivo che deriva, anche, dalle esperienze cognitive precedenti della persona.

Ai ciechi succede la stessa cosa che capita ai bambini sordi i quali, se non acquisiscono in qualche modo la lingua nei primi anni di vita, corrono il rischio di non riuscire ad acquisirla mai più. Senza esperienza cognitive visive acquisite nei primi anni di vita risulta difficilissimo per un cieco utilizzare proficuamente la vista.

C’è poi un altro importante aspetto da considerare. Nel caso in cui un senso venga a mancare scatta il processo di compensazione. È un processo sicuramente non psicologico, ma reale, che coinvolge parti di corteccia cerebrale. La parte del cervello preposta al funzionamento dei sensi che vengono esercitati più assiduamente si sviluppa e si amplia. È un fatto organico. Nei ciechi si sviluppa enormemente la sensibilità tattile, cosicché possono sviluppare funzionalità assolutamente precluse ai vedenti.

Ma questo può voler dire che tali funzioni si sviluppano a scapito di quelle parti del cervello preposte a funzioni non più utilizzate, quelle visive per esempio. È probabile quindi che i problemi di Virgil nell’interpretare la realtà attraverso la vista derivassero da problemi anche organici derivanti da un ridotto sviluppo della corteccia visiva.

La vera storia di Virgil finì comunque tristemente. Colpito da seri problemi polmonari, Virgil perse nuovamente la vista, probabilmente a causa di una carente ossigenazione del suo organismo. A seguito della sua malattia perse la casa, il lavoro e il senso miracolosamente acquisito, ma di certo questa fu la perdita che rimpianse di meno.

La vista gli aveva recato, alla fin fine, più problemi che vantaggi. Virgil, da cieco, aveva vissuto una vita metodica ma normale; nel breve periodo in cui aveva ripreso a vederci era stato enormemente penalizzato dalla visione di una realtà caotica e incomprensibile.

In pratica solo da vedente Virgil aveva vissuto realmente da handicappato.

Per approfondire

Per approfondire i complicati aspetti psicologici, cognitivi e linguistici dell’apprendimento si consiglia Ray Jackendoff, Linguaggio e natura umana, Il Mulino, Bologna 1998.

Per farsi un’idea del funzionamento della mente e di come avvengono i processi percettivi cognitivi si potrà leggere l’illuminante volumetto di Paolo Legrenzi, La Mente, anch’esso edito da Il Mulino.

Di Oliver Sacks, per gli stessi argomenti, è consigliabile la lettura di L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (Edizioni Adelphi, Milano, 1986).