Mobilità Sommario numero 47 del 2006


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Taccuino di viaggio

On the road

di Andrea Pedrana

Da Las Vegas a Los Angeles attraversando i parchi naturali, il deserto, la Death Valley e infine costeggiando l’Oceano Pacifico. Quindici giorni in auto alla scoperta di alcuni dei luoghi più evocativi del territorio americano, così radicati nell’immaginario collettivo eppure ancora così pieni di sorprese per il visitatore europeo.

un'autostrada nel deserto

Mi sono “sparato” oltre 1600 miglia (più di duemilacinquecento km) alla guida di una Taurus! La Taurus è una Ford. Macchina grande, morbida, con i comandi rinviati al volante: la noleggi alla Hertz negli States.

Non ho mai guidato una macchina così voluminosa: molto comoda, l’unico inconveniente è che è proibito fumare e in più quando ci si ferma o non si allacciano le cinture l’auto si mette a fischiare.

Quindici giorni di vacanza: partenza da Las Vegas, giro all’interno di un paio di parchi a cavallo degli Stati del Nevada e della California, tappa a San Francisco, discesa lungo il Pacifico, arrivo a Los Angeles, rientro in Italia.

Questo, a sommi capi, il tour che ci siamo proposti di fare io e Carolina prima di partire per la West Coast, il nostro secondo viaggio negli Stati Uniti.

Arrivo a Las Vegas

Las Vegas

Arriviamo a Las Vegas. Per iniziare il viaggio come si deve e partire con lo spirito giusto, meglio alloggiare in un albergo pazzo. Tutto è folle e fuori d’ogni logica in questa città che credo ospiti solo turisti, croupier e camerieri cui tocca stare dietro ai primi. Nessuna traccia di bambini e ospedali.

L’Aladdin Hotel non costa caro, le stanze sono insonorizzate, con vista sulla Tour Eiffel che si differenzia da quella originale soltanto perché s’illumina ad intermittenza. Nel nostro hotel non ci sono le slot machine nei bagni, ma in compenso al piano terreno l’albergo ospita un Casinò che a confronto quello di Sanremo sembra l’angolo dei video poker che c’è nel bar sotto casa mia.

Due notti in mezzo ai tavoli verdi, macchine di Batman e neon colorati, poi, all’alba del terzo giorno, grazie ad un tizio clone di Elvis Presley (forse non proprio la reincarnazione del mito ma, sicuramente, il re della toponomastica locale) si lascia la città per inoltrarci nel deserto.

Verso la California

Rotta incerta, cofano al vento e musica a palla, lungo le strade che percorrono il mare di sabbia, verso sud, poi ovest e poi ancora verso nord, verso la California. Spettacoli mozzafiato, dove pietre e terra cambiano ogni istante colore e il grigio del catrame che rifrange il calore del sole fa sembrare quello che ti circonda in perenne movimento.

Strade dritte che ad un tratto scendono negli inferi a picco verso il centro della terra come nella Death Valley, la valle della morte. Qui c’è poco da scherzare, siamo sotto il livello del mare, in alcuni punti si precipita quasi a novanta metri sotto. Alle sette del mattino il termometro indica già 38 gradi. Carolina prende il sole, io voglio scappare.

A pochi chilometri dal nostro resort che, tanto per essere in tema, si chiama Furnace Creek, il mitico Antonioni nel 1975 girò alcune scene di Zabriskie Point. Il posto è di sicuro unico, ma fa un caldo insopportabile, i cerchi della sedia sono roventi e non riesco a muovermi.

Gli americani, bisogna dirlo, in alcuni atteggiamenti sono quasi commoventi. Per questo popolo qualsiasi cosa che abbia più di cinquant’anni è storia, così alcuni vecchi carrelli di una miniera abbandonata, dei pezzi di ferro che non capisci esattamente cosa siano, sono esposti in un museo all’interno della valle.

Lasciata la compagnia di Lucifero ci spingiamo ancora verso nord: la nostra prossima meta, a circa duecento miglia, è lo Yosemite Park: la residenza di Yoghi e Bubu. Gli orsi non ci sono, forse sono al mare [l’autore dell’articolo non poteva trovarli: Yoghi e Bubu vivono nel parco di Jellystone (storpiatura di Yellowstone), NdR], ma avvistiamo caprioli, scoiattoli, una tribù di procioni e persino una marmotta. Ad accoglierci è il ranger che ci ferma e con fare molto garbato mi domanda se ho bevuto visto che procedo zigzagando con l’automobile. Gli faccio notare che una mano la devo per forza tenere sulla leva dell’acceleratore-freno, e che comunque farò più attenzione. Tutto ok, si riparte!

Passate le foreste e attraversati mille ponti in mezzo a una infinità di piccoli laghi, scendiamo verso la pianura: direzione San Francisco.

San Francisco

Il Golden Bridge

Mark Twain definì l’estate di San Francisco come “l’inverno più freddo di tutta la mia vita”, noi per fortuna abbiamo incontrato sole e la temperatura non è mai scesa sotto i 18 gradi, neanche la famosa nebbia che avvolge tutta la baia durante i dodici mesi ci ha importunato.

Passato il Bay Bridge si arriva nel cuore della città e subito ci mettiamo alla ricerca di un albergo che troviamo sulla Lombard Street, la strada più famosa della città ma anche la più tortuosa del mondo, con pendenza che raggiunge a tratti il 30%. Se sei in carrozzina i casi sono due: o hai intenzione di suicidarti sfracellandoti al primo incrocio in discesa, o ti fidi delle braccia di chi è con te. Carolina nonostante sia esile ha buone braccia e una giusta dose d’incoscienza: il mix adatto per tenermi lontano dalla paura.

Come in tutte le città degli Stati Uniti, le varie etnie hanno un loro territorio ben delimitato, Chinatown a San Francisco ospita 30.000 o forse più cinesi, la maggior parte dei quali parla esclusivamente il cantonese. Un quartiere che lentamente inghiotte le persone nei suoi tanti vicoli intasati all’inverosimile da bancarelle colme di spezie e cianfrusaglie di ogni tipo. Una comunità autonoma con le sue banche, i servizi scolastici e assistenziali, gli ospedali e anche agenzie di pompe funebri che sfatano la leggenda dell’immortalità dei cinesi.

Leoni marini e Beatniks

A nord della città, verso il mare, si arriva al Fisherman’s Wharf: lunghi pontili, detti Piers, ospitano negozi e centri commerciali. Sotto il Pier 39 vive una colonia di leoni marini, mentre sopra al pontile si possono gustare i famosi granchi della baia, crostacei di oltre un chilo cucinati sotto il tuo naso in tutte le maniere. Alcatraz è lì, in mezzo alla baia, e fa paura.

Per chi, come il sottoscritto, ha l’anima ancora fricchettona è d’obbligo fare tappa a North Beach tra Chinatown e il Fisherman’s Wharf.

Negli anni ’50 questo quartiere diede origine alla Beat Generation. Scordatevi se siete in carrozzina di entrare nella famosa City Lights Bookstore: la libreria è inaccessibile. In compenso, a pochi metri, si trova il Beat Museum (1345, Grant Avenue) dove si possono ammirare oltre alle testimonianze dei deliri di quell’epoca gli scritti originali di Ginsberg o quelli di Kerouac nel viaggio che divenne il leggendario On the road.

A San Francisco, come nel resto della California, oltre alla colonia di leoni marini ne esiste un’altra: la colonia dei fuori di testa. Centinaia di uomini e donne che vagano senza meta per tutta la regione.

Sono ovunque, ne abbiamo visti persino camminare sui binari della ferrovia. Non sono molesti, si arrangiano come possono, hanno, per la maggior parte, superato la cinquantina. Visti i miei capelli lunghi e la carrozzina, per questa gente rientro automaticamente nella categoria, per cui in tanti mi salutato con il classico segno di vittoria, accompagnato da frasi tipo: “Things never change, thank God!” (Grazie a Dio le cose non cambiano!).

Le strade della California

On the road… che bello viaggiare (in automobile) lungo le strade della California. Ti senti libero, ti senti come i falchi che si librano anche loro senza meta nel cielo e ci accompagnano per tutta l’Ocean Drive, la strada che costeggia la costa sino a Los Angeles. Ti senti un po’ Dustin Hoffman e in macchina si canta Mrs. Robinson a squarciagola.

La strada attraversa coltivazioni di ogni tipo, distese di campi di frutta e verdura che si spingono quasi a ridosso del mare; abbiamo percorso oltre 40 miglia soltanto in mezzo a una piantagione di carciofi. Intanto nell’oceano, appena superata la provincia di San Francisco, troviamo i primi surfisti che, nonostante l’acqua del Pacifico sia ghiacciata, sfidano indomiti i cavalloni, gettandosi a capofitto tra gli spruzzi.

Oceano. Ti viene da pensare che in lontananza oltre l’orizzonte c’è un’altra linea, poi un’altra ancora, ti domandi quanti di questi fili che separano mare e cielo devi scorgere prima di poter gridare “Terra! Terra!”. Per noi, abituati alla pozza del Mediterraneo, l’immensità del Pacifico è inquietante.

Non ci sono gozzi in questo mare, non ci sono reti ad asciugare sulla sabbia, non ci sono rughe e favole di pescatori. Anche la gente, a parte i giovani sulle tavole da surf, non ha confidenza con l’acqua, non c’è promiscuità. La terra, il mare, l’asciutto e il bagnato sono entità distinte e il sole non lega e non arbitra nessuna di queste cose.

Intanto attraversi tanti paesi; gli americani hanno l’abitudine di segnare sui cartelloni oltre al nome della città, anche il numero delle anime che ci vivono. Il paese di Santa qualcosa, non ricordo quale, ne indica sette, Los Angeles 4.600.000. La sua contea, per noi la provincia, di abitanti ne fa 10.700.000, più o meno due volte e mezzo in più di quanti vivono in Piemonte, la mia regione.

Con Carolina decidiamo di fermarci qualche giorno a Santa Barbara per riposarci e prendere un po’ di sole. Il paese è sul mare, dista una cinquantina di miglia da Los Angeles. Qui non c’è nulla da vedere e io praticamente dormo per due giorni, mentre lei studia nei dettagli come trascorrere l’ultima settimana di vacanza e come visitare al meglio Los Angeles.

Los Angeles

Scegliamo come “campo base” Venice, un quartiere periferico della Città degli Angeli. Un secolo fa questo sobborgo era un acquitrino, e ci volle la fantasia del solito magnate egocentrico di quell’epoca per trasformarlo in una copia sbiadita di Venezia.

Scendiamo in un albergo della catena West a ridosso dell’oceano. Lungo la spiaggia, l’Ocean Front Walk, si agita la più disparata umanità. Durante il giorno giocolieri, patiti di fitness, saltimbanchi e musicisti più o meno improvvisati, di notte spacciatori di crack. Anche qui ci sono tantissime persone che vagano senza meta. A differenza di quelle incontrate più a nord, gli effetti delle droghe pesanti purtroppo lasciano tracce indelebili.

Per le strade incrociamo anche molti ragazzi che per un “pippotto” di questo veleno sono disposti a tutto. Non è salutare avventurarsi da soli per le strade di Los Angeles; se lo si deve proprio fare, allora conviene lasciare in albergo soldi e preziosi e utilizzare, anche per piccoli spostamenti, i taxi. Un salto sulla spiaggia di Malibu è d’obbligo, mentre optional ma molto raccomandabile è il piccolo ristorante Duke’s, accessibile e con ottima cucina.

Hollywood

Los Angeles

Nella mente di quanti non sono più giovanissimi, i baci di Clark Gable a Vivien Leigh in Via col vento sono legati a Hollywood, il quartiere più famoso di Los Angeles se non di tutta l’America.

Oggi questo posto non è certamente più il paradiso del cinema ma, sicuramente, conserva un notevole fascino e interesse per tutto quello che ha regalato alla nostra fantasia e per la sua storia fatta di dive, oscar e registi indimenticabili.

Il tour all’interno degli Universal Studios, ad esempio, si rivela una mezza delusione, così come ci lascia perplessi la passeggiata lungo l’Hollywood Boulevard dove oltre le famose impronte lasciate nel cemento dalle star è tutto solo una grande bischerata.

Per concludere questo breve diario di Los Angeles consiglio un passaggio a Beverly Hills, dove Carolina suggerisce un giro per i negozi di Rodeo Drive. Qui ricchezza e sfarzo sono l’attrattiva e, anche se non si hanno da spendere 200 dollari per un paio di calzini, il gusto di vedere la faccia del fesso che li scuce può essere divertente.

Rimangono solo tre giorni di vacanza. Ci spostiamo a Newport, a sud di Los Angeles. Le barche a vela più belle al mondo sono ormeggiate nel porto. All’ombra di un catamarano di ventidue metri decidiamo di iniziare da qui il nostro prossimo viaggio. Obiettivo: Messico e il caldo dei tropici.

Alla prossima.