Mobilità Sommario numero 47 del 2006


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Cinema

Leoni placcati e disabili autentici

di Antonio Tripodi

Negli ultimi anni la Mostra del cinema di Venezia ha presentato film sulla disabilità di buona fattura. Anche l’edizione che si è appena conclusa - la cui qualità generale tra l’altro non ha soddisfatto critica e pubblico - ha dato spazio a pellicole che approfondiscono i temi della nostra rivista. Tra queste Kill Gil (Vol. II) di Gil Rossellini è per noi la più interessante.

La Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, più nota come Biennale Cinema, aveva presentato nel passato recente, per avventura o per volontario disegno, film simbolici sulla disabilità. Nel 2004 si era potuto apprezzare lo struggente Mare Dentro di Alejandro Amenábar nonché il suggestivo Le chiavi di casa di Gianni Amelio (entrambi oggetto dell’articolo pubblicato su Mobilità n. 39).

La qualità delle opere presentate nell’edizione di quest’anno è parsa a tutti, sia critica che pubblico, alquanto deludente. Basti pensare che l’opera più meritevole del Leone d’Oro (il massimo riconoscimento della rassegna), a parere un po’ di tutti, è stato The Queen, di Stephen Frears. Un film che narrando, con toni ironici ma sempre gradevolissimi, della “quasi-crisi” istituzionale susseguente la morte della principessa Diana, ci restituisce un interessante affresco di due mondi che non possono comprendersi a causa dell’ottusità di entrambi. L’incanto di questo film è rappresentato dall’equilibrio formale del regista che non lesina i suoi strali ma ci dona anche la sua profonda umana compassione per le cose del mondo.

Un’opera dunque estremamente piacevole ma sicuramente priva di quei requisiti artistici tali da consentirle di primeggiare tra i film d’autore.

Pertanto in un contesto di crisi di spunti e di idee originali, il Leone d’Oro lo ha ottenuto, a sorpresa, il cinese Sanxia haoren (Still Life) di Jia Zhangke: un film destinato a rimanere solo per qualche giorno nelle sale cinematografiche, a totale godimento di pochi cinefili, per poi scomparire definitivamente dai cinema e dai ricordi di tutti.

Stendiamo dunque un velo sui film della rassegna di quest’anno, in quanto poco coerenti con i temi di questa rivista, però con due eccezioni.

Khadak

Una scena del film Khadak
Una scena del film Khadak

Una è rappresentata da Khadak di Peter Brosens e Jessica Woodworth: il film, premiato come migliore opera-prima (Premio Luigi De Laurentis) è stato presentato nell’ambito del programma “Giornate degli Autori”, rassegna nata per valorizzare giovani autori sensibili alle tematiche del dialogo interculturale e alla riflessione sui mutamenti globali.

L’opera disegna un mondo tradizionale assediato dalla globalizzazione, rappresentata dall’industrializzazione e dall’inquinamento. Girato interamente in Mongolia (dove i due autori hanno vissuto a lungo), l’opera trae vigore dalla localizzazione in una piana solitaria che quasi si unisce a un cielo infinito.

La tabula rasa mongola nell’opera diviene dolorosa rappresentazione metaforica di tutti i mondi e di tutte le culture che soffrono e muoiono per l’intervento invasivo dell’unica cultura del denaro e del progresso forzato. Bagi, pastore mongolo, è costretto ad abbandonare le sue bestie e ad andare in una città mineraria a causa della menzogna di un epidemia che avrebbe colpito gli animali.

Bagi sembrerebbe l’ultimo rappresentante di un mondo diverso vinto dalle menzogne diffuse. L’epilessia, da cui è affetto, è vista dai medici, nel film, come una imbarazzante malattia da controllare, almeno, se proprio non è possibile curare. L’epilessia invece, quale si rivela nel corso dell’opera, è come un dono divino (tale è infatti considerata nelle culture sciamaniche) in quanto consente al giovane di sentire la natura, gli animali ma anche il bene e il male che c’è negli uomini.

Alla conclusione del film si ha l’inquietante sensazione che i vinti non siano le culture distrutte o assoggettate ma l’intero mondo che, con l’annichilimento delle differenze e la riduzione delle diversità a stato clinico, ha perso la capacità di avvertire il grande male che è dentro di sé.

L’avventura di Gil

La locandina di KILL GIL

Ma il film che ci interessa ancora di più, in quanto abbraccia o, per meglio dire, entra dentro e approfondisce, i temi che di solito qui trattiamo, è Kill Gil (Vol. II) di Gil Rossellini, presentato tra gli eventi speciali di “Orizzonti”.

Il titolo del film, che riecheggia gli ultimi due successi di Quentin Tarantino (Kill Bill: Vol. I e Kill Bill: Vol. II), è stato proposto dal regista e interprete della vicenda narrata, Gil Rossellini, noto ai più per essere il figlio adottivo di Roberto Rossellini e il fratello di Isabella Rossellini, la popolare attrice.

Gil Rossellini, in effetti, ha alle spalle una lunga carriera in cui ha realizzato numerosi documentari e produzioni TV, filmate in giro per il mondo, su argomenti che spaziano dalla natura alle questioni politiche, sociali, culturali. È stato anche produttore di alcuni film. Nel 2004 presentava a Venezia (ove otteneva un buon successo) il film malese da lui co-prodotto La principessa del Monte Ledang (Puteri Gunung Ledang, regia di Saw Teong Hin).

Il 19 novembre dello stesso anno il regista si trova a Stoccolma per partecipare alla proiezione serale del film all’interno dello Stockholm International Film, quando ha un malore e sviene. È subito coma, un coma profondo di tre settimane. Il suo risveglio è quasi un miracolo, ma si ritrova paralizzato. È l’inizio di un calvario lungo nove mesi trascorsi tra vari ospedali (prima alla Karolinska University Solna di Stoccolma, poi allo Swiss Center for Paraplegics di Nottwil in Svizzera).

Nella sua nuova condizione di paraplegico Gil apprende cose che prima non immaginava neppure. Innanzitutto impara a servirsi e allo stesso tempo ad accettare di essere schiavo della sua carrozzina, “a volte grande amica, a volte acerrima nemica”. E soprattutto conosce un nuovo compagno, inseparabile per quanto estremamente sgradevole: il dolore fisico.

Queste sono le vicende che Rossellini ha raccontato nel film Kill Gil (Vol. I). La prima parte dell’avventura di Gil si conclude comunque con un messaggio di speranza, nel momento in cui lascia l’ospedale svizzero e torna alla sua Roma, dove lo attende un ritorno alla quasi normalità e, chissà, una auspicata totale riabilitazione fisica: “Finalmente ritorno a Roma, una città che amo… la mia città. Ritorno dopo sette lunghi e freddi mesi in Svezia e in Svizzera. In Svezia mi hanno salvato la vita; in Svizzera me ne hanno fabbricata una nuova”.

Kill Gil (Vol. II)

In Kill Gil (Vol. II) Rossellini racconta la seconda parte della sua avventura di paraplegico. L’opera è godibilissima anche a sé stante e non è debitrice del supporto della prima parte.

Il film parte dall’ormai lontano 11 settembre a New York. Gil abitava, in quella che era divenuta la sua città adottiva, poco lontano dalle Torri Gemelle e, nel momento in cui gli aerei dei dirottatori colpivano il bersaglio, ebbe la certezza che nulla sarebbe più stato come prima. A cominciare dalla percezione della guerra.

Gil, per la sua professione, si era più volte misurato con la guerra ma, prima del fatale 11 settembre, quella tragedia appariva comunque distante, un elemento che non disturbava l’intima sfera esistenziale. Solo dopo quel giorno divenne un inquietante fatto concreto con cui doversi dolorosamente misurare. A Gil pareva che quell’11 settembre rappresentasse veramente il prima e il dopo della sua vita, ma non aveva fatto i conti con la sorte che gli poneva un’altra drammatica “deadline” che, questa volta, lo avrebbe coinvolto in prima persona.

La presentazione del primo Kill Gil alla Biennale di Venezia pareva aver aperto a Rossellini un nuovo capitolo della sua vita. Una vita da paraplegico, è vero, però ancora carica di successi e di soddisfazioni. Purtroppo le cose non vanno così bene e subito dopo la Mostra veneziana, in cui lo vediamo sofferente, Gil è nuovamente ricoverato nel solito ospedale svizzero dove è sottoposto a una serie di operazioni e dolorose terapie finalizzate a salvargli la vita.

Quel che colpisce di questo secondo film, ancora di più del primo, è il realismo e la crudezza delle immagini. Rossellini non esita a mostrare allo spettatore l’impietoso stato delle sue piaghe, vere e proprie stimmate, e le operazioni a cui è costretto a sottoporsi.

La telecamera, per il regista, diviene un vero e proprio strumento di catarsi. Sicuramente uno scrittore userebbe la penna per descrivere la sua sofferenza. Esibendo il tormento al lettore la farebbe fuoriuscire dal profondo interno, farebbe in modo che quel grumo di dolore fisico e spirituale sgorghi dalla sua mente e dal suo corpo e sia trasferito alla comune humanitas perché possa, tramite il comune sentire (che sarebbe fuorviante chiamare compassione), farsene carico, alleviandone la sofferenza.

Identico processo lo segue Rossellini. La telecamera è la sua compagna inseparabile, quando non può essere tenuta in mano è agganciata alla carrozzina con una soluzione ingegnosa. In questo modo il film è stato quasi interamente girato da Rossellini con l’aiuto della sorella Isabella.

Relazioni profonde

Il regista con Robert De Niro
Il regista con Robert De Niro

Il film alterna momenti drammatici, sempre trattati dal regista con ammirevole e disarmante ironia, a momenti più distesi. Gli scambi di solidali affetti con i tanti amici e parenti che Gil ha sparsi per il mondo sono evidenziati con cura. Fra tutti colpisce il rapporto di profonda intesa affettiva del regista con la sorella Isabella. Ma nel film troviamo anche il bel rapporto di amicizia che lega Gil a Robert De Niro, che presenta il Vol. I al suo Tribeca Film Festival di New York.

Rapporti diversi da quelli che immaginiamo, freddi e distaccati, fra star hollywoodiane. Ma Rossellini riesce a intrecciare relazioni profonde con tutti. Con gli ospiti della villa svizzera intesse particolari rapporti di solidarietà. In queste relazioni emerge l’intelligenza curiosa di Gil, che pare voglia carpire, da chi ci è passato prima di lui, i segreti, che nessun terapeuta ti suggerisce, per poter vivere, da disabile, una vita comunque piena di soddisfazioni. A questo atteggiamento si unisce una certa ammirazione nei confronti di chi è riuscito ad adattarsi a quel nuovo, particolare modo di vivere.

Il film si conclude con una denuncia delle difficoltà che incontra un disabile a vivere in una città come Roma dove gli sforzi del Comune nel predisporre scivoli dai marciapiedi e parcheggi riservati sono costantemente vanificati dall’insensibilità quasi generale.

Tra i titoli di coda, una dedica a tutti i disabili del mondo. Una dedica che non può non dare forza a tutti quelli che hanno vissuto e vivono problemi paragonabili a quelli di Gil, dal momento che nasce da una persona che ha fatto della tenacia e della speranza i propri cavalli di battaglia per riprendere una vita normale.

In conclusione un appello. Il film è piacevole, drammatico, affascinante ed educativo e merita di essere visto proprio da tutti: speriamo di non essere costretti a visionarlo in qualche sperduto cineforum oppure, in ore da nottambuli, in qualche esclusivo “fuoriorario”.