

In un panorama di notizie di “malasanità” o di pessimi rapporti fra cittadino e pubblica amministrazione, mi permetto di segnalare un’esperienza positiva che ho vissuto da vicino. Sarà un segno di controtendenza? Me lo auguro. Se sento il bisogno di comunicarla è perché mi ha colpito positivamente, forse perché finora avevo avuto solo esperienze negative in particolare nelle mie odissee di riconoscimento della mia invalidità.
Sono una persona con sclerosi multipla. Recentemente ho deciso di acquistare un veicolo più adeguato al mio trasporto. Ben cosciente che potevo accedere a significative agevolazioni fiscali, al momento di presentare la certificazione necessaria ho scoperto che, se volevo evitare di adattare il veicolo, il mio certificato di handicap grave doveva recare con precisione l’indicazione della grave limitazione della capacità di deambulazione. Con un certo disappunto e timore sono tornata all’ufficio invalidi della mia ASL per chiedere una modica nel certificato. Temevo già di dovermi sottoporre nuovamente a visita.
In segreteria, dopo le mie spiegazioni, mi hanno chiesto di attendere e poco dopo ho potuto incontrare un medico che già aveva ripreso il mio fascicolo personale. Ho rispiegato il tutto, e sono stata subito tranquillizzata. M ha parlato di autotutela, di certificazione su base documentale. Quando ho chiesto quando sarei dovuta ripassare, la sorpresa: “Le rilascio subito una dichiarazione integrativa da allegare al certificato di handicap di cui già dispone”.
In venti minuti ho risolto tutto. Incredibile vero? Ma è anche così difficile?
(Lettera firmata)
All’ingresso sorridenti impiegati in camice bianco fumacchiano e scherzano spensieratamente. In una stanza un impiegato dall’aria trasandata sbuccia metodicamente una mela sulla scrivania. Dietro di lui s’intravede un collega che prepara il caffè nel bagno/ripostiglio, che non ha finestre, con una moka posta su un fornello da campeggio. E urla, incurante degli ospiti: “Chi vuole il caffeeé?”.
Nello stesso piccolo ufficio sovraffollato altre due impiegate parlano al cellulare ad alta voce ed un altro dà la sensazione che si sia addormentato in piedi, sembra non reagire a nessuno stimolo acustico e visivo ed ha lo sguardo fisso rivolto verso terra. Nessuno dei presenti sembra far caso alla mia intrusione. Mi dirottano verso un’altra stanza.
Devo attraversare un piccolo corridoio fatiscente con le pareti sporche e piene di crepe. L’edificio, costruito come scuola una trentina d’anni fa, fu occupato e successivamente riadattato per ospitare gli uffici ASL.
Il corridoio funge anche da “sala d’attesa” e da archivio. Dentro e sopra alcuni mobiletti di alluminio, aperti ed incustoditi, sono accatastati fino al soffitto centinaia di fascicoli. Probabilmente si tratta di vecchie pratiche, oppure no.
Mi accoglie l’impiegato. Mentre lui cerca il mio fascicolo sulla scrivania e interpreta le decine di fogli volanti al suo interno chiedendo aiuto alla collega, ho tutto il tempo per guardarmi intorno. Nella stanza di fronte c’è solo un’impiegata che gioca con il computer, credo si tratti del “Solitario” di Windows (anche la volta scorsa giocava con lo stesso videogame).
C’è un uomo che entra ed esce continuamente da tutte le porte. Lo riconosco: si tratta dell’impiegato che prima preparava il caffè nel bagno.
Nel frattempo mi chiedono di attendere ancora 10 minuti e poi altri 15 minuti. L’impiegato che si occupa della mia pratica esce dall’ufficio lasciando la sua postazione vuota, nonostante ci fossero altri utenti, tra cui anziani e disabili, in attesa nel corridoio. Lo vedo tornare dopo un quarto d’ora con una busta contenente pane, due quotidiani ed altri pacchetti. Si era allontanato per fare la spesa.
Esco incredulo dall’ufficio dopo più di un’ora. Le mie pratiche risultano ancora “aperte”, una delle quali da quasi due mesi. Dovrò sicuramente tornarci nei prossimi giorni.
(Lettera firmata)