Mobilità Sommario numero 51 - 2007


Visita anche :

Cinema e letteratura

Cose da pazzi!

di Antonio Tripodi

Nel 1973 lo scrittore Giuseppe Berto ci parlava di ecologia, di manicomi e di amore, come in una fiaba.

Il libro

la copertina di Oh, Serafina!

Oh, Serafina! Fiaba di ecologia, di manicomio e d’amore, di Giuseppe Berto. Rusconi, Milano 1973. Pagine 157. Uscito anche nella collana BUR Rizzoli, il libro risulta attualmente fuori catalogo.

Nei confronti di Giuseppe Berto (1914-1978) la critica letteraria è apparsa spesso distratta e avara di riconoscimenti, nonostante la modernità e l’incisività dello stile dello scrittore veneto. Questo in Italia, dal momento che il suo romanzo più importante, Il male oscuro (1964), è considerato all’estero uno dei capolavori della letteratura italiana e mondiale del secolo scorso.

In Oh, Serafina!, lungo racconto che altro non è che una moderna favola, Berto affronta temi ancora inconsueti negli anni Settanta, quali la sistematica distruzione della natura da parte degli uomini e il tema del disagio psichico, quando si evidenzia come il disagio che i cosiddetti normali nutrono nei confronti di chi non percorre i sentieri tracciati dalla società.

La figura del protagonista, Augusto Secondo, è stata ispirata allo scrittore da una lettera di un commerciante di legnami che comunicava a Berto il suo dolore per la segregazione in un manicomio austriaco. Lo scrittore, d’altra parte, soffrì direttamente di problemi psichici a causa di una nevrosi di angoscia che lo tormentò per quasi un decennio. Il suo percorso di sofferenza e di liberazione, con l’aiuto della psicoanalisi, trova sfogo letterario proprio ne Il male oscuro.

Dicevamo di Augusto Secondo, il bislacco protagonista della fiaba che suscita scandalo perché invece di pensare ad arricchire se stesso e i suoi operai, adoperandosi per la fabbrica di bottoni lasciatagli in eredità dal nonno, trascorre il suo tempo a parlare e a prendersi cura degli uccelli che vivono nel parco circostante.

Questa sua “pazzia”, complici gli intrighi della moglie, lo conduce in manicomio, dove conosce Serafina, una giovane ereditiera che contesta il mondo da cui proviene anche tramite la trasgressione sessuale. Fra i due sboccia un purissimo amore che li porterà a vivere felicemente, come in tutte le favole, per il resto dei loro giorni.

Uno scenario di cupa distruzione morale e ambientale avvolge la vicenda, ambientato nella violentata campagna alle porte di Milano. L’uomo per la brama di denaro ha completamente negato i principi morali e inoltre distrutto la natura di cui pure fa parte. Il lettore avverte dunque dove alligna realmente la follia.

Il romanzo è di sorprendente attualità in relazione ai tempi in cui è stato scritto. Nel 1973 non esistevano ancora garanzie per i malati di mente o per i presunti tali e spesso il ricovero, in terribili manicomi, veniva effettuato sulla base della richiesta dei parenti che evidenziavano talune stranezze comportamentali.

Cinque anni dopo, il 13 maggio 1978, il Parlamento approverà la Legge 180 di riforma psichiatrica che prenderà il nome di “Legge Basaglia”, dal nome dello psichiatra che lavorò e lottò strenuamente per la sua legiferazione. Ancora oggi la Legge Basaglia è la legge quadro che regola in Italia l’assistenza psichiatrica, ed è ancora oggi al centro di opposte, spesso eccessive considerazioni: la celebrazione e la condanna.

I film

frame del film Oh! Serafina

Oh! Serafina (Italia 1976), regia di Alberto Lattuada, con Renato Pozzetto, Dalila Di Lazzaro, Angelica Ippolito, Brizio Montinaro, Lilla Brignone, Marisa Merlini, Aldo Giuffré, Gino Bramieri.

Il fatto che Berto avesse scritto Oh, Serafina!, in prima stesura, come soggetto per un film, bocciato dai produttori, rese senz’altro più facile la trasposizione del testo letterario in un film, cosa che avvenne, ovviamente, dopo che il libro ebbe un inaspettato successo di pubblico.

La figura incantata e surreale di Augusto Secondo non poteva trovare migliore interpretazione che nell’attore Renato Pozzetto, che recava con sé, dal cabaret, un umorismo sognante e stranito. Il film rispetta sufficientemente la vicenda originale, corrompendola però con ammiccamenti ridanciani ed erotomani ad uso della platea di quegli anni.

In effetti le vicende, i personaggi, le situazioni poetiche del libro di Berto trovano una evidente corrispondenza con qualcos’altro, cioè con quella favola artistica del cinema italiano che è Miracolo a Milano (Italia 1951, regia di Vittorio De Sica, con Francesco Golisano, Brunella Bovo, Emma Gramatica, Paolo Stoppa, Guglielmo Barnabò, Arturo Bragaglia, Erminio Spalla), opera che segna il passaggio dal neorealismo a una cinematografia poetica e surreale.

Il film a sua volta si avvaleva della sceneggiatura di Cesare Zavattini, che riprendeva la sua opera letteraria del 1943: Totò il buono. Zavattini, nel corso della sua lunga carriera artistica, ha sempre avuto un approccio privilegiato e particolare rispetto al tema della follia: già nell’opera I poveri sono matti (1937) aveva voluto vedere la pazzia come il momento della fanciullezza degli adulti, come semplicità e povertà di spirito.

Nel film di De Sica, come nell’opera di Berto, i poveri (di spirito e di denaro) sono accerchiati da una società in cui ogni principio morale è stato accantonato in nome di una civiltà fredda che ha inaridito la natura stessa e dove il calore umano alberga solamente nelle baracche dei poveracci. Ma il mondo dei poveri di spirito non può essere su questa terra bensì nel cielo sopra Milano, come si vedrà nella splendida scena finale del film.