

Il 2007 è stato dichiarato quale Anno europeo per le pari opportunità. Un’iniziativa che mira a sottolineare il valore della diversità e a rendere i cittadini più consapevoli dei propri diritti, contro ogni genere di discriminazione.
Un impegno per gli Stati membri dell’Unione Europea a promuovere concretamente la piena integrazione delle persone nella vita relazionale, economica e culturale, indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla fede religiosa o dalla loro disabilità.
Pari opportunità, dunque, per tutti i cittadini, affinché la diversità non si trasformi in un presunto motivo di esclusione sociale, di prevaricazione o di ingiustizia. Un principio, questo, che dovrebbe essere affermato a tutti i livelli della sfera pubblica, oltre che privata, mobilità compresa.
E qui il pensiero non può non andare a tutte quelle utenze deboli, motorizzate e non, costrette quotidianamente a fare i conti con una serie di carenze infrastrutturali che, se già rendono difficile a ciascuno di noi l’esercizio di un diritto vitale, qual è appunto la mobilità, addirittura lo negano completamente proprio a chi ne ha più bisogno, calpestando così un diritto sancito dalla nostra Costituzione e ribadito da quella europea.
Ci riferiamo alle barriere architettoniche che ostacolano ed impediscono gli spostamenti delle persone con disabilità, alla penuria di attraversamenti pedonali protetti, all’assenza di piste riservate esclusivamente ai ciclisti e, più in generale, alla noncuranza manifestata da quanti, ogni giorno, con il loro comportamento incivile, di fatto ledono i diritti altrui, creando una vera e propria discriminazione fra gli utenti della strada.
Come considerare altrimenti gli episodi che vedono protagoniste auto e moto parcheggiate nei posti riservati ai portatori di handicap o davanti agli scivoli dei marciapiedi destinati al passaggio di carrozzelle e passeggini? Come non restare esterrefatti di fronte alla presenza di gradini, paletti, catene o fioriere ornamentali che inibiscono ai diversamente abili la fruizione di servizi pubblici, ricreativi, commerciali e persino “spirituali”?
Il grado di civiltà di un Paese, la vivibilità delle sue città si misura anche dalla sensibilità e dall’attenzione rivolte a questi aspetti. E se la negligenza inizia dall’alto, da chi dovrebbe dare il buon esempio con risposte adeguate ad elementari esigenze individuali, ovvero la pubblica amministrazione, come si può pretendere poi che i cittadini si comportino diversamente?
Non v’è dubbio che ognuno ha la sua quota di responsabilità, ma per invertire certe tendenze basterebbe poco: per esempio, maggiori controlli per sanzionare chi – cittadini, società o istituzioni – commette certe scorrettezze; verifiche più severe e puntuali per punire chi falsifica o fa abuso dei contrassegni riservati agli invalidi, danneggiando i reali beneficiari; una maggiore sensibilità in fase di progettazione degli interventi su scala urbana. Il problema, cioè, è, anche e soprattutto, di natura culturale.
E perciò iniziative come quelle di dedicare, a livello europeo, un anno a problematiche di immensa portata sociale, come possono essere quelle della disabilità (anno 2003) o delle pari opportunità (quest’anno), rappresentano una importante occasione per stimolare una maturazione delle coscienze indispensabile per raggiungere standard di civiltà degni di un Paese avanzato come, spesso a sproposito, amiamo definirci. Cerchiamo di non sprecarle con le solite proclamazioni di intenti, senza il supporto di fatti concreti.
Antonio Coppola, Direttore ACI di Napoli
Accogliamo volentieri la riflessione di Antonio Coppola, Direttore dell’ACI di Napoli che abbiamo già avuto modo di ospitare su queste colonne. Si tratta di considerazioni che condividiamo in larga misura. In particolare per quanto riguarda la responsabilità di tutti contro la discriminazione.
Chiosando il pensiero di Coppola, se è pur vero che il “pesce” inizia a puzzare dalla testa, è altrettanto vero che questo non assolve nessuno che assuma comportamenti discriminanti o scorretti.
Il Direttore dell’ACI, per prossimità a questi problemi, non poteva che rivolgere il suo lucido pensiero alla mobilità, diritto fondamentale di tutte le persone. Ma alcune logiche sono trasferibili ad ogni altro ambito della vita civile. Pari opportunità come inclusione, partecipazione: più che uno slogan deve essere una logica organizzativa. Inutili i “proclami”, come giustamente stigmatizza Coppola, quando è la quotidianità, nel suo concreto, che va modificata.