

di Andrea Pedrana
Il nostro collaboratore si concede l’ennesima vacanza americana “on the road”. Milleottocento miglia in tre settimane per scoprire gli Stati del sud: Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida.

Quest’anno dove si va? Guarda un po’: negli Stati Uniti! È solo tre anni che ci andiamo, ma quest’anno svolta decisiva, sempre States, ma quelli del sud: Louisiana, Mississippi, Alabama, Florida. New Orleans-Miami in macchina. Milleottocento miglia al volante di una Ford Taunus. Scorrazzeremo in quattro regioni dell’America isole comprese.
Tre settimane, adesso posso dirlo, stupende.
Sono partito con molte paure e tanti dubbi. Purtroppo la mia mobilità ha subito un altro arresto. Detto fra parentesi, non cammino più del tutto. Sono seduto su una sedia e difficilmente rivedrò le stampelle. Un periodo della mia vita abbastanza tosto ma, grazie a Carolina, alla mia famiglia e ai veri amici, superabile. Veniamo al viaggio.
Se siete di Torino o zone limitrofe cito un’agenzia di viaggi: la Quick in via Arsenale, centro città. Chiedete della signora Paola Macrì. Non sarà contenta di questa pubblicità, il lavoro non le manca di sicuro ma, grazie a quindici anni di conoscenza, Paola ha scoperto le mille più o meno piccole esigenze che ha un rompiscatole come me quando viaggia; e poi ha pazienza, molta pazienza.
Per l’auto scegliamo la Hertz che, come altri autonoleggi, ha macchine adattate (solito acceleratore e freno a leva sotto il volante). “Mi dicono che c’è la possibilità di avere il satellitare” – dice Paola per telefono tre giorni prima di partire – “Venti dollari” – “Aggiunga, non l’ho mai provato ma tornerà utile”.
Alla faccia dell’utilità. Straordinario. Santo navigatore satellitare: un passo, che dico, dieci passi avanti a favore della nostra completa autonomia.
Primo vantaggio: spariti i litigi sul dove andare e su quale è la strada giusta. L’ottanta per cento delle incazzature con la mia compagna durante i viaggi erano dovuti proprio a questo: “Sinistra” – “No a destra” – “Ho detto a sinistra” – “No è a destra, ho deciso” – “Ecco tu non mi capisci, sei il solito prepotente” ecc. ecc.
Lui (il satellitare) scrive, ti dice tutto, ti parla. Non sbaglia mai e se invece lo fai tu non importa, rielabora tutto e in pochi secondi ti propone un’altra strada. Voce femminile, sensuale, poliglotta (parla anche in mandarino).
Lo sappiamo bene, per noi la macchina è importante e non ci serve solo per spostarci. In auto noi pensiamo, camminiamo, di notte è il posto dove si prendono le decisioni. In macchina noi mangiamo, facciamo pipì, è una cosa nostra la macchina. Non bisogna esagerare, come in tutte le cose, ma l’auto alle volte è in grado di ammazzarci la solitudine.
Naturalmente la signorina che è all’interno della scatola ha con sé le pagine gialle, quindi è in grado di suggerirti alberghi e ristoranti. Così è stato.
Scalo ad Atlanta, coincidenza con New Orleans. L’arrivo è di sera.
Siamo vicini ai finestrini, Carolina mi fa notare che fuori c’è qualcosa di strano nel buio della notte. No, la visibilità è ottima, è che sotto di noi non ci sono luci, o meglio ce ne sono poche. Troppo poche. L’aereo fa una mezza virata prima di atterrare, così possiamo scorgere nettamente le linee illuminate della pista, intorno il buio.
Sapevamo dei tragici danni lasciati dal passaggio un anno fa dell’uragano Katrina, delle polemiche sui soccorsi, della sottovalutazione sulla forza dell’uragano, della grana scoppiata per il ritardo di Bush nei luoghi del disastro. Insomma, qualcosa avevamo letto ma quanto abbiamo visto mai lo avremmo potuto immaginare: New Orleans è una città fantasma. La forza di Katrina ha spazzato via tutto o quasi. Case, vie, interi quartieri spariti dalla toponomastica locale.
Usciti da un tetro aeroporto e ritirata la macchina scrivo il primo indirizzo sul navigatore: l’hotel Maison Dupuy nel French Quarter in Toulouse Street. A due incroci la mitica Bourbon Street con i suoi locali jazz e i postriboli, dove vecchie megere fanno la magia e la vendono per pochi dollari ai turisti. A pochi passi da noi il parco dedicato a Louis Armstrong, diventato adesso uno dei posti più malfamati della città.
Incredibile, sembra di essere più in un Paese dell’America latina che in una regione degli Stati Uniti sino a due anni fa al ventiquattresimo posto nella classifica del prodotto interno lordo.
L’hotel è bello e di lusso. Le camere e i bagni sono tutti accessibili, si può fare colazione in una splendida veranda al primo piano o nel giardino interno.
Restiamo nella città, meglio nel quartiere, quattro giorni. In fondo alla strada il Mississippi; lento il suo tuffo nel Golfo del Messico, lenta la cadenza che hanno cose e persone.
Blues, Dixieland, Ragtime, musica e suoni ovunque. Un tizio seduto ai margini di un giardino batte un bidone di plastica, un altro a pochi metri fa vibrare un grosso trombone. Ritmo di piccole bands nei bar storici come il Cafe du Monde al French Market.
“Go in peace remember blues”, lo può tradurre anche un bambino: una frase scritta ovunque a ricordare che non vale la pena di arrabbiarsi. È anche il motto di Lucy, una giovane musicista che troviamo nel piccolo auditorium del New Orleans Jazz National Historical Park: foto, scambi di mail, compriamo un suo CD.
Lasciamo la città: case squarciate, grattacieli abbandonati, una vera desolazione. L’ospedale è stato svuotato e ricostruito qualche centinaio di metri lontano, ci assicurano che è stato inaugurato da poco.
Prima di proseguire a est verso la Florida decidiamo di fare una visita a una “cotton plantation”. Queste vecchie piantagioni, ormai tutte coltivate a canna da zucchero, si estendono lungo il delta del Mississippi e hanno un loro fascino tanto che, preso da uno strano entusiasmo isterico, cerco addirittura di convincere Carolina ad affittare un piccolo cottage e rimanere due giorni. Uno spuntino nel ristorante con aria condizionata a palla mi fa ritornare vivo e pensante.
Sui muri ci sono immagini del film Via col vento. Se fosse stata quella Tara, la famosa terra di Tara tanto amata da Rossella, non lo abbiamo chiesto: alle tre del pomeriggio eravamo già lontani, inseguiti da sciami di tafani e graziosissime zanzare di colore nero che avevano preso gusto alla nostra pelle, colpa del mese di agosto particolarmente caldo, anzi, bestialmente caldo e piovoso.
Decidiamo di tirare dritto e arrivare in fretta in Florida.
La strada interminabile va a sud. Le città sono lontane. Paludi, boschi e mare ci fanno compagnia, unico segno di civiltà le piccole stazioni solo di servizi igienici, impeccabili, pulite e, come se non bastasse, cestini per la carta ovunque. Buttare una gomma da masticare dal finestrino può provocare laceranti rimorsi.
La strada che collega l’ultimo pezzo dell’Alabama con la Florida è costellata di palafitte abitate. Ce ne sono di piccole e altre molto grandi e lussuose, un hotel di un bianco candido in mezzo a una baia chiuso per restauri. È vero che l’albergo nel film Shining è in Colorado e qui siamo al mare, vero anche che nel film c’è la neve e qui il sole, ma questo edificio lo ricorda da vicino, tanto che riesco a fare paura a Carolina.

È sera tardi, siamo a Pensacola. Una simpatica signorina della reception ci chiede se l’Italia è in Europa.
Mare, sole, un bagno e si riparte. Tappa nella capitale della Florida: Tallahassee. Se Miami è un po’ considerata alla stregua di Las Vegas, Tallahassee è la cugina onesta, un po’ bacchettona, sembra che debba tenere la fronte dell’altra libertina città. Là si divertono, qua lavoriamo. Sono anche loro della Florida ma hanno poco a che vedere con il sole e le palme, non passano il tempo oscillando e palleggiandosi da una mano all’altra un Coca&Rum, preferiscono Atlanta, la capitale della Georgia, che è addirittura più vicina in chilometri della sguaiata Miami. I Tallahassesi (chiamiamoli così) sono dei duri, sono indiani d’origine, attaccati al lavoro e alla terra.
Il viaggio continua costeggiando il Golfo del Messico, ci si ferma di tanto in tanto; sole, pellicani che si gettano come kamikaze a caccia di pesci incuranti della tua presenza; a tavola granchi e gamberetti la fanno da padrone, ma il pesce dei mari caldi non è così gustoso.
Più scendiamo più la luce esalta le forme delle cose. Siamo arrivati alla periferia dell’area caraibica. Il confine virtuale forse è un po’ la città di Tampa che non so perché immaginavo diversa, più frenetica e colorata. Delusione totale. Complice un violento temporale, due minuti per passare il ponte che taglia la città e velocemente torno a posizionare il muso della Taunus verso sud.
Scartiamo senza motivo Venice e scendiamo direzione Naples. Nulla in questo posto ricorda la città italiana, è un luogo tranquillo affogato nel verde dei campi da golf. Qui, in un resort, il Beach Golf Hotel, siamo rimasti per qualche giorno. Una meraviglia. I lussi dell’albergo sono tanti e costano come un tre stelle sulla riviera romagnola o ligure. Le stanze accessibili sono due e, dicono fieri dalla direzione, le più curate. Sono vere e proprie piccole suite dove il “King” è un letto come minimo a tre piazze e mezza, per attraversarlo impiego a quattro zampe una mezza giornata. I servizi igienici sono perfetti, la vasca da bagno è con il portellino ermetico, una vera e propria sciccheria. Tutti sono gentili, e il concierge, personaggio a disposizione per informazioni di ogni tipo, è Tony, un signore nato una sessantina di anni fa in Abruzzo. Parla ancora con forte accento meridionale un italiano stentato, gli siamo simpatici e alla fine del soggiorno ci prenota una visita nelle Everglades sulle tracce degli “alligators”.
Piante, una infinità di piante: cipressi, querce sempreverdi, limoni e aranci selvatici, piante con le radici nell’acqua, mangrovie, ninfee, fiori. Un vero e proprio paradiso, purtroppo anche per le zanzare.
Il giro è con gli “Air boat”, zattere con un motore collegato a una elica molto grande non calata nell’acqua ma posta perpendicolare sul retro del guidatore. Sono schegge impazzite, viaggiano a pelo d’acqua e arrivano ad altissima velocità. Non ci sono problemi di accessibilità.
I coccodrilli ci sono. Devono essere i soliti certamente sotto contratto, perché Crocodile Dundee, il tizio che guida la barca, ci arriva con precisione svizzera ogni volta sulla testa. Ne vediamo in tutto tre. L’approccio è il medesimo: Crocodile Dundee lancia un fischio, questi fanno emergere il capino dall’acqua sino sotto l’occhio, guardano strano (il coccodrillo guarda strano), il tempo di una manciata di fotografie che sono gia stufi. Blup! Ingoiati dalla palude.
Riprendiamo la US1 che arriva diritta a Key West.

Usciti dalle Everglades non mi sentivo in forma, erano due giorni che non andava, i sintomi ormai li conosco: probabile infezione. Ci sono abituato, una scatola di Ciproxil 500 o a mala parata un antibiotico generico e tutto passa. Già, tutto passa, ma se vi siete dimenticati di portare con voi gli antibiotici come il fesso che vi scrive? Un problema. In America è un problema. Le farmacie non ti possono dare nulla se non hai una ricetta medica.
Che si fa? Si va in ospedale. “Cinque minuti al pronto soccorso e siamo fuori, Carolina” – dico con tono alla Bogart – “non ti preoccupare”. Entrati alle tre del pomeriggio, alle sette di sera eravamo ancora in ospedale e decisamente nella melma. Due ore di burocrazia dove mi chiedono di tutto, compreso il colore preferito. Altra ora abbondante con una infermiera a raccontare un altro libro: “dal morbillo ai giorni nostri passando per la caduta del primo dentino da latte”. Altra buona mezz’ora in attesa di referto, finalmente visita specialistica, esame urine, responso, altro referto, consulto con il capo infermiere da parte dello specialista. Iniezione dolorosissima, pastiglia e finalmente la tanto sospirata ricetta con il terzo referto in allegato. Tutto gratis.
Ventidue e trenta dello stesso giorno, ritiriamo finalmente le pastiglie sventolando con odio la ricetta nella farmacia. Centosessantacinque dollari! Come dire, sei pastiglie in una scatoletta di plastica 121,40 euro. Non erano ecstasy!

Una sosta di una notte a Key Largo poi dritti sino in fondo, a Key West. Qui si trova la magica villa dello scrittore Ernest Hemingway. Il tempo ha lasciato molte cose intatte e la casa è diventata un museo.
Hemingway vive qui dal 1931 al 1940, poi divorzia e tanto per non farsi mancare nulla parte per Cuba dove diventerà anche eroe e biografo di una rivoluzione. Due piani di una villa tipica di quel tempo. Non è grande, tre stanze più i servizi per piano. Purtroppo il primo non è accessibile.
Nel giardino intorno alla villa sono rimaste le piante, maestose, una piccola giungla. Il banano, per la sua incredibile dimensione, è citato nella guida cartacea; le sue foglie scivolano in una piscina turchese costellata ai bordi di vasi che fanno da alcova ai famosi gatti dello scrittore.
Il museo ha nel suo personale uomini di una certa età che assomigliano molto al maestro. Finalmente ho visto un disabile eccentrico, vanesio, quasi aristocratico. Il bigliettaio è un tizio su una sedia a rotelle. Ha un vestito di lino bianco e il panama sulla testa. L’uomo è spinto da un signore molto alto, distinto e naturalmente anziano. Non assomiglia a nessuno e quindi, probabile, è un vero domestico. Nella mano, con molta difficoltà, il domestico tiene aperto un ombrellino parasole che tenta in tutti i modi di tenere fermo. Quando cade e picchia sul cappello, l’uomo sulla sedia emette un lungo respiro di compassione.
Ma è la gente che trovi qui, su quest’isola. Sono in molti i diversi. Un abitante su tre qui è omosessuale. Ci sono pittori, giocolieri, artisti di strada, drag queen in ogni angolo che tutte le sere si danno appuntamento a Mallory Square sul cui molo da sempre si compie il rito del tramonto sul Golfo del Messico. Purtroppo quel giorno il cielo era nuvoloso ma l’atmosfera che si respirava tra la gente era calda e molto piacevole. Un bel ricordo.

L’asso nella manica prima di partire per gli Stati Uniti era Miami, ci ero stato qualche giorno più di dieci anni fa e devo dire che i ricordi nel tempo si erano un po’ troppo gonfiati. A Miami contiamo di restarci addirittura una settimana intera, l’ultima prima di ripartire. Fino a quel momento eravamo stati bene, se mi portavo dietro magari due medicine tutto era perfetto. Il bilancio buono, per fortuna.
L’hotel Palms South Beach, una magnifica struttura sul bordo del mare, ha una sola stanza accessibile nel mezzanino. Il servizio è caro e non sono molto ospitali. Ci sono americani, polacchi, indiani, russi e poi italiani, la metà delle stanze sono occupate da connazionali. Io, è vero, invecchio, invecchio probabilmente anche male. Parlo abbastanza bene francese e spagnolo, non spiccico una parola in inglese e pendo molte volte dalle labbra di Carolina che per fortuna è di madrelingua. In America – e l’America mi piace, l’avevate capito da un po’ – non parlo e ascolto poco e male. Cerco di capire, interpretare con la fantasia i discorsi. Non ci sono risultati ma mi diverto: ripeto, è l’età.
Le prime tre settimane io e Carolina avevamo quasi sempre l’esclusiva, ci sentivamo coccolati perché unici. A Miami è come passeggiare in Galleria a Milano di sabato pomeriggio. Non ci piaceva.
Così dopo due giorni passati anche noi a fare un po’ di acquisti, risaliamo in macchina direzione Palm Beach, il paese di Donald Trump e altri miliardari, una sessantina di miglia a nord ovest di Miami. Realizzando che non ci saremmo trovati in mezzo a nostri simili, lasciamo Palm Beach alle spalle seguendo una lunga strada che corre in mezzo a un prato inglese.
Altro resort, altri campi da Golf, solita gentilezza. Siamo a Stewart, a nord di Palm Beach, e qui, in un hotel della catena Marriott, siamo di nuovo considerati rari e torniamo a vivere per tre giorni un po’ come gli americani.
In altri racconti apparsi su Mobilità molto spazio lo lasciavo alla cucina: qui le uova al solito ci sono, bacon e pancake pure; da un po’, grazie agli Starbucks, si beve un buon espresso. La prima colazione rimane il pasto principale della giornata, per il resto in Florida gamberi, gamberoni e gamberetti in tutte le salse. Non mancano i granchi e i lobster (astici). I prezzi sono bassissimi.
Torniamo a Miami. L’Art Deco District è a Miami Beach, dietro all’albergo (ancora il Palms).
Un quartiere storico con architettura anni Trenta: muri curvi, ampie vetrate, colori pastello. La Lincoln Road è una firma dopo l’altra, tanti negozi, ci sono le Ferrari, i gioielli di Bulgari, le firme della moda. Solo Armani ha un mezzo isolato di negozio. Mangiamo sul lungomare per tre giorni e per tre giorni qualità e prezzo sono agli antipodi. In hotel questa volta abbiamo i voucher con la prenotazione di una stanza “ocean front”. La perfida tizia già incontrata al primo passaggio vuole cambiarci la stanza con quella del mezzanino accessibile.
L’ocean front costa il doppio ma la tipa non parla di sconti. Non cedo, voglio il mare sotto i piedi, non importa se il bagno non è accessibile, per due giorni posso andare in quello giù nella hall. Così faccio.
Intanto io e il navigatore satellitare siamo diventati una cosa sola, ci siamo amati, ci amiamo ancora e difficile è stato separarci.
Ultima nota: partiti da Miami bisogna fare cinquemilaseicentoventi miglia prima di vedere il cartello Alaska. Me lo ha detto lui, meglio, lei, la donna nella scatola, me l’ha sussurrato in francese, prima che lasciassi le chiavi della macchina all’aeroporto.