Mobilità Sommario numero 53 - 2007


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Cinema e letteratura

Il ragazzo selvaggio

di Antonio Tripodi

La storia di un ragazzo “allevato dalle fiere” nella Francia dell’Ottocento ci fa riflettere su quanto sia importante, oggi come allora, riuscire a comunicare per integrarsi veramente nella società.

La storia

un'immagine de Il ragazzo selvaggio

Nel 1797 fu vista nei boschi della regione francese dell’Aveyron la figura completamente nuda di un ragazzo che fuggiva a quattro zampe. Gli avvistamenti si ripeterono più volte negli anni che seguirono. Il ragazzo fu pure catturato, una volta, ma riuscì a fuggire. Nel 1800 finalmente il ragazzo, preso nuovamente, fu trattenuto per essere studiato con attenzione.

Non era la prima volta che si veniva a conoscenza di “ragazzi selvaggi”. Probabilmente abbandonati quando erano infanti, erano riusciti a superare le difficoltà naturali e sopravvivere seppure fra gli stenti. Di qui nacque la leggenda dei “bambini lupo” o dei “bambini orso”, cioè allevati dalle fiere, ancora una volta più pietose degli uomini.

Ma questa volta la leggenda era divenuta un fatto concreto.

Le condizioni in cui si trovava il giovane erano delle più penose. Era sporco, presentava su tutto il corpo cicatrici derivanti da varie ferite, deambulava a quattro zampe e, quando si trovava in situazioni di stress, ciondolava tutte le membra, così come fanno alcune bestie in gabbia. Non parlava ed emetteva solo qualche stridulo grido.

Parve evidente ai primi esaminatori che il problema più grosso che si frapponeva alla educazione e alla civilizzazione del giovane era quello legato alle possibilità di comunicazione. Infatti il giovane non possedeva nessun linguaggio. Fu per questo motivo che si pensò di affidarlo all’abate Sicard che, al tempo, dirigeva l’Istituto nazionale per i sordomuti. L’istituto era stato fondato quasi mezzo secolo prima dall’abate l’Epée, il quale aveva elaborato la lingua dei segni che, negli intenti dell’educatore, avrebbe offerto ai sordi l’opportunità di inserirsi nella società e ricoprire qualunque ruolo avessero voluto.

Erano gli anni successivi alla Rivoluzione francese e gli spiriti ideali erano ancora molto forti. La rivoluzione riteneva possibile realizzare l’utopia dell’Uomo Nuovo, un individuo che avrebbe abbandonato i propri egoismi insocievoli per acquisire una sua più alta funzione sociale all’interno di una repubblica a sua volta al servizio dell’Uomo.

L’educazione dei sordi, la possibilità che si offriva loro, tramite l’insegnamento della lingua dei segni, di inserirsi a pieno titolo nella società era parso un grande passo nella realizzazione di quella utopia. Era divenuto famoso il caso di Massieu, un sordomuto educato da Sicard il quale, rimasto completamente isolato sino all’adolescenza, tramite l’acquisizione della lingua dei segni era divenuto a sua volta educatore dei sordomuti e si poteva permettere di colloquiare, scrivendo in francese e segnando con la propria lingua, con gli esponenti più colti della Parigi del tempo.

In quel particolare momento storico gli sguardi della società si appuntarono sul ragazzo selvaggio: tutta la società era in fibrillazione in attesa di apprendere dalla bocca del selvaggio, una volta restituito alla civiltà, il sentire dell’uomo immerso nello stato di natura.

Ma le cose andarono diversamente.

I libri

La vicenda della scoperta e della educazione del ragazzo selvaggio la si può leggere nelle relazioni che fece Jean-Marc-Gaspard Itard (Il ragazzo selvaggio. Anabasi, Milano 1995).

Itard, al tempo, era un giovane medico che aveva lasciato il paesino natale per vivere nella Parigi della rivoluzione. Fu la persona che contribuì sostanzialmente alla “rieducazione” del giovane (cui diede nome Victor) che seguì per più di cinque anni, fra delusioni e successi.

Una appassionante ricostruzione della vicenda è quella fatta da Harlan Lane (Il ragazzo selvaggio dell’Aveyron. Piccin Nuova Libraria, Padova 1989). Il punto di vista di Lane è particolarmente interessante dal momento che l’autore è docente di psicologia e linguistica presso la Northeastern University di Boston, Massachusetts (USA) ed è autore di numerosi testi di successo sul mondo dei sordi e la loro cultura.

Nel libro di Lane la storia del ragazzo selvaggio si interseca con quella dei sordi o perlomeno l’autore americano ci persuade di come le due storie sarebbero potute diventare una vicenda unica. Non andò così. I moduli educativi che impartì Itard, per quanto rigorosi, probabilmente non tenevano in considerazione che il giovane aveva delle carenze soprattutto sociali. A una possibile immersione del giovane con gli altri giovani che vivevano nell’istituto, Itard preferì invece un metodo di insegnamento puntuale ma solitario che portava il ragazzo selvaggio a frequenti crisi derivanti dalla frustrazione.

Inspiegabilmente Itard non espose mai il suo paziente alla lingua dei segni. Dopo cinque anni di tentativi, considerati gli insuccessi, Itard, demoralizzato, abbandonò l’impresa e Victor rimase con la sua tutrice, Madame Guérin, che lo aveva tenuto con sé negli ultimi anni. Morì all’età di 41 anni.

Oltre che per gli argomenti trattati, il libro di Lane è prezioso in quanto espone con grande chiarezza e dettaglio la grande controversia che, nel corso dell’Ottocento, vide contrapposto il linguaggio dei segni e l’educazione orale dei sordi. Il dibattito, come noto, prosegue ancora oggi ed è di grande attualità.

Il film

Nel 1969 François Truffaut girò Il ragazzo selvaggio (L’enfant sauvage, Francia 1969, con Jean-Pierre Cargol, François Truffaut, Françoise Seigner, Claude Miller) basandosi essenzialmente sulle relazioni di Itard.

Il film è, nello stesso tempo, la storia di Itard (interpretato dallo stesso regista) e la storia di Victor, il ragazzo selvaggio. È un film freddo, molto didascalico, che non vuole offrire risposte che vadano al di là della precisione storica e della ricostruzione dei fatti.

Pur tuttavia, attraverso uno splendido bianconero, proviamo raccapriccio per la durezza di certi metodi educativi e quindi avvertiamo la celata critica del regista. Ma, in particolare, Truffaut ci comunica una compassionevole pietà per gli impossibili sforzi comunicativi fra un padre e un figlio metaforici.