Mobilità Sommario numero 53 - 2007


Visita anche :

Lettere a Mobilità

immagine bustaDonne nude in copertina

Ho qualche perplessità sull’ultima copertina di Mobilità.

Devo però fare una premessa d’obbligo, anche per dimostrare che ciò che sostengo viene da persona “informata sui fatti”. Infatti lavoro nel mondo della comunicazione da molto tempo, ho fatto anch’io la fotomodella pur essendo disabile (credo di essere stata la prima in Italia, nel lontano 1992), sono giornalista e scrittrice.

Per tornare al nostro argomento di discussione, mi permetto di dire che la fotografia, così come appare, non denuncia nessuna particolarità. Solo in un secondo tempo, e solo se si legge l’articolo interno, si viene a scoprire che la modella è paraplegica. Se si voleva mettere enfasi su questo, allora andava fotografata con qualche “simbolo” adatto, tipo una stampella adagiata vicino a lei sul letto o altri elementi analoghi. Allora la foto poteva essere dirompente. Qual è la differenza tra una foto di Oliviero Toscani e una degli altri? Che Oliviero Toscani fotografa il problema (vedi l’ultima, in ordine di tempo, sulla anoressia, di cui ha parlato tutto il mondo) e lo mette davanti agli occhi nudo e crudo come è.

Se lo si nasconde o comunque non lo si fa apparire, il messaggio non passa. La prima regola dei giornalisti è: “Non fa notizia un cane che morde un uomo, ma un uomo che morde un cane”. Questa è la regola della pubblicità. Ecco perché Oliviero Toscani, al di là di qualsiasi discussione si possa fare, fa sempre “centro”.

Per tornare all’immagine della donna nuda tout court, è una forma di pubblicità vecchissima, risale al primo dopoguerra, uscita dall’incubo della distruzione. Abbiamo cambiato secolo, ma non mentalità. Il pubblico a cui si rivolge (maschi etero e con scarsa immaginazione) è ormai una relativamente piccola parte del mondo di chi compra.

Gli stessi uomini spero siano diversi oggigiorno. Li spero leggermente più intelligenti ed evoluti. Ed ora veniamo al perché ritengo che sia sempre e solo uno svilimento della donna e basta. Pensiamo ad un banale spettacolo di intrattenimento televisivo: il presentatore in giacca e cravatta parla, le due o tre veline, completamente nude, in tanga, sculettano e non parlano.

Vediamo ora il contrario: la presentatrice, perfettamente vestita ed elegante parla e due o tre giovanotti completamente nudi, in tanga leopardato, sculettano e non parlano. Cosa penserebbe lei di quei poveretti? Che sono disperati? Che sono stupidi? Che sono venduti? Veda lei. Comunque qualcosa di svilente, non trova? Con simpatia.

(M. S.)

 

Non ci sentiamo tanto ipocriti da scusarci con i Lettori che si sono sentiti offesi dalla pubblicazione di una donna nuda sulla copertina di Mobilità, ma visto che il civilissimo e comunque gradito commento di questa Lettrice non è isolato, qualche riflessione ci sentiamo di esprimerla. È superfluo difenderci dall’accusa che pubblichiamo foto di donne nude per vendere più copie: negli ultimi 10 anni abbiamo postalizzato 8.432.453 copie gratuite di Mobilità.

Non era nostra intenzione denunciare alcunché: lo abbiamo fatto nell’editoriale e nelle altre pagine proponendo soluzioni, segnalando opportunità, rimarcando carenze o paradossi. È fuori dal nostro stile l’informazione urlata, il berciare fino a coprire l’opinione altrui, il piagnisteo senza possibili soluzioni. 

No. Quella copertina non è di denuncia, come non lo erano le altre e come non lo saranno le prossime. Illustra una situazione, uno stato d’animo. È una bella ragazza, paraplegica, orgogliosa (o vanitosa) della sua bellezza. Bellezza e disabilità possono coesistere. Che poi costei abbia scelto dei “filtri mentali” maschilisti, lascio agli altri giudicare. Ma è altro da quello che vogliamo presentare.

Un singolare fenomeno percettivo abbiamo notato in molti Lettori e amici: la bellezza di quella ragazza è stata tanto seduttiva da non far nemmeno notare che a bordo del letto c’era la sua carrozzina. Un fenomeno che ha investito anche la nostra Lettrice (“solo se si legge l’articolo interno, si viene a scoprire che la modella è paraplegica”).

Questo significa che abbiamo fatto centro: la disabilità è una condizione che è anche filtrata dagli occhi di chi la guarda.

Autonomia possibile o auspicabile?

Vorrei parlare di autonomia di noi disabili, quell’autonomia che per noi rappresenta un obiettivo imprescindibile e di fondamentale importanza all’interno del processo di integrazione nella società in cui viviamo.

Un passo fondamentale in questa direzione è costituito dall’uso dell’automobile per effettuare quegli spostamenti che oggi più che mai fanno parte del nostro vivere quotidiano: fare la spesa, frequentare la scuola o il lavoro, fare shopping, vedere un film al cinema o una partita di calcio, praticare uno sport, il tutto reso possibile solamente attraverso il ricorso ad una quattro-ruote.

Io credo che in questi ultimi anni molto si sia fatto e si stia facendo per rendere possibile l’uso delle autovetture a noi “piloti in carrozzina”, con tutte le difficoltà che si possono incontrare durante questo percorso e la forte personalizzazione delle soluzioni a cui si deve ricorrere, vista la molteplicità degli handicap che rende quasi impossibile una standardizzazione dei prodotti.

Da qualche settimana sto frequentando la scuola guida per ottenere la patente e mi sto contemporaneamente occupando della ricerca di un mezzo che mi consenta di spostarmi in maniera autonoma.

Le soluzioni prospettatami sia dal web che da un’autofficina specializzata da me contattata sono diverse, c’è però una richiesta che non riesce a trovare risposta: la completa autonomia, poter cioè utilizzare il mezzo senza l’aiuto di nessuno.

Diversi progetti prevedono infatti la piegatura della carrozzina, operazione che io non riesco a compiere, vuoi per l’esilità della mia corporatura, vuoi perché usufruisco di una sedia a rotelle elettrica dal peso notevole.

Ci sono poi soluzioni che contemplano l’ingresso nella vettura direttamente con la carrozzina, ma gli automezzi che hanno uno spazio sufficiente sono di grosse dimensioni e di una certa cilindrata, che per ovvi motivi non è consentita ad un neo-patentato. Ci sarebbe anche la possibilità di fare determinate modifiche su vetture leggermente più piccole, ma solamente importandole dall’Inghilterra dove questi adattamenti sono concessi, però si parla sempre di veicoli di una certa dimensione con l’inconveniente poi della guida a destra. Siamo quindi punto e a capo.

Ho trovato in internet una vettura di piccole dimensioni, senza sedili, costruita in Romania appositamente per portatori di handicap, con accesso dal portellone posteriore. Si tratta però di una macchina elettrica con un’autonomia di 40 km (non riuscirei a recarmi all’università e ritornare a casa) e la velocità massima di 40 km/h.

Quello che rende difficile l’attuazione di molte idee in questa prospettiva è il complesso apparato burocratico-normativo che regola la materia e che prevede per ogni modifica effettuata numerose autorizzazioni, omologazioni e quant’altro. Questo è comprensibile, perché è indispensabile preservare e garantire la sicurezza del mezzo in qualsiasi condizione.

È necessario pertanto che siano le case automobilistiche a farsi promotrici di nuovi progetti, di nuove idee, avendo gli strumenti necessari per garantire le condizioni di massima sicurezza come previsto dalla normativa.

Secondo me bisogna partire dall’idea di costruire una vettura ad hoc per i disabili, evitando di effettuare macchinosi adattamenti ad automobili progettate e concepite per persone normodotate.

Sono consapevole che è difficile una produzione su vasta scala di questo tipo di macchine, sia per il numero ridotto di utenti, sia per la molteplicità delle esigenze da soddisfare, però sono altresì convinta che con la necessaria determinazione ad affrontare e risolvere il problema si potrebbe arrivare a definire un prototipo che con pochi adattamenti potrebbe soddisfare le necessità di tutti.

Aspetto fiduciosa nell’ingegno e nella buona volontà del genere umano!

(Micaela Marangone, Udine)

 

Una lettera condivisibile quella della Lettrice, con alcune considerazioni a margine. Difficilmente la produzione industriale, per le sue specifiche caratteristiche, progetterà e realizzerà un veicolo specifico per persone con disabilità. C’è da sperare invece che le case automobilistiche adottino sempre più il principio della Progettazione Universale (Universal Design) sancito in modo chiaro anche dall’ultima Convezione ONU sulle persone con disabilità. Significa progettare e realizzare tenendo conto di una utenza quanto più ampia possibile.

Sogni? Utopie? Crediamo di no: la Progettazione Universale è conveniente anche commercialmente perché aumenta i possibili acquirenti di qualsiasi prodotto o servizio.

Un esempio: i telefoni cellulari, così difficili da usare solo dieci anni fa e così semplici oggi.

Altro aspetto: la burocrazia. Anche in questo ambito, soprattutto a livello centrale, molte cose stanno cambiando. In Italia esiste uno specifico Comitato Tecnico, previsto dal Codice della Strada, che ha approvato negli ultimi anni decine di nuovi adattamenti alla guida, segnale anche di un mercato e di una produzione senza dubbio dinamici.

I cosiddetti sistemi “sali e guida”, quelli che consentono la guida direttamente dalla carrozzina, erano impensabili solo qualche anno fa. Mancavano dal mercato, non erano approvati dal Ministero, non erano prescritti dalle Commissioni patenti. Ora è possibile. Possibile, ma costoso, non alla portata di tutti. Possibile, ma solo su veicoli con volumetrie significative.

È tutto vero quello che la Lettrice scrive, e i successi raggiunti non possono certo colmare le difficoltà che ancora permangono e che sono risolvibili sono grazie ad un simultaneo impegno e attenzione di case automobilistiche, adattatori, tecnici, pubblica amministrazione. Nella sostanza, quando ognuno di questi attori capirà che la persona con disabilità è contemporaneamente un acquirente, un cittadino, un soggetto con giuste istanze di autonomia.