

di Antonio Tripodi
Pur avendo conseguenze serie nella vita delle persone, la disabilità in alcuni contesti può anche rivelare il suo lato comico e scatenare qualche sana risata.
Nelle riflessioni sin qui condotte ci siamo soffermati su opere che si interessavano della disabilità investendo quasi sempre il campo delle emozioni, puntando su aspetti spesso drammatici. Quasi mai ci siamo ritrovati a riflettere sul fatto che la disabilità può anche far ridere.

Il riso, e il sorriso, nascono dalla visione di uno scostamento dalla normalità. Dalla contrapposizione tra senso e assurdo, fra stupore e illuminazione, nasce l’effetto comico. Effetto che può essere legato alla fisicità del soggetto. In particolare fa ridere il dispendio di energie, l’impiego di sforzi inutili per produrre risultati modesti.
Ma l’effetto del comico è spesso distratto da due elementi più forti: la pena e la paura. Non ridiamo di uno spastico per quella che a noi può sembrare sovrapproduzione o insensatezza di sforzi, perché scatta il sentimento di pena (o forse un sovrastrutturale atteggiamento di “political correctness”) che ci inibisce. Non ridiamo di un essere ipertrofico o corpulento, se il suo aspetto truce ci fa paura.
Ridiamo invece dell’innocuo grassone, perché cogliamo in quello l’aspetto parodistico e caricaturale. In un certo qual senso cogliamo nell’altro la caricatura grottesca di noi stessi. Ridiamo, dunque, perché attraverso il meccanismo del riso ci gratifichiamo di una esperienza di superiorità nei confronti dell’altro. Si ride del diverso perché gioiamo del fatto che non siamo come lui.
Ricordiamo che trattando dei fumetti (vedi Mobilità n. 41) abbiamo visto come la disabilità fosse a volte utilizzata strumentalmente per far ridere il lettore. In Paperino e il misterioso mister Moster (Guido Martina, 1955) si ride della stoltaggine di Paperino, motivandola con la meningite presa da piccolo, quella malattia “che fa diventar scemi, se non si muore”. Anche nel cinema, in alcune gag di Totò, si ride della meningite come della malattia che, pure qui, se non si muore, fa diventare scemi (cosa peraltro non vera). Sul Topolino degli anni sessanta era normale far ridere il lettore grazie agli insulti che Paperone rivolgeva a Paperino, di questo tenore: “Questo pelandrone non è nemmeno capace di derubare un sordomuto cieco e paralitico”.
È dunque giunto il momento di porsi la domanda: fino a che punto è lecito ridere della diversità? E ancora: si può ridere della sofferenza?

In alcuni film che abbiamo esaminato, in effetti, abbiamo trovato la mostra della diversità come metafora dei vizi umani. Marco Ferreri in El cochecito (vedi Mobilità n. 49) ad esempio usa la disabilità per effettuare un rovesciamento dei luoghi comuni. La carrozzella da strumento legato al dolore si trasforma in una possibile libertà per don Anselmo, il protagonista.
Ma non è tutto. Ad un certo punto ridiamo sonoramente per l’invenzione dell’anarchico Ferreri che sbatte sulla carrozzella il ricco padrone spastico ed eleva a grado di signore il corpulento autista, il quale (a riprova che il potere è spesso offensivo) si comporta con volgare e padronale arroganza, vieppiù fastidiosa. Ma perché ridiamo del povero “minus habens”, che amoreggia platonicamente con una aragosta, mentre quello che dovrebbe essere il suo servitore gozzoviglia con i suoi beni e dispone dei suoi servitori? Non senza un qualche rossore ci accorgiamo che ridiamo della anormalità del poveretto e nella fattispecie della sua demenza.
Da notare che ridiamo con meno pudore delle difficoltà mentali rispetto a quelle fisiche perché, probabilmente, attribuiamo al soggetto portatore di menomazioni psichiche una sorte di colpa soggettiva. Probabile retaggio della filosofia greca, persistente nella nostra cultura, quello della concezione dell’anima come soggetto della conoscenza e quindi anima e mente intese come unica entità: la Psyche.
Invece un esempio di come la disabilità possa essere strumento per far ridere senza oltrepassare i limiti del buon gusto è Non guardarmi non ti sento (See No Evil, Hear No Evil, di Arthur Hiller, con Richard Pryor e Gene Wilder, 1989), tragicomica vicenda su un omicidio di cui gli unici testimoni sono un cieco e un sordo.
Poi c’è il riso autoironico di chi la disabilità la vive in prima persona. In questo caso non scatta il senso del comico ma uno humour spesso raffinato.
Un esempio è Kill Gil (vol. II) di Gil Rossellini (vedi Mobilità n. 47). Il film, crudamente basato su una visione della sofferenza, è sorretto da una profonda autoironia che lo rende agile e piacevole anche nelle fasi più dure. Il Rossellini regista che gira il film riesce a ridere di Gil. L’Io dell’autore ride del Super Io del protagonista. Il regista, grazie allo sforzo creativo, si libera di se stesso e riesce a fare un salto di qualità che lo scioglie dalla fisicità, dal dolore, dalla paura della morte, persino.
Una ironia, graffiante e leggera allo stesso tempo, riferita alla disabilità, ma soprattutto nei confronti dei pregiudizi a questa collegati, la troviamo in un attore e autore di teatro, lui stesso disabile. Si tratta di David Anzalone, che da un po’ porta in giro il suo spettacolo “Targato H” (è apparso pure nella trasmissione televisiva “Glob – L’osceno del villaggio” il programma di e con Enrico Bertolino). Avremo modo di parlarne ancora.