Mobilità Sommario numero 55 - 2008


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Editoriale

Nubi di oggi sul nostro domani migliore

Trascinati dal tempo, a volte i ricordi sbiadiscono. Tanti anni di battaglie per diffondere una cultura positiva dei diritti delle persone con disabilità si stemperano nella sensazione che ancora oggi molto, forse troppo, ci sia da fare, o da rifare. Ecco perché è fondamentale documentare il cammino legislativo, oggettivamente, nitidamente.

Apparentemente viviamo nel migliore dei mondi possibili: scuola, lavoro, sport, assistenza, mobilità, non c’è settore nel quale non esistano norme civili e chiare. Eppure siamo tutti convinti che esiste una distanza secca fra i diritti e la percezione dei diritto.

Che cosa manca? Secondo me in questi anni è mancato molto l’intervento della magistratura. In altri campi della vita sociale ed economica il potere giudiziario ha fatto sentire la forza della legge. Nel campo della disabilità sono rari i casi di un impegno forte per punire i trasgressori, per ristabilire il diritto. Colpa in verità anche delle sanzioni basse, se non ridicole. Figlie di un equivoco culturale: tutti sappiamo e diciamo che la repressione non sarà il primo strumento da utilizzare, ma sinceramente credo che non debba essere l’ultimo. Alberghi ristrutturati di recente e pieni di barriere, mezzi pubblici di trasporto che non sono adeguati o comunque non funzionano, inserimenti lavorativi negati pagando sanzioni amministrative risibili, servizi essenziali (trasporto, assistenza, integrazione scolastica) quasi mai gestiti in modo esemplare.

Al fondo di questi fenomeni, che sono sotto gli occhi di tutti, secondo me ci sono alcuni fattori precisi. Li segnalo così, in ordine sparso.

Una cultura buonista, che ritiene i diritti delle persone con disabilità una opzione legata alla generosità e alla solidarietà sociale, non un dovere in sé, che non implica meriti e valutazioni etiche.

Una colpevole ignoranza della realtà nel mondo della politica e delle istituzioni, che vivono di luoghi comuni, di informazioni frammentarie e datate, di lobbismo deteriore (si interviene a favore di singoli gruppi o addirittura di singole associazioni).

Una colpevole e superficiale informazione da parte dei media, giornali, tv, radio, e anche web. Tutto è approssimativo, spettacolare, impreciso, generico. Il fritto misto della disabilità che serve da riempitivo fra una notizia di cronaca e l’altra, quasi mai un’attenzione normale e seria, quasi mai un’inchiesta vera, anche nei confronti del mondo della disabilità, che non è tutto perfetto.

Una tendenza delle associazioni e dei gruppi delle persone con disabilità a gestire i temi più importanti in versione utilitaristica e al singolare, nonostante la crescita delle reti, a partire dalla FISH. Di più: una grande fatica a rappresentarsi con chiarezza e semplicità, preferendo troppo spesso rimanere nella nicchia.

Una società incardinata sulla retorica della famiglia, quando la famiglia ormai non c’è quasi più, o comunque da sola non può farcela.

Uno scarso ricambio generazionale, per cui le battaglie vengono condotte quasi sempre dalle stesse persone, con lo stesso linguaggio, con le stesse prevedibili modalità.

La fine della speranza in un mondo migliore: sembra banale, ma il quadro generale nel quale si sono inserite le principali tappe dell’evoluzione normativa è stato progressivamente connotato dalla mancanza di idealità, dal tecnicismo, dal settorialismo.

Eppure siamo qui, e proviamo ad andare avanti. Pronti a spiegare tutto da capo al prossimo ministro. Perché, in fondo, siamo degli inguaribili ottimisti.

 

Franco Bomprezzi