Mobilità Sommario numero 56 - 2008


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Pseudoscienze

Come ti curo l’Alzheimer (forse)

di Francesco Smerghetto

Studiosi inglesi stanno mettendo a punto un casco a raggi infrarossi che permetterebbe di sconfiggere il morbo di Alzheimer. Una notizia accolta con diffidenza dalla comunità scientifica. E non solo.

il casco a infrarossi
Abdel Ennaceur, Gordon Dougal e Paul
Chazot presentano il casco a infrarossi

Dopo essere stato esposto ad un irradiamento a raggi infrarossi per alcuni minuti al giorno per 10 giorni, un topo un po’ avanti con l’età ha dimostrato una maggiore abilità nel districarsi lungo i percorsi di un labirinto tridimensionale.

Questo illuminante esperimento ha persuaso alcuni studiosi inglesi – Gordon Dougal della compagnia Virulite, Abdel Ennaceur dell’Università di Sunderland e Paul Chazot dell’Università di Durham – che il trattamento che ha portato tanti benefici allo “smemorato” animaletto possa essere riproposto sull’uomo per curare varie forme di demenza senile e presenile ed in particolare il morbo di Alzheimer.

Il morbo di Alzheimer

L’Alzheimer è una malattia degenerativa molto diffusa (solo in Italia si stima ne siano affette più di 500.000 persone, addirittura 1.000.000 secondo alcune fonti), in particolare nella terza età, che porta alla progressiva distruzione delle cellule cerebrali. Le manifestazioni più evidenti del morbo sono la perdita di memoria ed un generale decadimento delle facoltà cognitive. Allo stato attuale non è ancora stata trovata una cura che possa contrastare efficacemente la malattia. È possibile rallentarne il decorso, ma non arrestarlo.

Secondo gli studiosi inglesi, invece, con questa nuova terapia ad infrarossi si potrebbe andare ben oltre, bloccando il processo degenerativo dei neuroni e addirittura facendo regredire i sintomi del morbo di Alzheimer. In parole povere, i raggi infrarossi farebbero ringiovanire il cervello.

Il casco a infrarossi

Il dottor Dougal, infatti, ipotizza che una radiazione infrarossa a bassa potenza possa stimolare la crescita e persino favorire la riparazione di cellule e tessuti di ogni tipo, e quindi anche delle cellule cerebrali. Lo scienziato ha realizzato appositamente un casco in grado di emettere raggi infrarossi che – a quanto pare – riescono ad oltrepassare il cranio, seppure in piccola percentuale, e ad irradiare la massa cerebrale.

A sostegno della propria teoria Dougal porta, oltre agli esperimenti compiuti sui topi, anche alcuni test effettuati su se stesso e su un limitato numero di persone anziane. Come abbia ottenuto l’autorizzazione alla sperimentazione umana rimane un mistero.

Da tali test emergerebbe che pochi minuti di questo particolare trattamento possono bastare per notare nei pazienti significativi miglioramenti in termini di memoria e lucidità mentale.

L’inizio della sperimentazione su un campione umano “significativo” (100 persone), che dovrebbe chiarire la reale portata scientifica di questa ricerca, è previsto per l’estate.

Speranze o illusioni?

Per il momento, quindi, non siamo in presenza di dati scientificamente attendibili e pertanto non possiamo che prendere atto della notizia rimandando commenti e valutazioni fino alla pubblicazione dei risultati della sperimentazione, effettuata – ci si augura – con tutti i crismi che la comunità scientifica impone.

È doveroso però precisare già ora che l’annuncio della “scoperta”, cui gli organi di informazione hanno dato grande risalto lo scorso febbraio, è stata accolto da una parte della comunità scientifica con una certa freddezza, se non proprio diffidenza. I più maliziosi sostengono che si tratti semplicemente di una campagna mediatica imbastita con il solo fine di raccogliere fondi e pubblicizzare la Virulite, che molti media hanno presentato come compagnia di ricerca dimenticandosi di dire che essa ha, ancor prima, finalità commerciali, essendo azienda produttrice di uno strumento (a raggi infrarossi, ovviamente) per la cura dell’herpes.

Vogliamo soffermarci anche su un altro aspetto della vicenda, cioè su come essa sia stata gestita dal punto di vista della comunicazione. Ci si interroga sull’opportunità di sbandierare ai quattro venti una scoperta che, di fatto, è tutt’altro che comprovata, e che al momento viene supportata da esperimenti la cui validità appare molto limitata.

Lascia inoltre un po’ perplessi l’entusiastica leggerezza con cui in tutto il mondo buona parte della stampa generalista ha dato la notizia, senza sottolineare a sufficienza quanto incerto possa essere l’esito di questa ricerca, come invece era doveroso per evitare di creare false illusioni nelle persone interessate e nelle loro famiglie.

Sono considerazioni, queste, che nascono dal caso particolare ma che hanno validità ogniqualvolta si parli di presunte trovate miracolose in materia di salute e disabilità.