

di Antonio Tripodi
La differenza, soprattutto quando è “mostruosa”, è stata vista come esaltazione dell’unicità della persona umana da un grande regista, forse il più grande dei registi italiani: Federico Fellini.

È di particolare interesse l’approccio che Federico Fellini ha, nelle sue opere, nei confronti della diversità/anormalità/mostruosità.
Nella sua forsennata ricerca di facce e corpi il più possibile particolari e mostruosi, Fellini non fa altro che esaltare l’assoluta diversità del tipo umano. Nei suoi film appare annullato il confine, imposto dalle abitudini culturali, tra normalità e diversità, nel senso che la normalità cessa di esistere nel suo immaginario filmico e anche l’ordinario è calato in un’atmosfera di seducente fantastico. In Fellini il termine “mostruoso” riprende l’originario significato etimologico di essere straordinario, espressione di un evento divino che si mostra sulla Terra.
Fellini ricerca l’eccezionalità con tenacia e, quando l’ha trovata, resta a contemplarla, fissandola in fotogrammi che rimangono impressi nella retina dello spettatore per un momento infinito.
In tali visioni non vi è paura, né sgomento, ma solo la contemplazione di una particella meravigliosa che pare essersi staccata dalla divinità.
Nel cinema di Fellini, come detto, la normalità non trova ospitalità: incontriamo gigantesse accompagnate da nanerottoli (nel Casanova del 1976), mentre minuscole nonne nane trovano rifugio in antiche soffitte, come in Roma (1972).
È però difficile individuare un film del regista che più di altri sia significativo nel senso sopra detto: sono tutti caratterizzati dalla meraviglia del fanciullino Fellini di fronte al fenomeno. Forse il Satyricon più di tutti punta sulla esibizione della diversità, anche perché in tal modo Fellini enfatizza la distanza temporale in cui si svolgono le vicende (cioè nella Roma imperiale del I secolo dopo Cristo). Comunque in tutti i suoi film il regista rimane incantato e incanta i suoi spettatori con l’esibizione dell’anormalità.
Assieme ai clown-macchiette, maschere del circo e della vita, Fellini ci presenta le anomalie psicologiche e psichiche. La più famosa maschera della alterità psichica rimane quella rappresentata dallo zio matto in Amarcord (1973), ma immagini della diversità mentale compaiono copiosamente in tutti i film di Fellini. Anche queste anomalie sono viste con stupore, a volte con simpatia, mai con diffidenza o paura.
Questa visione dello straordinario nasce senz’altro dall’amore di Fellini per il circo che riprende la tradizione degli imbonitori da fiera che esibivano allo stupore della folla le anomalie fisiche. Il circo, soprattutto agli inizi (si pensi al Circo Barnum), metteva insieme gli aspetti più stupefacenti dell’umanità, per cui accanto agli spettacoli degli acrobati mostrava la stranezza degli ermafroditi; assieme alla donna più grassa del mondo, l’uomo più magro del mondo e, ancora, gemelli siamesi, nani e giganti.
Nel numero 50 di Mobilità abbiamo preso in esame Freaks (USA 1932), di Tod Browning, un film straordinario ambientato in un circo in cui lavora, assieme ai “normali”, una vasta schiera di “mostri”, i “freaks” appunto. Uomini e donne che, per la loro diversità, il pregiudizio sociale aveva trasformato in oggetti da palcoscenico.
Un libro fotografico, Freaks – La collezione Akimitsu Naruyama (AA. VV., Logos), in 191 pagine di illustrazioni d’epoca riporta ai nostri occhi la collezione di Akimitsu Naruyama, un collezionista d’arte giapponese che dagli anni novanta del secolo scorso raccoglie una serie di immagini strane e bizzarre dell’occidente, in particolare quelle che rappresentano i “mostri da baraccone” esibiti nei circhi e nelle fiere tra la fine del diciannovesimo secolo e gli inizi del ventesimo.
Grazie allo sforzo del collezionista ci vengono riproposte le immagini di quegli individui che in qualche modo avevano influenzato l’immaginario di Fellini. Persone estremamente grasse e magre, uomini altissimi e nani minuscoli, poi gemelli siamesi, altri con arti in soprannumero, donne barbute e via dicendo.
Le foto insinuano nello spettatore non solo una sottile inquietudine, ma anche un morboso voyeurismo che i nostri pregiudizi di political correctness cercano di moderare.
Eppure non esiste morbosità in quelle rappresentazioni. I soggetti sono spesso sorridenti e a proprio agio. Di fatto queste persone diventavano quasi delle star. Barnum, ad esempio, pagava lautamente i suoi artisti, in ragione del fatto che anche lui si arricchiva non poco grazie a loro.
Molto spesso queste persone avevano una vita normale, si sposavano, sempre nell’ambito circense, e avevano anche dei figli. Il circo era per loro la salvezza da una vita di stenti, malamente riparata in qualche squallido istituto. Il circo aveva dunque la funzione di abbattere un tabù sociale in base al quale la deformità doveva rimanere nascosta.
Per noi, che apparteniamo a una società che ha messo al bando, più di quanto avessero fatto le precedenti culture, le brutture, il dolore e le deformità, la lettura e la visione del libro rappresenta un momento di confronto con i nostri fantasmi.