Mobilità Sommario numero 57 - 2008


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Taccuino di viaggio

Cose turche!

di Anna Grazia Giulianelli

La Turchia, terra in bilico tra occidente ed oriente, riserva piacevoli sorprese al turista italiano. Anche se è in carrozzina.

Scorcio del Bosforo
Scorcio del Bosforo

Assediati dai media che ogni giorno ci propinano qualche scelleratezza ad opera del mondo islamico, preoccupati per il neo governo filoislamico, la prima cosa che scopriamo, arrivando in Turchia, è quanto sia interessante questa terra.

Atterriamo ad Istanbul ma siamo solo di passaggio. Abbiamo comunque il tempo per cogliere lo splendore di questa straordinaria città tra occidente ed oriente: il Ponte sul Bosforo, inaugurato nel 1973, è il quarto ponte sospeso per lunghezza nel mondo, ed unisce la sponda europea con la sponda asiatica di Istanbul. Il colpo d’occhio sul Bosforo, già dall’aereo, è magico: l’aria è limpida e sono centinaia le navi che galleggiano sull’acqua o navigano piano.

Facciamo colazione al Gran Bazar, in un caffè turco, serviti da una gentile signora che ci invita ad assaggiare le specialità del locale e ci fa sentire a casa. Impariamo subito ad apprezzare il tè turco che qui tutti offrono e bevono continuamente in piccoli bicchieri di vetro.

Il popolo turco

L’impatto con i turchi rivela immediatamente quanto siano simili a noi: è un popolo mediterraneo che ha accolto genti da ogni dove, gli uomini hanno baffi importanti mentre le donne tendono a morbide rotondità. Sono gli occhi a rivelare gli incroci, spesso incontri sguardi tra il blu, il verde e il giallo che ti ricordano la steppa, l’oriente, il nord del mondo. La lingua turca è una lingua europea con sonorità che hanno radici simili all’ungherese e al finlandese.

I turchi ci tengono a precisare che non sono arabi, pur essendo in prevalenza musulmani, ma la distinzione per noi è difficile tra moschee, minareti e canti dei muezzin. Lungo il viaggio ci sentiremo spesso rispondere che il 90% della popolazione è musulmano come il 90% degli italiani risulta cattolico. Non sono tutti credenti e tantomeno integralisti.

Nella loro storia è diventato un mito Ataturk (“padre dei turchi”), il presidente, dal 1922 al 1938, che ha reso questo paese una nazione laica. La parola türk nel significato originario significa forza e forse è proprio questo, insieme all’inarrestabile dilagare dei turchi verso il mediterraneo, che ha finito per acquistare connotazioni negative che ancora oggi utilizziamo (bevi come un turco, fumi come un turco, cose turche…).

Sulle rive dell’Egeo

La biblioteca di Celso
La biblioteca di Celso

Arriviamo alla nostra destinazione, un hotel sulla costa egea, per due giornate di relax, tempo permettendo in questo scorcio di ottobre. Abbiamo fortuna: l’hotel Club Maxima, un grande, anonimo albergo a 30 minuti da Izmir, ha una bella suite con bagno attrezzato, una piscina all’aperto e, soprattutto, è sul mare. Riusciremo a fare persino il bagno perché il sole è ancora caldo a queste latitudini.

Festeggiamo con i turchi la fine del Ramadan e finiamo persino per mischiarci ai loro balli (tento una danza del ventre con risultati comici ma c’è anche chi se la cava proprio bene ed ha i complimenti delle ballerine locali). Qui è tradizione andare in vacanza per la fine del digiuno e l’indomani troviamo sulla spiaggia una donna turca che fa il bagno completamente vestita (molto vicino a riva altrimenti affonda), unica bagnante indigena ed unica turca così coperta.

In albergo troviamo un hamam, bagno turco, che a prezzi accettabili ci consente di concludere la giornata in bellezza. Se sono stati i romani a portare in Turchia il bagno di vapore, i turchi lo hanno trasformato in un bagno di pulizia con un massaggio di schiuma indimenticabile e, nonostante ormai i bagni siano dentro le abitazioni, frequentare l’hamam è una consuetudine ancora molto praticata.

Il tour comprende i siti archeologici più importanti dell’Egeo ma cominciamo con il fare un’escursione in un tipico paesino di montagna, per una strada tutta a tornanti, dove gustiamo una spremuta di melograno e facciamo incetta di prodotti tipici.

Da Efeso a Konya

Efeso è imponente e fa effetto trovare un pezzo di classicità così ben conservata. Nonostante l’escursione archeologica fino alla biblioteca di Celso non sia proprio una passeggiata con la carrozzina, arriviamo fino allo stadio: gli amici si fanno letteralmente in quattro per aiutarmi. Se questo sito è noto in tutto il mondo, Afrodisias è invece un luogo ancora poco frequentato dal turismo di massa ma è meraviglioso. Si apre in una ampia e verde pianura ed è consacrato alla Dea della fertilità. Arriviamo nel tardo pomeriggio e la luce calda del tramonto esalta i resti imponenti di questo luogo mitico. Gli amici vanno in esplorazione e trovano un teatro in marmo perfettamente conservato dove mi portano letteralmente di peso perché la vista è di quelle da non perdere. Ancora con gli occhi pieni di stupore arriviamo allo stadio, uno stadio ben conservato da 30.000 posti. Siamo soli e restiamo fino all’imbrunire per godere di questo luogo fino all’ultimo.

Il viaggio prosegue e se Hierapolis è un altro sito archeologico importante, non abbiamo occhi che per Pamukkale (letteralmente “castello di cotone”), le cascate pietrificate, un gioco che la natura ci ha regalato. Calde acque minerali ricche di calcio scorrono su una parete rocciosa: con il raffreddamento dell’acqua, il calcio precipita e aderisce alle rocce formando bianchi sedimenti. Il risultato è di una bellezza indescrivibile.

Attraversiamo l’Anatolia centrale ed arriviamo a Konya per la visita al Museo Mevlana, un Santuario a tutti gli effetti, un luogo sacro molto importante per i musulmani, che ospita la tomba di Mevlana, un mistico musulmano i cui seguaci si riunirono nella confraternita dei mevlevi o dervisci rotanti.

In Cappadocia

Bassorilievo ittita
Bassorilievo ittita

Ripartiamo per la Cappadocia dove arriviamo a notte fonda. L’albergo è modesto ma confortevole. È difficile immaginare cosa ci aspetta: partiamo al mattino presto e ci arrampichiamo per una strada da cui ammiriamo un paesaggio straordinario: davanti ai nostri occhi increduli appaiono formazioni strane e surreali, rocce a base di tufo vulcanico scolpito dal tempo che chiamano camini delle fate perché è il senso del magico a prevalere. Sono enormi funghi o camini o pinnacoli che riempiono la vallata. Il paesaggio è disseminato di grotte-dimore e, se riesco a visitare alcune chiese rupestri (essendo su rupi hanno spesso come accesso una ripida e stretta scalinata), rinuncio alla città sotterranea perché il percorso è proibitivo.

Imperdibile la sosta ad un vecchio caravanserraglio ben conservato: sono stati i selgiuchidi, una popolazione proveniente dall’Asia centrale che conquistò Bagdad nel 1055, a costruire questi luoghi di sosta per le carovane, ad un giorno di cammino l’uno dall’altro, lungo la via della seta che attraversava l’Anatolia.

Ankara

In viaggio verso Ankara, attraversiamo uno sterminato altopiano dove prevalgono i toni dell’ocra ed incontriamo il lago salato, una distesa di sale abbacinante.

Ankara, la moderna capitale, è molto occidentale. Pranziamo nella Cittadella, in un ristorante ricavato da una antica casa ottomana con una splendida vista sulla città. Per me arrivarci significa fare alpinismo: si accede alla sala attraverso una scala a chiocciola e la salita è ardua ma sarò ripagata dal panorama, dalla pizza e dai vicini di tavolo, un uomo e due giovani donne, che ci chiedono da dove veniamo, definiscono gli italiani un popolo amico ed auspicano di entrare a far parte dell’Unione Europea.

Di grande interesse la visita al museo delle civiltà anatoliche dove si trovano reperti che testimoniano la antica e grandiosa storia di questa terra, dal paleolitico, agli Assiri, agli Ittiti, al periodo greco-romano. È evidente l’impegno ad abbattere le barriere architettoniche ma una sala, per fortuna poco interessante, non è accessibile alle persone in carrozzina. L’emozione più grande è quella di guardare le famose tavolette con la scrittura cuneiforme: qui sapevano scrivere quando i romani ancora non esistevano.

Il cibo è una rivelazione: la loro pizza al formaggio non ha niente da invidiare alla nostra, mangiamo kebab in tutte le salse, le verdure sono buonissime, i dolci sono una meraviglia degli occhi e del palato, le abbuffate quotidiane ci fanno rischiare di tornare con qualche chilo in più.

Il ritorno

Siamo alla fine del viaggio, ero partita preoccupata per l’accoglienza di questo paese nei confronti delle persone in carrozzina ma la situazione non è delle peggiori: ad Ankara abbiamo persino incontrato un ragazzo che, seduto su un vecchio, pesante modello di carrozzina, chiedeva passaggi di spinta nei punti più difficili ed impervi del percorso.

Tutti gli alberghi in cui abbiamo alloggiato avevano diverse camere per persone in carrozzina, non tutte allo stesso livello di comfort: ogni volta abbiamo cercato di trovare la soluzione più soddisfacente.

In aeroporto una bimbetta pare molto incuriosita dal mio mezzo di locomozione. Il padre cerca di allontanarla ma lei, caparbia, torna sempre verso di me. Sorrido e cerco di far capire che non mi dà fastidio, anzi, la sua curiosità mi diverte. Avrà un anno e mezzo, si avvicina senza toccarmi, giochiamo un po’ a nascondino. Sull’aereo la trovo con i genitori di fianco a me e il gioco continua. C’è anche la madre, giovanissima a vedersi, che ignora la bambina ed è abbracciata al marito come un naufrago. Indossa i lunghi abiti tradizionali delle donne turche, ha il velo ma il viso è scoperto e sembra una adolescente.

Abbiamo il tempo, durante il viaggio, di continuare la conoscenza e la piccola finisce per restare con me, mangiamo uno yogurt e dei biscottini che le piacciono molto. Inevitabili alcune domande. Scopriamo che sono stati in Turchia per la fine del Ramadan, dai genitori, ed ora stanno rientrando in Italia dove lui lavora. La bimba è nata in Italia ma la moglie non si trova bene nel nostro Paese ed è in lacrime per avere lasciato genitori, fratelli, amici in Turchia. Ci prende un nodo alla gola e ci rendiamo conto che probabilmente per lei mantenere l’abbigliamento tradizionale significa sentirsi più vicina al suo Paese, mentre per noi i suoi abiti sono lo stigma del diverso, una diversità purtroppo sempre più spesso percepita come pericolosa.