Mobilità Sommario numero 58 - 2008


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Cinema e letteratura

L’anima nonostante il corpo

di Antonio Tripodi

Il corpo è come una gabbia quando non permette alla persona di comunicare con gli altri. Ma c’è chi, come il protagonista delle opere che presentiamo, riesce comunque ad esprimersi anche solo con il battito delle ciglia.

disabile in carrozzina che guarda il mare

A volte il corpo può diventare una gabbia crudele. Nel numero 39 di Mobilità abbiamo narrato la struggente storia, divenuta un film (Mare dentro, regia di Alejandro Amenábar) di Ramón Sampedro, condannato all’immobilità assoluta a seguito di un tuffo che causò la frattura della settima vertebra cervicale.

Ma ci possono essere storie ancora più tristi.

Incomunicabilità

Ci siamo trovati più volte ad esaminare situazioni in cui la disabilità comporta la perdita della capacità, peculiare e imprescindibile per l’uomo, di comunicare con tutti gli altri.

Un ictus, ad esempio, può causare gravi afasie e difficoltà nel linguaggio. In questi casi l’aspetto più drammatico non è tanto quello legato alla perdita delle funzioni motorie, quanto quello di non poter comunicare con gli altri, di pensare alcune cose e non riuscire ad emettere nient’altro che monosillabi senza senso per chi sta vicino, ascoltare gli altri che parlano e non riuscire ad interagire con la parola.

Ma anche la sordità può ricondurre una persona a una condizione di assoluta incomunicabilità, nel caso non venga messa nella condizione di acquisire un linguaggio.

In questi casi, quello che angoscia di più è la situazione di isolamento, l’assoluta solitudine, la barriera calata per separare dagli altri, come se la persona fosse stata collocata in un indistruttibile scafandro ermetico.

Lo scafandro e la farfalla

locandina del film

È appunto Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon, edito in Italia da Ponte alle Grazie, 1997) il titolo del libro che trattiamo adesso. L’autore, Jean-Dominique Bauby, capo redattore della rivista femminile ELLE, l’8 dicembre del 1995, all’età di 43 anni, ebbe un ictus che si manifestò con una forma molto rara e particolare chiamata “locked-in syndrome”. Questa sindrome lascia il cervello perfettamente intatto ma impedisce al corpo di funzionare, con l’eccezione – nel caso di Bauby – del movimento della palpebra dell’occhio sinistro.

Utilizzando un metodo che prevede la lettura sequenziale delle lettere più usate nell’alfabeto francese (ESARINTULOMDPCFBVHGJQZYXKW), in cui è il paziente che blocca l’operatore sulla lettera scelta, tramite un battito di ciglia, Bauby riesce a formulare pensieri, conversare (seppure a fatica) con i suoi interlocutori e addirittura dettare le pagine del libro.

A dispetto della tragicità della condizione in cui viene elaborato, emerge un testo sereno, misurato e mai clamoroso, a volte addirittura ironico, sicuramente speciale. Non può che scaturire nel lettore meraviglia per l’eroismo minimo dell’autore che riesce a conservare, per la sua sopravvivenza e in ossequio alla sua dignità di uomo, la capacità di amare, ammirare e commuoversi, però senza estirpare del tutto, dall’interno di sé, la rabbia per l’ingiustizia fatale sofferta.

Rimane, e viene esaltata, la capacità dell’uomo di far vagabondare, al di là del corpo, la sua anima e la sua mente (la farfalla del titolo), ripercorrendo viaggi già svolti o reinventando altri percorsi spirituali.

Emerge dal testo (e conforta il lettore) l’atmosfera di profondo sentire solidale che avvolge l’autore: a partire dalla sua compagna e dai suoi figli sino agli operatori ospedalieri, con pochissime eccezioni.

In questo, come anche negli altri casi sopra ricordati, l’eroismo del singolo si giustifica e trae forza dalla profondità degli affetti che lo circondano.

Al termine della lettura si abbandona questo libro come si abbandona un caro amico, consapevoli che ci lascia per sempre ma che pure ci ha dato tanto.

Il film

Lo Scafandro e la farfalla diventa anche un film dal titolo omonimo (Le scaphandre et le papillon, 2007, regia di Julian Schnabel, con Mathieu Amalric), insignito del premio per la miglior regia a Cannes 2007.

L’opera abbandona i toni sereni e pacati del libro per portare, con tocchi artistici senz’altro di grande pregio, lo spettatore a un coinvolgimento emotivo di grande impatto. La scelta di identificare la camera cinematografica con l’occhio del protagonista e di far rivivere la tragedia attraverso la sua voce narrante, pacata ma non per questo meno inquietante, provoca un indubbio effetto empatico.

Per la tematica e le situazioni affrontate, però, il risultato dell’immedesimazione, nel proseguo dell’opera, sfocia verso una sgradevole gravità e comunque tende a causare nello spettatore una spiacevole sensazione claustrofobica, viceversa assente nelle pagine del testo.