Mobilità Sommario numero 59 - 2008


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Esperienze

Lo sport, la mia vita

di Fabrizio Macchi

Fabrizio Macchi, campione paralimpico di ciclismo, si racconta come uomo e come sportivo.

Fabrizio Macchi

Lo sport è la mia professione, la mia passione, il mio presente, il mio futuro, la mia vita.

A diciassette anni ho sconfitto un tumore al ginocchio che mi ha costretto all’amputazione della gamba sinistra. In quel momento sapevo che la mia vita sarebbe cambiata, ma ho anche sentito dentro di me la forza di non voler rinunciare a nulla, di non pormi limiti, di continuare a sognare.

Certo, allora i miei sogni forse non si spingevano fino ai traguardi che negli anni ho raggiunto tramite l’attività agonistica. E bisogna anche aggiungere che vent’anni fa l’atteggiamento nei confronti della disabilità era molto differente. Dopo l’ospedale ho ricevuto moltissimo amore e supporto dai miei genitori, ma anche molta diffidenza da gente che incontravo per strada o con cui mi relazionavo nella vita quotidiana.

Ma poi vinsi la prima maratona di New York, e in quel momento tutti capirono, me compreso, che avevo la possibilità di andare molto lontano. Quando ottenni la prima convocazione alle Olimpiadi, quelle di Sidney nel 2000, sentii davvero di aver vinto una sfida ancor prima di partire per l’Australia, che era avvenuta una svolta, e che le mie scelte di vita, compresa quella di fare del ciclismo la mia professione (scelta rischiosa, avventata, una scommessa che all’inizio ha richiesto qualche tempo per essere digerita, anche dai miei familiari e più incondizionati sostenitori), ebbene quelle scelte erano state giuste, il mio lavoro ben fatto.

I successi

La prima Olimpiade cui ho partecipato mi ha consacrato come atleta e infuso in me ancor più sicurezza e determinazione. Nello stesso anno la mia prima medaglia d’oro, nel 2000 a Varese, nel chilometro su pista ai Campionati Italiani: un’altra tappa fondamentale per la mia crescita come atleta. E poi il record dell’ora, conquistato al Palavigorelli di Milano con la media di 45,870 km/h nel 2001, seguito dai due bronzi in Germania ai Campionati del Mondo del 2002 nell’inseguimento individuale e nel chilometro. Quindi le Paralimpiadi di Atene 2004, e il podio con la medaglia di bronzo nel chilometro su pista. Per di più nella città olimpica per antonomasia, dove storicamente nacque l’evento olimpico… Di sicuro uno dei momenti più emozionanti della mia vita, una delle soddisfazioni più profonde. Infine i tre bronzi ai Mondiali in Svizzera dello scorso anno, l’oro di quest’anno ai Giochi panamericani in Colombia a cronometro e la terza partecipazione alle Olimpiadi, questa volta a Pechino.

L’impegno

Fabrizio Macchi

Forse non tutti sanno che la bici non è stata la mia prima scelta e che mi sono cimentato in diverse discipline prima di approdare e restare definitivamente sulle due ruote. Qualcuno dice che il ciclismo è lo sport simbolo del sacrificio, e non posso dire che non sia vero, anche se tutti gli sport comportano dedizione, rinunce, impegno e sforzo costante.

Il mio allenamento quotidiano inizia con la sveglia puntata molto presto al mattino, e va dalle 3 alle 5 ore di bici più esercizio in palestra, inoltre seguo un’alimentazione corretta ed equilibrata. Il tutto si intensifica nel periodo preolimpico, in cui più che aumentare le ore di training cambia proprio la tipologia dello stesso, e all’allenamento a Varese si aggiungono i periodi di 5/7 giorni di ritiro con la nazionale.

Durante la preparazione alle gare il mio programma prevede lo specializzarsi delle sedute, per esempio aumentando gli allenamenti su pista a discapito di quelli su strada, e la velocità più della resistenza. In questi momenti trovare il tempo da dedicare alla famiglia, se contiamo anche gli impegni con gli sponsor che a loro volta si intensificano, diventa un po’ più complicato… Ma in un modo o in un altro ci riesco sempre, e soprattutto sfrutto al massimo l’inverno e i periodi di maggiore tranquillità per recuperare il tempo perduto.

Lo sport insegna

Mi considero una persona fortunata, amo il mio lavoro e ho una famiglia straordinaria, e ora sento che si è chiuso un cerchio aperto tanti anni fa. Dal momento in cui ci sono salito sopra, la bici è diventata una parte di me, e il ciclismo la mia professione, un modo di vivere che si addice perfettamente al mio carattere, alla mia personalità e alle mie caratteristiche, soprattutto dopo la malattia. Anzi, forse proprio quest’esperienza mi ha insegnato, come dicevo, a non rinunciare mai ai miei sogni, a non gettare la spugna, a provarci sempre comunque, anche quando l’ostacolo sembra insormontabile.

A volte basta, come si dice, gettare il cuore oltre e farlo con il sorriso sulle labbra, perché ogni giorno posso provare la gioia immensa di veder splendere il sole, come se avessi una nuova vita a disposizione… Anche se sembrano frasi retoriche già sentite tante volte, questa è davvero la mia “lezione”, quello che più spesso ripeto ai ragazzi delle scuole alle quali sono invitato a portare la mia esperienza, un impegno che sento imprescindibile e complementare alla mia attività, e che accetto più che volentieri ogni volta che ne ho l’occasione.

Racconto la mia storia personale perché ognuno la elabori e se ne serva nel modo in cui crede, e spiego ai giovani il significato dello sport, la sua incredibile lezione di vita così come l’ho imparata io: attraverso la solitudine degli allenamenti quotidiani e della sfida costante con se stessi, e attraverso il lavoro di squadra, la competizione, il mettersi in discussione relazionandosi con i propri compagni, e condividere con loro tutte le emozioni che lo sport regala.

Proprio come avviene nel villaggio olimpico, dove la quotidianità e il momento agonistico sono condivisi non solo con il team nazionale ma anche con gli atleti provenienti da ogni parte del mondo. Esperienza, questa, che fa aprire gli occhi spesso su realtà più evolute dal punto di vista dello sport disabile di quella italiana, di Paesi dove gli sport paralimpici sono seguiti e appoggiati istituzionalmente e professionalmente ad alti livelli e gli atleti hanno un grado di preparazione storicamente molto più elevato del nostro, e che può spronare a cambiare le cose, a far crescere lo sport sempre di più.

Il futuro

Cosa mi riserva il futuro? Sicuramente le prossime Paralimpiadi di Londra del 2012, sto già facendo il conto alla rovescia… E ho un progetto che mi sta molto a cuore, un’impresa che mi porterà a pedalare per 1.000 km sul tetto del mondo, a 5.000 metri di altitudine, tra Lhasa e Katmandu, fino a toccare i 5.250 metri del campo base dell’Everest.

Un’altra sfida elettrizzante e la speranza che lo sport possa portare anche lì i suoi valori di pace.

Per iniziare

Chi desidera avvicinarsi al ciclismo per persone con disabilità e vuole saperne di più può visitare il sito internet di Fabrizio Macchi (www.fabriziomacchi.com). Il campione varesino può anche essere contattato personalmente via email all’indirizzo info@fabriziomacchi.com.

Il punto di riferimento istituzionale è invece costituito dal CIP – Comitato Italiano Paralimpico ed in particolare dal Dipartimento n. 8 cui questa disciplina fa capo. Nel portale del CIP (www.comitatoparalimpico.it) è possibile trovare informazioni, notizie e tutti i recapiti più utili.

la copertina del libro
Più forte del male

“Più forte del male – La mia sfida contro ogni limite” è il titolo dell’autobiografia di Fabrizio Macchi uscita nel 2007 per i tipi di Piemme. L’opera – 191 pagine – ha un prezzo di copertina di 12,50 euro ma può essere acquistata con un piccolo sconto attraverso il sito web di Fabrizio.